Caso Flotilla, la Procura di Roma indaga Ben Gvir: accuse pesantissime tra tortura, sequestro di persona e tentato omicidio

Ben Gvir

La Procura di Roma indaga Itamar Ben Gvir e porta nel cuore della giustizia italiana uno dei casi internazionali più esplosivi legati alla guerra di Gaza. Il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, uomo forte e controverso del governo Netanyahu, compare nel fascicolo aperto dopo gli esposti presentati dai partecipanti alla missione umanitaria della Flotilla. Le accuse indicate dai volontari pesano come macigni: sequestro di persona, tortura, violazione del codice della navigazione e tentato omicidio.

Il caso Flotilla non riguarda più soltanto il blocco delle imbarcazioni dirette verso Gaza. Ora entra in un’inchiesta italiana che punta a ricostruire cosa sia accaduto quando la Marina israeliana ha fermato le 43 barche della missione umanitaria, in quali condizioni gli attivisti siano rimasti detenuti e quale ruolo abbiano avuto i vertici politici e militari israeliani nella gestione dell’operazione.

Perché la Procura di Roma indaga Ben Gvir

I magistrati romani lavorano sugli esposti dei volontari che volevano portare aiuti nella Striscia di Gaza. Secondo la denuncia, l’intervento israeliano avrebbe violato le regole della navigazione perché le imbarcazioni sarebbero state fermate in acque internazionali, senza un titolo legittimo per procedere agli arresti. Da qui nasce l’ipotesi di sequestro di persona.

Ma il fascicolo va oltre. Gli attivisti denunciano anche le condizioni di detenzione, le umiliazioni subite e il comportamento tenuto da Ben Gvir nei confronti dei prigionieri. Proprio su questo punto i pm vogliono capire se le condotte descritte possano configurare il reato di tortura.

Nel fascicolo compare anche l’ipotesi di tentato omicidio. Gli esposti fanno riferimento al lancio di razzi luminosi sulle barche da parte di droni che i volontari attribuiscono all’esercito israeliano. Secondo gli attivisti, quelle manovre avrebbero creato un rischio concreto per l’incolumità delle persone a bordo.

Le accuse della Flotilla contro il ministro israeliano

Il nome di Ben Gvir domina l’inchiesta per il peso politico del suo ruolo e per alcune immagini finite al centro dell’attenzione degli investigatori. Il ministro israeliano ha rivendicato l’operazione e compare nel video in cui alcuni attivisti della Flotilla appaiono inginocchiati nel porto di Ashdod, con le braccia legate dietro la schiena, circondati dalle forze di sicurezza.

Quelle immagini, insieme alle testimonianze raccolte dai carabinieri del Ros, possono diventare un passaggio decisivo dell’indagine. Gli investigatori vogliono verificare se il filmato confermi almeno una parte del racconto dei volontari sulle violenze fisiche e psicologiche subite dopo il fermo.

Gli attivisti descrivono una gestione della prigionia durissima tra Ashdod e Ketziot. Proprio in queste strutture, secondo le denunce, sarebbero avvenuti alcuni degli episodi più gravi. La Procura dovrà distinguere i fatti documentabili dalle accuse ancora da riscontrare, ma il fascicolo ha già assunto una portata politica enorme.

Da Ashdod a Ketziot, il nodo della detenzione

L’inchiesta non si ferma al solo Ben Gvir. Nel materiale arrivato sul tavolo dei pm compaiono anche altri nomi di primo piano del governo e delle gerarchie militari israeliane: il ministro della Difesa Israel Katz, il comandante della Marina Eyal Harel, il capo di Stato maggiore Eyal Zamir e il commissario del Servizio penitenziario Kobi Yaakobi.

Gli inquirenti approfondiranno le singole posizioni nei prossimi passaggi dell’indagine. Il punto centrale resta la catena delle responsabilità: chi ha deciso il fermo delle imbarcazioni, chi ha coordinato l’operazione, chi ha gestito gli attivisti dopo l’arrivo nei porti israeliani e chi ha autorizzato le modalità della detenzione.

La Procura di Roma ha affidato gli accertamenti ai pm dell’antiterrorismo, coordinati dal procuratore capo Francesco Lovoi. Una scelta che conferma la delicatezza del caso. I magistrati Stefano Opilio e Lucia Lotti dovranno muoversi su un terreno pieno di ostacoli: diritto penale italiano, norme internazionali, codice della navigazione, rapporti diplomatici e scenario di guerra.

Cosa può succedere nell’inchiesta sul caso Flotilla

L’indagine su Ben Gvir si annuncia difficile. I pm dovranno trovare riscontri alle testimonianze degli attivisti e ai video girati sulle imbarcazioni o diffusi dalle autorità israeliane. Molte verifiche potrebbero scontrarsi con limiti pratici e diplomatici, soprattutto perché una parte delle prove si trova fuori dal territorio italiano e riguarda apparati statali di un Paese straniero.

Resta poi il nodo politico. Gli investigatori dovranno capire se, prima dell’intervento israeliano, ci siano stati contatti o accordi tra il governo italiano e quello israeliano per tutelare i naviganti senza impedire a Israele di agire contro le imbarcazioni dirette verso Gaza. È uno degli aspetti più delicati, perché può spostare la vicenda dal piano penale a quello diplomatico.

Per ora l’inchiesta parte dalle denunce degli attivisti e dall’iscrizione di Ben Gvir nel registro degli indagati. Ma il dato politico è già evidente: un ministro in carica del governo Netanyahu finisce sotto la lente della Procura di Roma per accuse gravissime, mentre il caso Flotilla diventa un terreno di scontro tra giustizia italiana, diritto internazionale e guerra a Gaza.