Salim El Koudri resta in silenzio. Davanti agli investigatori, il 31enne fermato dopo aver travolto i passanti in via Emilia Centro a Modena e dopo aver tentato la fuga con un coltello, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ha detto soltanto di essere «ancora confuso». Troppo poco per spiegare una corsa folle, otto feriti, il panico nel cuore della città e un’accusa pesantissima: strage e lesioni gravi.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, arrivato a Modena per un incontro in Prefettura, ha definito l’episodio un crimine «gravissimo», ma ha frenato sull’ipotesi terroristica. Per il Viminale, allo stato, la vicenda va collocata soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico. Nessuna pista però viene archiviata: gli accertamenti proseguiranno, soprattutto sui telefoni, sui computer e sui profili social dell’uomo.
Il sospetto del rancore antisistema
Gli investigatori stanno cercando di costruire un profilo il più possibile preciso di El Koudri. Nato in Italia, laureato in economia aziendale, seguito per anni dal Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia, l’uomo avrebbe vissuto una frustrazione crescente legata anche alle difficoltà nel trovare lavoro.
È questo uno dei punti su cui si concentra l’attenzione: una buona formazione, aspettative alte, poi il senso di esclusione, la percezione di essere discriminato, forse il rancore verso una società sentita come ostile. Un rancore “antisistema” che, secondo una prima ipotesi investigativa, potrebbe essersi saldato a una fragilità psichica mai davvero presa in carico con continuità.
Nella sua cartella clinica emerge infatti un rapporto discontinuo con i servizi sanitari. El Koudri sarebbe stato seguito dal 2020 al 2024, ma avrebbe saltato diversi appuntamenti. Ricontattato per tornare, non si sarebbe più presentato. Dagli atti sanitari, però, non emergerebbero precedenti segnali di tendenze autolesionistiche o violente verso altre persone.
La frase sullo “spettacolo” e i device sequestrati
C’è poi una testimonianza che gli investigatori stanno verificando con grande attenzione. Una donna, infermiera, si è presentata in Questura raccontando di aver sentito la sera prima dell’attacco due uomini arabi parlare di qualcosa di eclatante in arrivo: «Un bellissimo spettacolo, che avrebbero visto in tanti». Un racconto ancora tutto da riscontrare, ma che inevitabilmente è entrato nel fascicolo.
Il vero nodo, adesso, sono però i dispositivi sequestrati. Telefoni, computer, attività social, contatti e frequentazioni verranno analizzati per capire se El Koudri abbia agito da solo, se abbia maturato il gesto in un delirio personale o se ci siano elementi di altra natura. Meta avrebbe cancellato alcuni suoi profili non per contenuti jihadisti, ma per l’abitudine dell’uomo ad aprire e chiudere account usando sempre la stessa mail. Un comportamento anomalo che gli inquirenti vogliono approfondire.
Salvini alza il tono
Sul piano politico, intanto, il caso continua a spaccare il governo. Dopo le prime uscite su permessi di soggiorno ed espulsioni, rientrate di fatto davanti a un dato giuridico incontestabile, cioè che El Koudri è cittadino italiano, Matteo Salvini ha rilanciato il tema dei profili social parlando di permessi di soggiorno da revocare, espulsioni e cittadini stranieri da cacciare dall’Italia.
Peccato che ci fosse un problema gigantesco: Salim El Koudri non è uno straniero da espellere. È italiano. Nato a Bergamo. Laureato in economia aziendale. Cresciuto in Italia. E seguito per anni dai servizi di salute mentale.
La realtà che smentisce la propaganda
Il cortocircuito è tutto qui. Perché la realtà, spesso, arriva dopo gli slogan e li distrugge pezzo per pezzo. El Koudri non è il migrante irregolare evocato nelle prime ore del dibattito politico. Non è un clandestino appena sbarcato. Non è nemmeno, almeno allo stato attuale delle indagini, un terrorista islamico.
Lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha spiegato che al momento non esistono elementi per parlare di terrorismo e che la vicenda sembra piuttosto inserita dentro una situazione di forte disagio psichiatrico.
Certo, gli investigatori stanno scavando nei profili social dell’uomo, nelle sue frasi rabbiose contro i “bastardi cristiani”, nei riferimenti religiosi e nei suoi comportamenti online. Ed è giusto farlo. Ma una cosa è indagare, un’altra è trasformare automaticamente un uomo musulmano in una prova vivente delle proprie campagne politiche. Perché, fino a prova contraria, essere musulmani non è un reato.
La scorciatoia più facile
Il punto politico vero è questo: appena emerge un nome straniero o un cognome arabo, una parte del dibattito pubblico smette di aspettare i fatti. Si entra direttamente nella narrazione. Immigrazione. Sicurezza. Espulsioni. Rimpatri.
Solo che stavolta quella narrazione si è schiantata quasi subito contro i dettagli concreti della storia. El Koudri è italiano. Ha studiato in Italia. Ha vissuto in Italia. Aveva una laurea e una storia clinica documentata. E secondo gli investigatori avrebbe sviluppato negli anni un forte rancore antisistema alimentato anche dalla frustrazione personale e lavorativa.
Una vicenda drammatica, complessa e probabilmente intrecciata a disagio mentale, isolamento e rabbia sociale. Molto meno comoda da usare come slogan da campagna permanente.
Il rischio di trasformare tutto in propaganda
Questo ovviamente non assolve El Koudri da nulla. Le responsabilità penali restano enormi e il gesto resta spaventoso. Ma proprio per questo servirebbe lucidità, non propaganda automatica.
Perché ogni volta che un fatto del genere viene immediatamente piegato alla guerra ideologica del momento, il rischio è duplice: da una parte si alimentano paure indiscriminate verso milioni di persone che non c’entrano nulla, dall’altra si smette di capire davvero cosa produca certe esplosioni di violenza.
E infatti oggi il quadro racconta qualcosa di molto diverso rispetto alla narrazione partita nelle prime ore: un uomo italiano, fragile, arrabbiato, probabilmente instabile, che a un certo punto ha trasformato il suo rancore in violenza cieca. Molto meno semplice da twittare rispetto al solito “immigrato da rispedire a casa”.







