Governo Meloni, record di fiducie: con il Milleproroghe si arriva a 108 voti “blindati”, mai così tanti nella storia della Repubblica

Il record è arrivato. Non quello della longevità, che a Palazzo Chigi si annota sul calendario e che, a conti fatti, dovrebbe maturare il 4 settembre. Questo è un record più scomodo, perché non si festeggia con un video social e non si trasforma facilmente in slogan: è il primato dei voti di fiducia chiesti al Parlamento sui provvedimenti.

Con quella apposta alla Camera sul decreto Milleproroghe, il pallottoliere sale a 108. Una cifra mai raggiunta in una legislatura della Repubblica italiana. Centotto volte in cui l’esecutivo ha chiesto alle Camere di stringersi, chiudere, votare: prendere o lasciare. Testi blindati, dibattito mutilato, margini di intervento ridotti al minimo sindacale. E un messaggio implicito che, a furia di ripetersi, diventa metodo: si decide fuori, si ratifica dentro.

Il dato pesa anche perché arriva con un effetto boomerang perfetto. Giorgia Meloni, quando stava all’opposizione, definiva l’abuso della fiducia «una deriva davvero preoccupante per la nostra democrazia». E tuonava contro governi che, a suo dire, “zittivano” il Parlamento: «Il parlamento non può dire la sua», diceva, attaccando l’esecutivo Draghi. Oggi la fotografia è capovolta: la leader che denunciava la deriva la guida da Palazzo Chigi, con numeri che raccontano un’accelerazione.

Il raffronto con il passato, infatti, non è solo un gioco aritmetico. Nella scorsa legislatura, quella dei tre governi Conte I, Conte II e Draghi, le fiducie si erano fermate a quota 107. Ma in 4 anni e mezzo di legislatura e con maggioranze spesso variabili, alleanze “a fisarmonica”, equilibri precari. L’esecutivo Meloni arriva a 108 in 3 anni e 4 mesi. Tradotto in ritmo: una media di 2,7 voti di fiducia ogni 30 giorni. Un passo impressionante, che in proiezione potrebbe spingere il conteggio oltre quota 150 a fine legislatura, se la legislatura arrivasse alla scadenza naturale.

E non è detto che il Milleproroghe abbia finito di gonfiare la statistica: lo stesso decreto potrebbe richiedere un’altra fiducia alla seconda lettura a Palazzo Madama. È il paradosso dei provvedimenti “omnibus”: nati per mettere toppe, finiscono per diventare un contenitore che impone velocità, tagliola e disciplina di coalizione. La fiducia, in questo schema, non è più un’eccezione. È la scorciatoia strutturale.

Il confronto storico diventa ancora più impietoso se si allarga l’inquadratura. Nella legislatura 2013-2018, con i governi Letta, Renzi e Gentiloni, le questioni di fiducia erano state 100. All’epoca sembrava un numero offensivo per la qualità della democrazia parlamentare. Ancora più lontani i tempi dei governi Berlusconi 2001-2006: 41 provvedimenti blindati. Un altro mondo, un’altra densità, un’altra idea di rapporto tra esecutivo e Camere.

Ma il record, da solo, non spiega tutto. Il Milleproroghe che lo consegna alla cronaca viene descritto come “dei record” anche per il pressappochismo e per la gestione a strappi. La riproposizione del caos visto durante l’iter della manovra: corse contro il tempo, correzioni last minute, questioni lasciate in sospeso. Tra queste, la rottamazione delle cartelle, su cui la maggioranza puntava a intervenire e che invece resta fuori: scelta che, nei retroscena, avrebbe innervosito la Lega, convinta di essere stata penalizzata dalla tagliola e dai tempi.

I ritardi vengono attribuiti alla lentezza del governo sui singoli emendamenti, nonostante il testo fosse stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il 31 dicembre. Per giorni, il racconto è quello di commissioni paralizzate, di un iter in stallo e di una macchina che riparte solo quando il traguardo è già troppo vicino. Dall’altra parte, l’esecutivo e la maggioranza respingono l’accusa e indicano nelle opposizioni una responsabilità diretta o indiretta.

La sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, Matilde Siracusano, ha puntato il dito in modo netto: «Alcuni lavoratori non sono stati prorogati, perché maggioranza e opposizione hanno litigato per dieci minuti in più». La replica del Pd, con Maria Cecilia Guerra, è una contro-accusa altrettanto precisa: «Se mercoledì la sottosegretaria avesse portato il parere favorevole al nostro emendamento alla proroga di lavoratori, lo avremmo potuto approvare in tempo». È il classico ping pong parlamentare che però, in mezzo, lascia una domanda politica: chi decide i tempi, e chi paga gli effetti dei tempi?

C’è poi il capitolo Radio Radicale, che diventa un simbolo di confusione gestionale e di soluzioni “creative”. Meloni aveva garantito di provvedere a stanziare le risorse. Ma al momento degli emendamenti la dotazione viene dimezzata: da 8 milioni a 4 milioni di euro. Per rimediare, arriva la toppa: Camera e Senato potranno stipulare accordi autonomi per acquistare i servizi dall’emittente. Un cerotto istituzionale, che evita lo strappo immediato ma consegna alla cronaca la sensazione di un provvedimento costruito inseguendo le emergenze, più che governandole.

In questo quadro si inserisce anche un elemento che guarda già oltre: la riforma del regolamento della Camera, approvata in settimana, che punta a far diminuire la richiesta di voti di fiducia nella prossima legislatura, a favore di un confronto più ordinato in commissioni e in Aula. Un tentativo di mettere argini al “pilota automatico” della fiducia, prima che diventi irreversibile. Ma intanto, nella legislatura in corso, il record resta lì: 108. Un numero che non racconta soltanto quante volte si è votato. Racconta come si è governato.