Proteste in Francia, l’ombra della Russia sulle violenze: l’Ue indaga su account filo-Putin e campagne di disinformazione online

Proteste in Francia

Dietro la diffusione virale dei video delle violenze che hanno sconvolto la Francia potrebbe esserci anche una strategia di destabilizzazione alimentata dall’estero. Le autorità europee stanno esaminando possibili campagne di disinformazione e interferenze online riconducibili a soggetti stranieri, con particolare attenzione agli account filo-russi che negli ultimi giorni avrebbero contribuito ad amplificare le immagini degli scontri. L’obiettivo sospettato dagli investigatori è quello di esasperare le tensioni sociali, favorire nuove proteste e trasformare il malcontento interno in un fattore di instabilità politica.

A rivelarlo è il Financial Times, che cita funzionari della sicurezza europea impegnati nell’analisi delle attività sui social network. Tra i Paesi sui quali si concentrano i sospetti figurano Russia, Iran e Algeria, mentre le verifiche riguardano anche gli episodi di violenza registrati recentemente in altri Stati dell’Unione europea, compresa l’Italia.

Proteste in Francia, l’Ue indaga sugli account filo-russi che diffondono video violenti

Secondo le informazioni raccolte dal quotidiano britannico, diversi account filo-russi e di estrema destra, già associati in passato a operazioni di disinformazione, avrebbero diffuso sistematicamente filmati delle violenze francesi.

L’attività sospetta non riguarda necessariamente la produzione di contenuti falsi. Una campagna di manipolazione può utilizzare anche immagini autentiche, selezionandole e rilanciandole in modo coordinato per esasperare le reazioni degli utenti, aumentare la percezione del caos e alimentare la contrapposizione tra gruppi sociali.

È proprio questo il meccanismo sul quale si stanno concentrando le autorità europee. I video degli scontri, delle devastazioni e degli interventi delle forze dell’ordine possono raggiungere milioni di persone attraverso piattaforme come TikTok, X e YouTube, diventando strumenti particolarmente efficaci per influenzare il dibattito pubblico.

Il coinvolgimento diretto di governi stranieri negli episodi di violenza non è stato accertato. L’indagine riguarda soprattutto la possibilità che reti di account riconducibili a operazioni di influenza abbiano sfruttato le proteste per amplificarne l’impatto politico e sociale.

Russia, Iran e Algeria: i sospetti sulle interferenze nelle proteste europee

L’attenzione degli investigatori non si limita alla Russia. Secondo il Financial Times, tra i Paesi sospettati di possibili interferenze figurano anche Iran e Algeria.

Il quadro si inserisce in una preoccupazione più ampia delle istituzioni europee per le operazioni di manipolazione delle informazioni provenienti dall’estero, soprattutto quando coincidono con situazioni di tensione sociale.

Secondo il servizio diplomatico dell’Unione europea, la Francia è il secondo Paese più colpito nell’Europa continentale, dopo l’Ucraina, dalle operazioni di manipolazione informativa sostenute da Stati stranieri.

La posizione francese è particolarmente delicata per il peso politico del Paese all’interno dell’Unione e per la capacità delle sue crisi interne di produrre conseguenze anche sul dibattito europeo.

Le verifiche in corso mirano quindi a distinguere le proteste nate da tensioni reali dalle eventuali attività organizzate per sfruttarle, amplificarle o orientarne la rappresentazione sui social network.

Scontri in Italia, Crosetto denuncia una guerra ibrida attraverso i social

Il caso francese viene seguito con attenzione anche in Italia, dove lo scorso fine settimana si sono verificati episodi di violenza durante alcune manifestazioni.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha collegato il fenomeno al rischio di operazioni di destabilizzazione condotte attraverso le piattaforme digitali, parlando di «una guerra ibrida che qualcuno sta conducendo contro le nostre nazioni attraverso strumenti non convenzionali come TikTok, i social media e YouTube».

La dichiarazione introduce una dimensione ulteriore rispetto alla tradizionale gestione dell’ordine pubblico. Il timore è che soggetti esterni possano utilizzare le tensioni interne ai singoli Paesi per alimentare conflitti sociali, senza intervenire direttamente nelle manifestazioni.

In questa prospettiva, la diffusione coordinata di immagini violente e messaggi provocatori può diventare uno strumento per aumentare la polarizzazione, incoraggiare comportamenti imitativi e rendere più difficile il controllo delle situazioni di crisi.

Bruxelles convoca le autorità francesi: sotto osservazione X, TikTok e YouTube

La Commissione europea ha avviato un confronto con le autorità francesi per esaminare il ruolo delle piattaforme digitali nella diffusione dei contenuti legati agli scontri.

Lunedì Bruxelles ha incontrato l’Arcom, l’autorità francese di vigilanza sui media, mentre martedì si sono riuniti i rappresentanti delle autorità nazionali incaricate di applicare le normative europee sui servizi digitali.

Al centro dei colloqui c’è la cooperazione con le piattaforme social, tra cui X, di proprietà di Elon Musk, sulle quali sono circolati messaggi razzisti, contenuti violenti e filmati delle devastazioni.

La Commissione vuole soprattutto verificare che i sistemi di raccomandazione e gli algoritmi non favoriscano artificialmente la diffusione di materiale utilizzato per alimentare gli scontri.

«Le piattaforme devono assicurarsi che i loro algoritmi non vengano utilizzati in modo improprio in un contesto del genere. Ciò include qualsiasi tentativo di amplificare tali violenze e incidenti», ha dichiarato il portavoce della Commissione Thomas Regnier.

Dalle violenze ai saccheggi: l’Ue coinvolge anche Amazon e Vinted

Le iniziative europee non riguardano soltanto la circolazione dei video. Le autorità stanno chiedendo anche ai principali marketplace online, tra cui Amazon e Vinted, di intervenire contro la possibile vendita di prodotti provenienti dai saccheggi.

Durante le proteste francesi sono stati registrati furti e devastazioni di attività commerciali. Il timore è che parte della merce sottratta possa essere rivenduta rapidamente attraverso piattaforme digitali, rendendo più difficile ricostruirne la provenienza.

La richiesta di collaborazione ai marketplace punta quindi a impedire che i beni presumibilmente rubati vengano commercializzati online, affiancando alle indagini sulle violenze anche controlli sui possibili canali di ricettazione.

Proteste in Francia, quando può intervenire direttamente l’Unione europea

Per il momento Bruxelles lascia alle autorità nazionali la gestione delle conseguenze immediate delle proteste e il rapporto operativo con le piattaforme digitali.

La Commissione europea ha però chiarito che potrebbe intervenire direttamente qualora le attività di amplificazione della violenza assumessero una dimensione sistemica e le società tecnologiche non collaborassero adeguatamente.

Il nodo centrale delle verifiche è stabilire se la diffusione dei contenuti violenti sia stata il risultato delle normali dinamiche dei social network oppure se sia stata favorita da campagne coordinate di influenza straniera.

La distinzione è fondamentale perché cambia la natura del problema: da fenomeno di comunicazione legato a una crisi interna a possibile operazione di destabilizzazione internazionale.

Le proteste francesi diventano così anche un banco di prova per gli strumenti europei di contrasto alla disinformazione. E l’attenzione degli investigatori si concentra su un elemento preciso: non soltanto quello che è accaduto nelle strade, ma anche chi abbia avuto interesse a far circolare determinate immagini, con quali modalità e per raggiungere quale pubblico.