A partire dal 2027, chi uscirà dal mondo del lavoro riceverà un assegno pensionistico meno generoso a parità di contributi accumulati. Questa riduzione riguarda la totalità dei trattamenti calcolati con il sistema contributivo o la quota contributiva delle pensioni calcolate con il metodo misto. La revisione al ribasso è la conseguenza diretta dell’applicazione dei nuovi coefficienti contenuti nel decreto direttoriale dei ministeri del Lavoro e dell’Economia. Contemporaneamente alla contrazione degli importi, si assisterà a un progressivo slittamento dell’età necessaria per il pensionamento di vecchiaia.
Il meccanismo contributivo e la speranza di vita
Per comprendere la ragione dei tagli, occorre analizzare il funzionamento del sistema contributivo. L’importo della pensione si determina applicando specifici coefficienti di trasformazione al montante contributivo accumulato dal lavoratore al momento dell’uscita dal lavoro.
I coefficienti vengono aggiornati ogni due anni sulla base della variazione della speranza di vita e dell’andamento del tasso di variazione del PIL di lungo periodo rispetto alla dinamica dei redditi soggetti a contribuzione previdenziale. Se la speranza di vita residua aumenta, il coefficiente diventa meno favorevole perché la pensione dovrà essere erogata per un periodo più lungo. Questo è esattamente ciò che accade per il biennio 2027-2028 rispetto al biennio 2025-2026.
Le simulazioni sugli assegni: perdite fino a 51 euro al mese
Le simulazioni basate sui dati disponibili mostrano l’impatto concreto di queste variazioni sugli importi mensili lordi. Un montante contributivo di 250 mila euro nel 2026 garantisce una pensione mensile lorda di 1.078 euro a 67 anni, che nel 2027 scenderà a 1.060 euro a parità di contributi. Chi lascerà il lavoro a 63 anni, passerà da 954 euro a 935 euro. Dunque un taglio di 18-20 euro al mese.
Con un montante contributivo di 300 mila euro la pensione a 67 anni passerà invece dagli attuali 1.294 euro lordi mensili a 1.272 euro. Con un calo di circa 22 euro al mese calcolato su 13 mensilità.
Il taglio dell’assegno si amplifica all’aumentare dei contributi accumulati. Con un montante di 500 mila euro (corrispondente a una retribuzione annuale lorda di circa 38 mila euro), la riduzione è di circa 36 euro al mese. Con un montante di 700 mila euro (pari a una retribuzione annuale lorda di circa 53 mila euro), la decurtazione raggiunge circa 51 euro mensili.
Oltre al montante, incide significativamente l’età di uscita: più tardi si smette di lavorare, più l’assegno si alza. Ad esempio, con un montante di 300 mila euro nel 2027, l’importo mensile lordo è di 1.156 euro a 64 anni, sale a 1.272 euro a 67 anni e raggiunge 1.473 euro a 71 anni.
Stretta sui requisiti: nuova età pensionabile e pensione anticipata
Oltre al taglio degli importi, cambiano e si allungano i requisiti anagrafici e contributivi per lasciare il lavoro. L’adeguamento alla speranza di vita previsto per il 2027 era inizialmente di tre mesi. Il governo Meloni, con l’ultima legge di Bilancio, lo ha redistribuito sul biennio: servirà un mese in più nel 2027 e tre mesi complessivi dal 2028. Di conseguenza l’età per la pensione di vecchiaia passa dagli attuali 67 anni a 67 anni e 1 mese nel 2027, per poi salire a 67 anni e 3 mesi nel 2028.
Mentre per la pensione anticipata ordinaria da gennaio saranno necessari 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Dal 2028 ci vorranno due mesi in più.







