Ci sono parole che, da sole, bastano a riaccendere un caso che non si è mai davvero spento. “Farneticante”. È il termine scelto da Roberta Bruzzone per definire uno degli audio che nelle ultime ore hanno ricominciato a circolare attorno al delitto di Garlasco.
Un giudizio netto, senza sfumature. Ma proprio per questo ancora più carico di implicazioni. Perché quegli audio, al di là delle etichette, esistono. E soprattutto raccontano qualcosa. O almeno ci provano.
Gli audio che tornano a far rumore
Non è la prima volta che registrazioni, presunte rivelazioni o materiali sonori si insinuano nella storia dell’omicidio di Chiara Poggi. Ma questa volta il clima appare diverso. Più teso. Più carico.
Nei file si disegna una pista alternativa che ribalta, o tenta di ribaltare, l’impianto già noto. Si fanno nomi. Si accennano ruoli. Si costruisce una narrazione in cui entrano Stefania Cappa, cugina della vittima, e Michele Bertani, figura legata ad Andrea Sempio. In questo schema, proprio Sempio resterebbe sullo sfondo, quasi marginale.
Una ricostruzione che, se trovasse conferme, cambierebbe completamente il quadro. Ma il punto è proprio questo: le conferme non ci sono.
“Farneticante”: una parola che pesa
Quando Roberta Bruzzone sceglie quel termine, non si limita a esprimere un dubbio. Traccia un confine. Da una parte ciò che si può verificare, dall’altra ciò che resta sospeso, fragile, privo di basi solide.
Secondo la criminologa Roberta Bruzzone, il problema non è soltanto il contenuto delle registrazioni, ma il modo in cui vengono costruite: convinzioni forti, quasi granitiche, che però non poggiano su elementi concreti. Una sicurezza che rischia di risultare ingannevole proprio perché appare così assoluta.
Eppure, proprio quella sicurezza è ciò che rende gli audio così pericolosamente affascinanti. Perché insinuano dubbi. Perché suggeriscono che qualcosa possa essere sfuggito.
Il silenzio prudente della difesa
Sul fronte opposto si muove Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi. Il suo non è un attacco, né una smentita frontale. È qualcosa di più sottile. Invita ad aspettare. A non correre. A distinguere tra ciò che esiste davvero e ciò che viene raccontato. E poi lascia cadere una frase che pesa quasi quanto “farneticante”: “Esistono anche strategie comunicative”.
Un modo elegante per dire che non tutto ciò che emerge nasce con l’obiettivo di chiarire. Alcune narrazioni, forse, servono a orientare, a spostare l’attenzione, a costruire una percezione.
Un caso che non vuole chiudersi
Il delitto di Garlasco ha una verità giudiziaria. Ma continua a vivere in una dimensione parallela fatta di ipotesi, contro-ipotesi, suggestioni. Ogni nuovo elemento – una testimonianza, un dettaglio dimenticato, un audio – riapre una crepa. E dentro quella crepa si infilano domande che non smettono di tornare.
Quegli audio, oggi, sono l’ennesimo punto di frizione. Possono essere irrilevanti. Possono essere fuorvianti. Oppure possono contenere qualcosa che ancora non si vede. Il problema è che, nel caso Garlasco, ogni volta che sembra tutto chiaro, arriva sempre qualcosa a rimettere tutto in discussione.







