Volodymyr Zelensky chiede a Donald Trump di riservare a Vladimir Putin la stessa durezza che il presidente americano utilizza nei confronti del leader ucraino. Il messaggio arriva mentre Washington continua a cercare una soluzione diplomatica alla guerra e Kiev denuncia nuovi attacchi missilistici russi contro la capitale. Zelensky non mette in discussione il ruolo degli Stati Uniti nei negoziati, ma contesta la differenza di trattamento tra il Paese aggredito e quello che ha lanciato l’invasione.
«Trump può portare Putin al tavolo dei negoziati molto facilmente. Proprio come il presidente Trump parla di me, dovrebbe adottare lo stesso tipo di retorica nei confronti di Putin», afferma Zelensky in un estratto dell’intervista concessa a Steven Bartlett per il podcast The Diary of a CEO.
È una richiesta politica precisa: il presidente ucraino vuole che Washington eserciti una pressione diretta sul Cremlino, anziché concentrare le proprie sollecitazioni su Kiev. Secondo Zelensky, Putin non ha dimostrato una reale volontà di interrompere le ostilità e un negoziato privo di strumenti di pressione rischia di lasciare alla Russia la possibilità di continuare la guerra.
Le dichiarazioni arrivano dopo le polemiche suscitate dalle parole dell’inviato americano Steve Witkoff, che ha descritto Putin come una persona dotata di «spirito umanitario». Un giudizio che contrasta apertamente con la lettura del presidente ucraino, impegnato a richiamare l’attenzione sulle conseguenze degli attacchi russi.
I missili su Kiev e la polemica con l’inviato americano Witkoff
Nelle stesse ore, Zelensky ha denunciato tre ondate di missili balistici contro Kiev, per un totale di 21 ordigni impiegati secondo le informazioni diffuse dalla presidenza ucraina.
Gli attacchi avrebbero colpito numerose zone della città, danneggiando anche un monastero. Il presidente ha richiamato sarcasticamente l’attenzione sui «compassionevoli» russi, in evidente contrasto con le dichiarazioni attribuite a Witkoff.
Il riferimento non riguarda soltanto il linguaggio utilizzato dall’inviato statunitense. Zelensky contesta soprattutto l’idea che la disponibilità al dialogo possa essere valutata separatamente dalle operazioni militari condotte sul territorio ucraino. «Quando la Russia risponde ai negoziati con missili balistici, è necessaria una pressione concreta su Mosca», ha dichiarato.
Per Kiev, il mantenimento delle sanzioni e la capacità di esercitare pressioni economiche e diplomatiche rimangono elementi essenziali di qualsiasi iniziativa negoziale. Il governo ucraino teme che un alleggerimento delle misure contro la Russia possa rafforzare la posizione del Cremlino senza ottenere in cambio una cessazione delle ostilità.
«A Bucha hanno torturato e ucciso»: il ricordo del massacro
Il passaggio più drammatico dell’intervista a Steven Bartlett riguarda Bucha, la cittadina nei pressi di Kiev diventata uno dei simboli delle atrocità commesse durante l’occupazione russa del 2022.
Zelensky torna alla scoperta delle fosse comuni e dei corpi dei civili dopo il ritiro delle truppe russe. «Bucha è stato un genocidio, riconosciuto da tutti. Hanno sepolto centinaia di persone. Hanno torturato la gente», afferma il presidente ucraino, utilizzando una qualificazione che riflette la sua posizione politica e non equivale, di per sé, a una sentenza internazionale definitiva sul reato di genocidio.
Nel racconto di Zelensky, il ritrovamento delle vittime ha segnato un punto di svolta nella percezione della guerra da parte della popolazione ucraina.
«Credo ci fossero circa cinquecento persone», ricorda, riferendosi alle vittime ritrovate. «Non li hanno soltanto uccisi: li hanno torturati e uccisi». Il presidente racconta anche la decisione di consentire ai giornalisti di documentare immediatamente quanto era stato scoperto. Dopo la liberazione della cittadina, sostiene di aver ordinato che non venisse toccato nulla prima dell’arrivo della stampa.
«Il mondo intero deve vederlo», sarebbe stata la sua indicazione. L’obiettivo, secondo il racconto del leader ucraino, era mostrare direttamente le conseguenze dell’occupazione e impedire che le atrocità potessero essere negate o ridimensionate.
«Come si può perdonare chi ha torturato un bambino?»
Zelensky insiste soprattutto sulle conseguenze umane delle violenze. A suo giudizio, chi discute di pace deve confrontarsi anche con il dolore delle famiglie che hanno perso i propri cari e con l’impossibilità di imporre una riconciliazione dall’esterno.
«Nessuno può mettersi nei panni di tutte quelle persone i cui figli sono stati torturati. E non si può costringere la gente a perdonare», afferma.
Il presidente ucraino invita a immaginare quale sarebbe la reazione dell’opinione pubblica se fosse scoperta una fossa comune con centinaia di civili torturati negli Stati Uniti o in Gran Bretagna.
Nel suo racconto, i militari russi avrebbero anche sparato contro persone in fuga, inseguendole dai mezzi militari. «La gente correva, loro sparavano, davano la caccia, giocavano. Giocavano letteralmente con le persone», denuncia Zelensky.
Il presidente sostiene che la scoperta delle atrocità abbia alimentato nella popolazione ucraina un sentimento di odio nei confronti dei responsabili, rendendo particolarmente difficile immaginare una riconciliazione immediata.
È per questo che considera il cessate il fuoco il primo passo concretamente perseguibile: fermare le uccisioni prima ancora di affrontare una pace politica che dovrebbe fare i conti con le responsabilità della guerra.
«Con Trump non c’è nulla di personale», ma sulle sanzioni Zelensky non arretra
Nonostante le critiche rivolte a Washington, Zelensky cerca di evitare che il confronto con Trump venga interpretato come uno scontro personale. In un’intervista alla CNN da Kiev, il presidente ucraino precisa: «Non c’è nulla di personale tra me e Trump».
La distinzione riguarda il rapporto tra i due leader e le rispettive posizioni sulla strategia da adottare nei confronti della Russia. Zelensky riconosce il ruolo del presidente americano nei tentativi diplomatici, ma ribadisce di essere contrario a qualsiasi revoca delle sanzioni contro Mosca.
«Il mio atteggiamento nei confronti di Putin è molto chiaro», spiega. «Ritengo che, se dovessimo revocare le sanzioni, lo renderemmo più forte». Il presidente ucraino insiste quindi su una linea che combina la disponibilità a discutere un cessate il fuoco con la richiesta di mantenere la pressione economica e politica sulla Russia.
Le sue parole evidenziano la distanza tra l’approccio negoziale dell’amministrazione americana e le condizioni che Kiev considera necessarie per ottenere una sospensione credibile delle ostilità.
Zelensky chiede a Trump di utilizzare la propria influenza soprattutto nei confronti di Putin, mentre il ricordo di Bucha viene richiamato per spiegare perché un accordo diplomatico non possa cancellare le responsabilità delle violenze commesse durante l’invasione.







