Se è Selvaggia Lucarelli a dare lezioni di politica e coscienza sociale, vuol dire che l’Italia ha un problema

Selvaggia Lucarelli e gli scontri di Milano

Ci sono poche cose sulle quali io e Selvaggia Lucarelli siamo abitualmente d’accordo. Non ho mai particolarmente apprezzato il suo modo di affrontare il dibattito pubblico, quella tendenza a presentarsi come l’unica depositaria della verità, a trasformare ogni discussione in un processo nel quale sembra conoscere già la sentenza. Riconosco la sua intelligenza, naturalmente, ma non sempre condivido il modo in cui la utilizza. Questa volta, però, devo darle ragione senza riserve. Anzi, devo riconoscere che Selvaggia Lucarelli ha fatto un’analisi della situazione politica e sociale italiana più puntuale, intelligente e lucida di quella che siamo abituati ad ascoltare da gran parte dei nostri rappresentanti politici. E già questo dovrebbe essere sufficiente a farci capire quanto sia profonda la crisi della politica nel nostro Paese.

Lo ha fatto con due interventi apparentemente distinti, ma in realtà legati da un unico filo conduttore: il rapporto tra il potere e chi quel potere non ce l’ha, tra una società sempre più diseguale e una classe dirigente che sembra conoscere soltanto il linguaggio della punizione. Il primo riguarda Giorgia Meloni e la risposta del governo al disagio giovanile e agli scontri di Milano. Il secondo la polemica tra Fedez e alcuni protagonisti della scena rap italiana, con Marracash al centro del confronto. Due vicende diverse che raccontano, però, la stessa incapacità di comprendere ciò che sta accadendo sotto la superficie di un Paese sempre più arrabbiato.

Giorgia Meloni e la politica che conosce soltanto le manette

Nel suo primo intervento, Selvaggia Lucarelli si rivolge direttamente alla presidente del Consiglio, contestando una strategia politica che identifica nella repressione la risposta privilegiata al disagio sociale. Lo fa con il sarcasmo che le è abituale, ma questa volta dietro l’ironia c’è una riflessione che meriterebbe di essere presa molto sul serio.

«Brava Giorgia. Rispondi al disagio, alla rabbia sociale, alla mancanza di un’idea di presente e di futuro con la repressione. È proprio una bella trovata», scrive Lucarelli, accusando il governo di moltiplicare norme, sanzioni e minacce senza affrontare le cause profonde della protesta.

Il punto, a mio avviso, è esattamente questo. Abbiamo una politica che sembra aver smesso di interrogarsi sulle ragioni della rabbia giovanile e che preferisce concentrarsi esclusivamente sulle sue manifestazioni. Se un ragazzo protesta, il problema diventa la protesta, se una periferia esplode, il problema diventa l’ordine pubblico. Se un’intera generazione fatica a immaginare il proprio futuro, la risposta sembra consistere nell’inasprimento delle pene, nell’annuncio di nuovi reati e nell’esibizione muscolare dell’autorità.

Naturalmente, chi commette un reato deve risponderne. Non esiste alcuna giustificazione sociale che renda accettabile aggredire una persona, devastare un negozio o mettere in pericolo la vita degli altri. Ma pretendere il rispetto della legge non significa rinunciare a comprendere perché determinate forme di violenza e di ribellione trovino terreno fertile. Anzi, dovrebbe significare esattamente il contrario: impedire che le condizioni dalle quali nascono continuino a riprodursi.

Una politica seria dovrebbe essere capace di fare entrambe le cose. Garantire la sicurezza e costruire opportunità. Punire chi delinque e impedire che altri ragazzi vedano nella delinquenza l’unica prospettiva possibile. Invece, troppo spesso, assistiamo a una competizione su chi promette la risposta più dura, come se la severità di una pena potesse sostituire l’assenza di una politica sociale.

Il fallimento di una classe dirigente che ha dimenticato i giovani

C’è un passaggio dell’intervento di Lucarelli che trovo particolarmente efficace: «È una buona idea togliere tutto a chi non ha niente da perdere. Poi, quando la rabbia tornerà in strada, potrai dire che avevi ragione: servivano altre manette, altri reati, altre camionette, altri manganelli».

È una provocazione, certo, ma descrive un meccanismo politico che conosciamo bene. Quando non si interviene sulle cause di un problema, le sue conseguenze finiscono inevitabilmente per ripresentarsi. A quel punto, chi governa può utilizzare il ripetersi del problema come giustificazione per introdurre nuove misure repressive, senza dover ammettere che quelle precedenti non hanno risolto nulla.

