Santanchè resiste alla sfiducia e si presenta al ministero. Daniela Santanchè si presenta al ministero del Turismo alle dieci del mattino, scende dall’auto al telefono, non risponde alle domande e tira dritto. Ufficialmente, normale amministrazione. In realtà, attorno a quella passeggiata breve fino all’ingresso del dicastero si concentra uno dei momenti più umilianti vissuti dal governo Meloni da quando è a Palazzo Chigi. Perché la ministra arriva in ufficio il giorno dopo che la presidente del Consiglio ne ha di fatto chiesto pubblicamente le dimissioni. E il fatto che possa farlo, senza essersi ancora fatta da parte, racconta da solo il livello dello scontro in corso.
Il problema, infatti, non è soltanto la resistenza della ministra del Turismo. Il problema è che il braccio di ferro è ormai diventato pubblico, visibile, perfino plastico. Da una parte Giorgia Meloni che, dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, indica a Santanchè la stessa strada in nome della “sensibilità istituzionale”. Dall’altra Santanchè che oppone un ragionamento secco: “Il mio caso è diverso”. Tradotto: non intendo farmi sacrificare senza combattere.
Santanchè resiste alla sfiducia e trasforma il caso in un problema politico per Meloni
La scena del mattino ha un peso che va oltre il dettaglio di cronaca. Santanchè non si barrica in casa, non sparisce, non lascia filtrare il profilo di una resa imminente. Al contrario, si presenta regolarmente in ufficio, fa sapere di avere appuntamenti fino a sera e prova a comunicare l’idea di una ministra ancora pienamente operativa. In agenda ci sono persino riunioni organizzative su eventi futuri, dal Forum internazionale sul Pet Tourism al convegno di Assomarinas. Tutto come se la tempesta politica fosse soltanto rumore di fondo.
Ma proprio questa ostinazione rischia di aggravare il danno per Palazzo Chigi. Perché a questo punto il caso Santanchè smette di essere soltanto la storia di una ministra appesa a inchieste, processi e nuove accuse. Diventa la fotografia di una premier che parla, chiede, auspica, ma non ottiene subito obbedienza. Ed è esattamente su questo che si stanno infilando le opposizioni, con un gusto quasi crudele.
Giuseppe Conte parla di situazione “indecorosa” per le istituzioni e insiste sul punto più doloroso: Meloni non riesce a far dimettere la sua ministra. Matteo Renzi, con un colpo più sottile ma altrettanto tagliente, osserva che se la presidente del Consiglio non riesce a farsi ascoltare da Santanchè, allora la sua forza politica appare improvvisamente molto meno solida di quanto raccontato finora.
La mozione di sfiducia contro Santanchè alza il livello dello scontro
A rendere il quadro ancora più pesante c’è la mozione di sfiducia depositata contro Daniela Santanchè. Le opposizioni non si limitano più all’attacco mediatico o alla pressione politica: adesso provano a portare la battaglia in Parlamento, mettendo la maggioranza di fronte a una scelta netta e pubblica.
Il Movimento 5 Stelle rivendica di avere aperto il dossier già due anni fa e insiste sul fatto che serva una calendarizzazione urgente. Il messaggio è chiaro: se Giorgia Meloni ha davvero deciso di scaricare la ministra, allora la sua maggioranza dovrà dimostrarlo nei fatti. Non basteranno più i comunicati o gli auspici istituzionali. Servirà un gesto parlamentare, o comunque una scelta politica definitiva.
Questo passaggio è delicatissimo perché espone Fratelli d’Italia e gli alleati a una doppia trappola. Se difendono ancora Santanchè, smentiscono la linea impressa da Palazzo Chigi dopo la sconfitta al referendum. Se invece la mollano apertamente, ammettono che la ministra è diventata un peso indifendibile e che per mesi il governo l’ha protetta oltre ogni limite politico.
Le inchieste aperte e la linea del “mio caso è diverso”
Sul tavolo di Daniela Santanchè, intanto, si accumulano i fronti giudiziari. La nuova indagine per bancarotta sul caso Bioera si aggiunge al fascicolo già aperto per il dissesto di Ki Group, al processo sulla presunta truffa aggravata all’Inps per la cassa integrazione Covid e alla vicenda sui falsi in bilancio delle società Visibilia. Un quadro che da tempo ha trasformato la sua permanenza al governo in una questione politicamente tossica.
Eppure Santanchè continua a insistere sulla differenza del proprio caso. È una linea difensiva che punta a evitare l’automatismo tra indagine e dimissioni, tra pressione mediatica e passo indietro. In sostanza, la ministra sostiene di non voler essere trattata come un capro espiatorio utile a placare l’ira post referendum.
Il punto, però, è che ormai il referendum c’entra eccome. La vittoria del No sulla riforma della giustizia ha cambiato completamente il clima dentro la maggioranza. Ha fatto saltare i freni, ha imposto a Meloni di dare un segnale e ha reso improvvisamente sacrificabili figure che fino a pochi giorni fa venivano ancora schermate. Santanchè ha capito perfettamente di essere finita dentro questo meccanismo e per questo sta resistendo con tutta la sua consueta ferocia politica.
Meloni chiede il passo indietro, ma il vero danno è l’immagine di debolezza
Il nodo più grosso, ormai, non è nemmeno la sorte personale di Daniela Santanchè. È l’immagine del governo e soprattutto quella della presidente del Consiglio. Perché se una premier arriva al punto di chiedere pubblicamente la stessa “sensibilità istituzionale” già mostrata da Delmastro e Bartolozzi, e la ministra chiamata in causa il giorno dopo si presenta al ministero senza battere ciglio, il messaggio che passa è devastante.
È il messaggio di un’autorità incrinata. Di una leadership che deve trattare, convincere, forse perfino implorare, laddove fino a ieri bastava impartire una linea. È su questa crepa che si stanno gettando tutti: le opposizioni, certo, ma anche i retroscenisti di Palazzo, gli alleati nervosi, i rivali interni, chiunque senta odore di indebolimento.
Non a caso già si ragiona sui possibili sostituti, e il nome di Giovanni Malagò comincia a circolare come ipotesi per il Turismo. Quando iniziano a muoversi i nomi dei successori, vuol dire che il destino politico di chi è ancora formalmente in carica è già considerato appeso a un filo sottilissimo.
Dopo Delmastro e Bartolozzi il governo non può più permettersi uno stallo
La sensazione è che il governo non possa tenere a lungo questa sospensione. Delmastro e Bartolozzi hanno già lasciato. Nordio è stato fermato sul bordo di una crisi ancora più larga. Santanchè adesso è l’ultimo tassello di un domino che Palazzo Chigi vorrebbe chiudere in fretta per evitare che la sconfitta referendaria continui a produrre scosse.
Ma la ministra del Turismo non è una figura qualsiasi. Ha peso politico, relazioni, carattere, una lunga abitudine ai marosi del potere. Non è il tipo che esce in silenzio solo perché la porta si è socchiusa. E infatti sta provando a trasformare la sua resistenza in un test di forza, o almeno in una trattativa sul prezzo politico della propria uscita.
Resta però una verità brutale: più passa il tempo, più il caso Santanchè smette di logorare soltanto lei e comincia a colpire direttamente Giorgia Meloni. La domanda non è più solo quando la ministra cadrà. La domanda è quanto ancora la premier possa sopportare che, dopo averla invitata a lasciare, lei continui a presentarsi al ministero come se nulla fosse.







