Negli Stati Uniti c’è un dato che pesa come un macigno e che, allo stesso tempo, sembra non produrre alcuna conseguenza visibile. Sei americani su dieci sono contrari alla guerra in Iran. Un livello di disapprovazione che richiama, per intensità, quello registrato negli anni più bui della guerra del Vietnam. Eppure, a differenza di allora, non ci sono cortei oceanici, non ci sono campus in fermento, non c’è una mobilitazione di massa capace di trasformare il dissenso in pressione politica.
Qualche manifestazione c’è stata, soprattutto nei giorni immediatamente successivi all’attacco. Ma si è trattato di numeri ridotti: centinaia, al massimo qualche migliaio di persone. Troppo poco per un Paese che in passato ha dimostrato di saper portare in strada milioni di cittadini per cause ritenute urgenti.
Perché gli americani non protestano?
Il primo elemento da considerare è la natura stessa del conflitto. L’Iran è lontano, geograficamente e psicologicamente. Non ci sono, almeno per ora, grandi numeri di soldati americani coinvolti, non c’è una leva obbligatoria, non c’è un impatto diretto e immediato sulla vita quotidiana della maggioranza dei cittadini. La guerra esiste, ma resta sullo sfondo.
A questo si aggiunge una dinamica economica precisa. Le conseguenze energetiche del conflitto colpiscono molto più l’Europa e l’Asia che gli Stati Uniti. Il prezzo politico della guerra, quindi, non si traduce in un costo immediato per una larga fetta della popolazione americana. E quando il costo non si sente, anche l’urgenza di protestare si attenua.
Eppure questa spiegazione non basta. Gli Stati Uniti hanno dimostrato più volte di sapersi mobilitare anche su temi non direttamente legati al portafoglio. Il movimento Black Lives Matter ha portato milioni di persone in strada. Le proteste del 2020 contro Donald Trump hanno mostrato una capacità di mobilitazione diffusa. Anche più recentemente, le manifestazioni contro le politiche migratorie e le azioni dell’ICE hanno riempito le piazze. La domanda quindi resta: perché per la politica estera no?
La distanza morale della guerra
Una parte della risposta sta proprio nella distanza. Non solo geografica, ma morale. Le questioni interne — razza, diritti civili, immigrazione — toccano direttamente l’identità e la vita quotidiana dei cittadini. La guerra, soprattutto quando non coinvolge in modo diretto la popolazione, resta invece percepita come una decisione “di governo”, qualcosa che accade altrove e che non chiama in causa il singolo individuo nello stesso modo. È una differenza sottile ma decisiva. Se una politica viene percepita come “non mia”, la spinta a scendere in piazza si indebolisce. Il dissenso resta, ma diventa passivo.
La trasformazione della società americana
C’è poi un livello più profondo, meno immediato ma probabilmente più determinante. Negli ultimi decenni la società americana ha attraversato una trasformazione che ha cambiato il rapporto tra cittadini, Stato e politica.
La progressiva erosione del ruolo dello Stato, accompagnata da una forte spinta verso la privatizzazione e il mercato, ha modificato la percezione stessa della cittadinanza. Sempre meno comunità politica, sempre più somma di individui. Sempre meno responsabilità collettiva, sempre più scelte personali.
In questo contesto, anche la politica estera smette di essere vissuta come qualcosa che riguarda direttamente i cittadini. Se il governo federale viene percepito come un’entità distante, le sue azioni non sono più sentite come compiute “in nome” del popolo. E se non sono percepite come tali, viene meno anche la spinta a dissociarsene pubblicamente.
Polarizzazione e assenza di un soggetto collettivo
A complicare il quadro c’è la polarizzazione politica. Negli anni della presidenza Trump, la società americana si è divisa in blocchi sempre più rigidi, incapaci di riconoscersi in un terreno comune. Questo rende più difficile la costruzione di movimenti trasversali, capaci di aggregare consenso oltre le appartenenze.
Il risultato è un dissenso frammentato, che fatica a trasformarsi in mobilitazione. Esistono opinioni contrarie, anche molto diffuse, ma manca un soggetto collettivo capace di tradurle in azione. E qui si inserisce il vero nodo: la responsabilità. In teoria, in una democrazia, i cittadini restano politicamente responsabili delle scelte del proprio governo. Ma se questo legame si indebolisce, se il senso di appartenenza si dissolve, allora anche la responsabilità diventa astratta.
Il paradosso americano
Il paradosso, quindi, è evidente. Gli americani possono essere contrari alla guerra, ma non sentirsi abbastanza coinvolti da scendere in piazza. Possono riconoscere la gravità di una scelta politica senza trasformare quel giudizio in azione. È una differenza profonda rispetto al passato. Durante il Vietnam, la guerra era percepita come una ferita diretta, un rischio personale, una questione esistenziale. Oggi è una realtà distante, mediata, quasi virtuale.
Questo non significa che la mobilitazione non arriverà. Significa però che, se arriverà, dovrà superare una barriera nuova: non solo convincere le persone che la guerra è sbagliata, ma farle sentire di nuovo parte di un “noi” capace di reagire. E senza quel “noi”, anche il dissenso più diffuso rischia di restare in silenzio.







