Sam Altman attacca Elon Musk nel processo OpenAI: “Voleva il controllo di OpenAI e fonderla con Tesla”

Sam Altman e Elon Musk, IPA

La guerra più feroce della Silicon Valley ormai si combatte in tribunale. Da una parte Sam Altman, dall’altra Elon Musk. Ex alleati, ex soci, ex fondatori dello stesso sogno tecnologico. Oggi invece protagonisti di uno scontro che mette insieme ego, miliardi, intelligenza artificiale e controllo del futuro.

Per la prima volta davanti ai giurati del tribunale federale di Oakland, in California, Altman ha raccontato la sua versione della rottura con Musk. E le parole usate non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche. Secondo il ceo di OpenAI, Musk voleva il controllo totale della società fin dai primi anni di vita del laboratorio di ricerca nato come organizzazione non profit. Non solo: avrebbe insistito perché OpenAI venisse incorporata dentro Tesla.

“Quando se ne andò, il morale salì”

Di fronte al rifiuto degli altri fondatori, Musk lasciò OpenAI nel 2018. Una uscita che, secondo Altman, ebbe persino un effetto positivo sull’ambiente interno. “Ha alzato il morale di tutta la squadra”, ha dichiarato davanti alla corte. Poi l’affondo personale: “Non credo che il signor Musk sapesse come gestire un laboratorio di ricerca”.

Parole pesantissime, soprattutto considerando che Musk è stato uno dei primi finanziatori e promotori del progetto OpenAI. La testimonianza racconta però un clima interno già allora tesissimo, con visioni completamente diverse sul futuro dell’intelligenza artificiale e soprattutto sul controllo del potere che ne sarebbe derivato.

L’offerta segreta di xAI per comprare OpenAI

Ma il dettaglio più clamoroso emerso dal processo riguarda il 2025. Prima di Altman ha infatti testimoniato Bret Taylor, svelando che un consorzio guidato da xAI avrebbe presentato una offerta formale per acquisire OpenAI.

Una rivelazione esplosiva, perché Musk da tempo sostiene pubblicamente che OpenAI abbia tradito la propria missione originaria trasformandosi progressivamente in una struttura orientata al profitto. Eppure, secondo Taylor, proprio una società controllata da Musk avrebbe tentato di comprarla.

Taylor ha definito l’operazione “contraddittoria”: da una parte Musk denuncia OpenAI sostenendo che dovrebbe restare non profit, dall’altra prova a inglobarla dentro un gruppo privato guidato da lui stesso.

La battaglia sul futuro dell’IA

Dietro il processo c’è in realtà molto più di una lite tra miliardari. C’è il controllo dell’intelligenza artificiale più avanzata del pianeta. OpenAI, nata come organizzazione non profit con l’obiettivo di sviluppare AI a beneficio dell’umanità, negli anni si è trasformata in una struttura ibrida capace di attirare investimenti giganteschi e partnership strategiche.

Secondo Taylor, tutti i fondatori erano consapevoli che il modello puramente non profit non sarebbe bastato a sostenere i costi enormi dello sviluppo tecnologico. La transizione verso una struttura “profit” sarebbe stata considerata inevitabile per raccogliere capitali sufficienti a sopravvivere nella corsa globale all’intelligenza artificiale.

Ed è proprio lì che si è consumata la frattura definitiva con Musk, oggi impegnato a costruire una alternativa attraverso xAI mentre continua ad accusare OpenAI di aver tradito la propria missione originaria.

Nel frattempo, però, il processo sta mostrando anche il lato più umano della Silicon Valley: quello fatto di rancori personali, lotte di potere, ambizioni smisurate e vecchi soci che ormai si parlano solo attraverso avvocati e testimonianze giurate. Altro che rivoluzione tecnologica romantica. Qui si combatte per il controllo della macchina più potente del futuro.