Il punto non è soltanto la smentita personale. È il fatto che una ricostruzione del genere, pur senza riscontri giudiziari, sia entrata nel grande frullatore mediatico del caso Garlasco, finendo per ferire ancora una volta la famiglia Poggi.
Il santuario della Bozzola e la pista mai entrata nell’inchiesta
Altro capitolo: il santuario della Bozzola, tirato in ballo negli ultimi mesi in relazione a presunti abusi, ricatti sessuali e materiali compromettenti mai trovati. Anche qui, secondo Marco Poggi, non esiste alcun collegamento con l’omicidio della sorella.
L’ipotesi secondo cui Chiara Poggi avrebbe scoperto qualcosa legato a quella vicenda viene liquidata così: «Assolutamente no, è fantasia». Una frase secca, che prova a chiudere una pista mai realmente entrata nei fascicoli sul delitto e che, secondo quanto emerso, non è stata ritenuta meritevole di approfondimento dagli inquirenti.
La casa di cura, il Trentino e le luci dalla nonna
Tra le voci smentite da Marco Poggi c’è anche quella secondo cui sarebbe stato ricoverato in una casa di cura. Un’altra suggestione circolata senza fondamento, insieme all’ipotesi che il giorno del delitto fosse rientrato prima dal Trentino, dove si trovava in vacanza con i genitori.
Poi c’è il piccolo “mistero” delle luci accese nella casa della nonna di Chiara il giorno dell’omicidio. Anche qui Poggi offre una spiegazione semplice: «Abbiamo vissuto otto mesi a casa della nonna. Le luci accese sospette il giorno dell’omicidio? C’eravamo noi». Dopo il delitto, infatti, la villetta di via Pascoli era stata sequestrata e la famiglia si era trasferita proprio in quell’abitazione.
«Chi indagava poteva smorzare certe piste»
La frase più politica dell’intervista riguarda però il ruolo di chi avrebbe potuto fermare prima alcune ricostruzioni. Marco Poggi non attacca genericamente il circo mediatico, ma chiama in causa anche chi, secondo lui, avrebbe avuto la possibilità di chiarire subito l’inconsistenza di certe piste: «Mi sarei aspettato che la Procura intervenisse per smorzare le voci. Lasciare tutti nel circo mediatico non è giusto. C’è chi ci ha lucrato per un anno, noi abbiamo subito fango. Ora basta».
È questo il vero messaggio dell’intervista. Marco Poggi non chiede il silenzio sull’inchiesta, non pretende che la stampa smetta di fare cronaca e non nega che il caso debba seguire il proprio corso giudiziario. Chiede però una distinzione netta tra fatti e fantasie, tra indagini e veleni, tra cronaca e suggestioni senza riscontri.
Perché nel caso Garlasco, dopo quasi vent’anni, ogni nuova ipotesi può diventare una ferita. E Marco Poggi ha scelto di parlare proprio per dire che alcune di quelle ferite, secondo lui, non dovevano nemmeno essere aperte.