Il risultato è una spirale nella quale la sicurezza diventa una promessa continuamente rinnovata e mai definitivamente mantenuta, mentre le questioni sociali rimangono sullo sfondo.

Eppure, non dovrebbe essere difficile capire che un adolescente cresciuto in una famiglia povera, in un quartiere privo di servizi e in una scuola che non dispone degli strumenti necessari per accompagnarlo verso il futuro ha bisogno di qualcosa di più di un codice penale aggiornato. Ha bisogno di istruzione, di luoghi nei quali incontrarsi, di occasioni per sviluppare le proprie capacità e, soprattutto, della possibilità concreta di immaginare una vita diversa da quella che conosce.

Questo non significa che tutti i ragazzi in difficoltà diventino delinquenti, né che la povertà giustifichi la violenza. Significa riconoscere che una società incapace di offrire prospettive ai propri giovani non può stupirsi se una parte di loro smette di riconoscersi nelle sue istituzioni.

La politica dovrebbe occuparsi soprattutto di questo. E dovrebbe farlo prima che arrivino le camionette.

Marracash contro Fedez: due modi diversi di intendere il successo

Il secondo intervento di Selvaggia Lucarelli riguarda la polemica esplosa nel mondo della musica dopo gli scontri di Milano, con Marracash, Frankie hi-nrg e Ghali da una parte e Fedez dall’altra.

Marracash aveva rivendicato il proprio impegno contro le disuguaglianze sociali, scrivendo: «Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita. Con le buone non risolvi le cose». Parole che hanno suscitato polemiche e che alcuni hanno interpretato come un incoraggiamento alla violenza, interpretazione successivamente respinta dallo stesso rapper.

Fedez ha invece attaccato gli artisti che manifestano solidarietà ai contestatori, invitando a diffidare dei personaggi famosi che si schierano dalla loro parte: «Non credete ai proclami, non credete agli artisti ricchi che vi sostengono, non c’è nessun noi. È una gara a chi arraffa di più».

Ed è proprio qui che, a mio giudizio, emerge una differenza fondamentale.

L’idea che un artista, una volta diventato ricco e famoso, perda il diritto di denunciare le disuguaglianze sociali è una delle più comode giustificazioni di chi preferisce non affrontare il contenuto di una critica. Se sei povero e protesti, sei un invidioso. Se diventi ricco e continui a protestare, sei un ipocrita. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: si evita di discutere delle disuguaglianze.

Ma il successo economico non cancella la memoria delle proprie origini, né obbliga ad abbracciare i valori del sistema che ha consentito di raggiungerlo. Si può essere diventati milionari e continuare a pensare che una società nella quale milioni di persone faticano ad arrivare alla fine del mese sia profondamente ingiusta.

Naturalmente, la coerenza di un artista si misura anche nei comportamenti, non soltanto nelle dichiarazioni. Ma sostenere che la ricchezza renda automaticamente falsa qualsiasi presa di posizione sociale significa pretendere che chi ha avuto successo smetta di occuparsi di chi non ce l’ha fatta.

Selvaggia Lucarelli e la differenza tra avere successo e servire il potere

Lucarelli prende posizione senza esitazioni: «Sempre dalla parte di Marracash». E nella sua newsletter sviluppa un ragionamento che considero particolarmente centrato.

«Ci sono omuncoli il cui concetto di potere è trasformare ogni privilegio acquisito in un credito da riscuotere per sempre e fatturano lisciando il pelo a premier, impresentabili e miliardari», scrive, per poi distinguere gli artisti che cercano continuamente l’approvazione dei potenti da quelli che continuano a mantenere una posizione critica.

Il passaggio più significativo è quello dedicato a Marracash: «Poi ci sono i cani sciolti come Marra che continuano a stare scomodi anche nei posti comodi, senza confondere il fatto di essere stati ammessi nel sistema con il dovere di essere d’accordo».

È una distinzione che condivido completamente. Perché il problema non è diventare ricchi, famosi o influenti. Il problema è convincersi che il successo comporti l’obbligo di difendere il sistema che lo ha reso possibile.

Un artista non dovrebbe essere giudicato per la vicinanza ai potenti, per le fotografie con i ministri o per la capacità di entrare nei salotti giusti. Dovrebbe essere giudicato per ciò che produce, per ciò che rappresenta e per la libertà con la quale riesce a esprimersi.

