Tajani commissariato dai Berlusconi e appeso a Meloni: Forza Italia lo scarica a pezzi mentre il 2027 diventa una trappola

Antonio Tajani, Ipa @lacapitalenews

Lo sbarellamento di Antonio Tajani ormai non è più un’impressione. È una condizione politica. Il segretario di Forza Italia somiglia sempre di più a un leader sospeso, uno che formalmente è ancora in piedi ma sostanzialmente cammina già dentro il proprio logoramento. Un dead man walking, appunto. Uno che ha dovuto ingoiare la cacciata di Maurizio Gasparri dalla guida del gruppo al Senato e che ora si prepara a vedere cadere anche Paolo Barelli dalla Camera, cioè gli ultimi due veri argini di un potere interno che ormai gli sta franando sotto i piedi.

Il punto non è solo che Tajani si sia indebolito. Il punto è che non comanda più davvero il partito. O meglio: lo regge, lo rappresenta, lo difende in tv e nei palazzi, ma non lo controlla fino in fondo. Perché il baricentro si è spostato altrove. A Cologno Monzese, per esempio, dove Tajani è stato ricevuto nella sede di Mediaset in un vertice che, già da come è stato raccontato, ha il sapore del commissariamento più che del confronto politico. Attorno al tavolo non c’erano solo Marina e Pier Silvio Berlusconi, ma anche l’eterno Gianni Letta e l’amministratore delegato di Fininvest Danilo Pellegrino. Tradotto: non una riunione di partito, ma una convocazione.

Tajani è ancora segretario, ma il partito non è più suo

La sostanza è brutale. I figli del Cav non vogliono staccare la spina al governo Meloni, almeno non prima del 2027, per rispetto verso il perimetro politico nato quando Silvio Berlusconi era ancora vivo. Ma questo non significa affatto che intendano lasciare tutto com’è. Anzi. Vogliono una Forza Italia diversa, meno supina a Giorgia Meloni, più riconoscibile sui diritti civili, più ancorata all’europeismo del Ppe, meno incline a ogni fascinazione trumpiana e più coerente con quell’idea liberale e conservatrice che loro rivendicano come eredità autentica del padre.

È qui che il problema di Tajani diventa quasi insolubile. Perché se asseconda fino in fondo la nuova linea dei Berlusconi, rischia di entrare in collisione con la Meloni e con quella parte del partito che vive benissimo sotto il cappello del centrodestra a trazione sovranista. Se invece continua a fare il fedele “aiuto-cameriere” di Palazzo Chigi, come già molti lo descrivono con sarcasmo crescente, rischia di diventare inviso proprio a chi oggi detiene davvero nome, simbolo, soldi e chiavi di casa. E non è un dettaglio. Perché oltre alla politica, sul tavolo ci sono anche le fideiussioni garantite da Arcore e il controllo formale del marchio. In altre parole, i fratelli Berlusconi non sono semplici azionisti affettivi del partito: sono i proprietari reali dell’infrastruttura che lo tiene in piedi.

Gasparri e Barelli fuori, Costa dentro: il potere di Tajani arretra ancora

La sostituzione dei capigruppo è il segnale più evidente di questa ritirata. Gasparri è stato spostato, Barelli è in uscita, Deborah Bergamini è stata fermata solo perché Tajani l’avrebbe vissuta come un’umiliazione diretta, un braccio politico di Marina piazzato lì a certificare pubblicamente il suo commissariamento. Alla fine il compromesso ha preso il nome di Enrico Costa. Un nome di equilibrio, certo. Ma quando in politica arrivi ai compromessi, vuol dire quasi sempre che il potere vero è già altrove.

Il caso Barelli è ancora più rivelatore. Perché il capogruppo uscente, forte del rapporto costruito in questi anni con Tajani e del potere accumulato nei dossier, non accetta una retrocessione decorativa e punta addirittura a un ruolo da viceministro. Il posto individuato sarebbe al Made in Italy, con Valentino Valentini spostato altrove. Una sistemazione che serve a evitare guerre ulteriori, a tenere buoni gli scontenti e a comprare un po’ di tempo. Ma il tempo, per Tajani, sta diventando merce sempre più rara.