E la libertà, qualche volta, consiste proprio nel criticare un sistema del quale si fa parte e dal quale si traggono benefici. Non c’è necessariamente contraddizione in questo. La contraddizione, semmai, nasce quando si pretende di rappresentare una ribellione mentre si cerca sistematicamente l’approvazione del potere.

Questo non significa trasformare Marracash in un eroe o Fedez in un nemico pubblico. Significa riconoscere che, in questa specifica polemica, trovo molto più convincente chi rivendica il diritto di continuare a denunciare le ingiustizie rispetto a chi sembra voler delegittimare quella denuncia sulla base del conto in banca di chi la pronuncia.

Quando la politica smette di ascoltare, la società cerca altre voci

C’è un elemento che collega i due interventi di Selvaggia Lucarelli e che, secondo me, rappresenta il vero problema italiano.

Da una parte abbiamo un governo che rivendica la fermezza come risposta alla protesta e al disagio. Dall’altra, un dibattito culturale nel quale persino la solidarietà verso chi protesta diventa sospetta, soprattutto quando arriva da persone che hanno raggiunto il successo.

In entrambi i casi sembra mancare la disponibilità ad ascoltare ciò che viene detto. Si discute di come reprimere la protesta, di chi abbia il diritto di sostenerla, di quanto guadagnino gli artisti che ne parlano, ma troppo raramente delle ragioni per le quali quella protesta nasce.

Ed è qui che la politica, non soltanto quella di governo, mostra tutti i propri limiti. Perché sarebbe troppo facile attribuire ogni responsabilità a Giorgia Meloni. Dov’è l’opposizione? Dove sono le proposte credibili per ridurre le disuguaglianze, restituire prospettive ai giovani e ricostruire un rapporto di fiducia tra le nuove generazioni e le istituzioni?

Non bastano le dichiarazioni indignate dopo gli scontri, così come non bastano le condanne rituali della violenza. Servirebbe una visione capace di tenere insieme diritti, responsabilità, sicurezza, istruzione, lavoro e mobilità sociale. Servirebbe una politica che tornasse a parlare del futuro anziché limitarsi ad amministrare le paure del presente.

E invece ci ritroviamo a discutere di manganelli, scarcerazioni, rapper milionari e influencer, mentre le questioni fondamentali rimangono sostanzialmente irrisolte.

Questa volta ha ragione Selvaggia. E non è una buona notizia per la politica

Torno allora al punto di partenza. Non sono diventato improvvisamente un estimatore incondizionato di Selvaggia Lucarelli. Continuerò probabilmente a non condividere molti dei suoi interventi, soprattutto quando il suo modo di affrontare le persone e le polemiche mi sembrerà eccessivamente aggressivo o animato dalla convinzione di possedere una verità indiscutibile.

Ma riconoscere che qualcuno ha ragione, anche quando non ci è particolarmente simpatico, dovrebbe essere il presupposto di qualsiasi confronto intellettualmente onesto.

E questa volta, per quanto mi riguarda, Lucarelli ha ragione su tutta la linea. Ha ragione quando denuncia l’illusione che si possa rispondere al disagio sociale soltanto aumentando le pene. Ha ragione quando ricorda che la povertà non scompare dietro un cordone di polizia. E ha ragione quando difende il diritto di un artista di continuare a criticare le disuguaglianze anche dopo aver conquistato fama e ricchezza.

Soprattutto, ha ragione quando mette in evidenza il rischio di una società nella quale il potere pretende obbedienza e considera ogni forma di dissenso un problema da neutralizzare.

La sua conclusione sulla politica repressiva di Giorgia Meloni è forse la più efficace: «Speriamo che tu riesca a spegnere gli incendi meglio di come stai alimentando la rabbia, ma temo che ciò che tu vedi “acqua” sia un fiume in piena. Di benzina».

Se oggi è Selvaggia Lucarelli a offrire una lettura della questione sociale più convincente di quella che arriva dai palazzi della politica, non è un problema di Selvaggia Lucarelli. È un problema della politica italiana. E il fatto che una giornalista e opinionista riesca a cogliere con tanta chiarezza ciò che chi governa e chi dovrebbe rappresentare un’alternativa sembra non voler vedere è, prima ancora che un complimento a lei, una bocciatura per un’intera classe dirigente.