Dietro la partita personale, però, ce n’è una molto più grande. Forza Italia ribolle. I deputati pronti a votare Deborah Bergamini sarebbero stati circa quaranta su cinquanta. Un dato enorme, perché racconta che il partito non è solo inquieto: è già schierato in correnti, blocchi, filiere di fedeltà. E in mezzo Tajani sembra sempre più il custode di una fase che sta finendo, non il regista di quella che sta iniziando.

La legge elettorale sarà il momento della verità

Il primo vero banco di prova sarà la riforma della legge elettorale, quel cosiddetto Stabilicum che già dal nome suona come un’invenzione infelice. Sistema proporzionale con ballottaggio, premio di maggioranza per chi supera il 40%, addio ai collegi uninominali, liste bloccate, niente preferenze e soglia al 3 per cento. Una miscela che non entusiasma né la Lega né Forza Italia, e che rischia di diventare il campo in cui si misureranno i veri rapporti di forza della maggioranza.

Per Tajani, lì dentro, si gioca molto più di una riforma. Si gioca la sopravvivenza politica. Perché dovrà scegliere se stare fino in fondo dentro la linea meloniana oppure iniziare a dare sostanza al desiderio dei Berlusconi di costruire una Forza Italia meno sdraiata, più autonoma, più centrale, più compatibile con un futuro diverso. Il 2027, da questo punto di vista, non è solo la prossima scadenza elettorale: è il vero orizzonte strategico. Quando si dovrà scrivere il programma della legislatura successiva, Marina e Pier Silvio pretenderanno voce in capitolo su tutto ciò che oggi li separa dal sovranismo di governo: diritti civili, tasse, banche, collocazione europea, rapporto con Trump, rapporto con la destra estrema.

Ed è qui che entra in scena il cosiddetto “modulo tedesco”, l’idea cioè di una futura coalizione europeista sul modello delle larghe intese Ppe-socialdemocratici viste in Germania. Uno scenario che fino a qualche anno fa sarebbe sembrato eresia pura per Forza Italia, ma che oggi appare molto meno impensabile, soprattutto se guardato attraverso gli interessi politici e industriali della famiglia Berlusconi. Per una dinastia che punta a costruire un grande polo europeo dei media, stare schiacciata sui sovranisti non è esattamente la posizione più comoda.

Il partito è diviso, Mediaset pure, e Tajani resta in mezzo

C’è poi una seconda faglia, ancora più interessante perché meno visibile: quella interna all’universo mediatico e culturale che ruota intorno a Mediaset. Esiste infatti una corrente parallela, quella dei melonian-trumpiani, che soffre parecchio l’idea di una Forza Italia più centrista, più liberal, più distante dalle pulsioni della destra radicale. Ed è una corrente che coincide in gran parte con lo zoccolo duro di alcuni conduttori e opinionisti di casa Mediaset. Non è un dettaglio laterale, perché racconta che lo scontro non riguarda solo il partito ma anche il sistema di narrazione che gli gira intorno.

Dall’altra parte, però, c’è un partito che non ne può più neppure del guinzaglio a distanza imposto dai fratelli Berlusconi. Una corrente minoritaria, certo, ma reale, che spinge Tajani a liberarsi dal controllo di Arcore e a smettere di fare il segretario sotto tutela. Il problema è che tra desideri politici e rapporti di forza concreti c’è di mezzo una montagna. E quella montagna pesa novanta milioni di motivi, oltre al fatto che nome e simbolo del partito non stanno nelle mani di Tajani.

Alla fine la vera domanda è una sola: dove andrà a sbattere il capoccione del vicepremier? Per ora Tajani resta lì, formalmente saldo, sostanzialmente assediato. Ha tenuto in vita un partito che molti davano per morto, ed è un merito che perfino i suoi critici più feroci gli riconoscono. Ma tenere in vita non è la stessa cosa che guidare. E oggi il sospetto, sempre meno sussurrato e sempre più esplicito, è che Antonio Tajani sia rimasto segretario di Forza Italia proprio mentre Forza Italia ha cominciato a prepararsi al dopo Tajani.