Ucraina torna ad avanzare come nel 2022. Nel mondo rovesciato della propaganda, Vladimir Putin avanza senza ostacoli e l’Ucraina sarebbe ormai al collasso. Sul campo di battaglia, però, la fotografia di queste settimane racconta una storia diversa. Non definitiva, non risolutiva, ma certamente diversa. Da gennaio le forze di Kiev sono tornate all’attacco e hanno appena chiuso un’offensiva che, secondo Volodymyr Zelensky, ha portato alla riconquista di 434 chilometri quadrati di territorio. Un risultato che l’esercito ucraino non registrava dal novembre 2022 e che riapre una partita che molti, troppo in fretta, avevano dichiarato già scritta.
Il settore decisivo è quello nell’angolo più orientale della regione di Dnipropetrovsk, una zona grigia e delicatissima che può unire il fronte del Donetsk a quello di Zaporizhzhia. Qui gli ucraini hanno approfittato di una combinazione di fattori favorevoli. Il primo è stato il gelo, che ha ridotto l’efficacia di una delle armi su cui Mosca aveva costruito il proprio vantaggio tattico, cioè i droni. Il secondo è stato il colpo subito dalle comunicazioni russe dopo lo stop di Starlink, che ha creato un buco pesante nelle trasmissioni satellitari e nelle connessioni tra comandi e sistemi d’arma. A quel punto Kiev ha fatto quello che ogni esercito prova a fare quando vede l’avversario scoperto: ha accelerato.
Ucraina, la controffensiva che sorprende Mosca e smentisce la narrativa della vittoria russa
Le truppe ucraine si sono lanciate su due direttrici, hanno superato alcune postazioni nemiche e isolato quattro villaggi, prendendo il controllo di un’area che oggi vale non solo sul piano simbolico, ma soprattutto su quello operativo. Il cuore degli scontri si è spostato attorno a Huliapole, punto di cerniera tra questi territori, e diversi analisti vedono in questa manovra una scelta precisa: non tanto cercare il colpo decisivo, che Kiev non ha uomini sufficienti per infliggere, quanto bloccare o almeno disturbare l’assalto su larga scala che il Cremlino starebbe preparando per aprile.
Questo è il punto da capire bene. L’avanzata di Kiev non significa che l’Ucraina stia per ribaltare la guerra. Significa però che la macchina militare russa, nonostante la sua massa e la sua capacità di logoramento, non è riuscita a chiudere il conflitto nei tempi e nei modi che sperava. Le forze di Mosca, di fatto, restano inchiodate da Natale. Non sono riuscite neppure a completare l’espugnazione di Pokrovsk, la città-fortezza assediata dal giugno 2024, e questo dice molto sulla fatica russa nel trasformare la superiorità di risorse in risultati davvero risolutivi.
Sul terreno, intanto, Kiev prova a fare quello che le riesce meglio quando non può contare sui numeri: colpire le retrovie, disturbare la logistica, rallentare l’accumulo di uomini e mezzi. In questa logica rientra anche l’intensificazione dei raid notturni contro obiettivi industriali dentro la Russia. Le incursioni hanno preso di mira raffinerie, impianti energetici e soprattutto fabbriche belliche. Il colpo più significativo è stato quello contro lo stabilimento Kremniy El di Bryansk, un sito chiave per la componentistica microelettronica usata nei sistemi di guida dei missili russi. Un bersaglio che vale più di tanti slogan, perché colpire la catena tecnologica della guerra significa tentare di rallentare la capacità dell’avversario di rigenerarsi.
Droni, infrastrutture e ponte di Kerch: la nuova strategia di Kiev
L’Ucraina ha cambiato passo anche sul piano degli strumenti. Sta usando ordigni più potenti, come i Flamingo FP5, che provocano danni più seri alle raffinerie e alle linee di montaggio, rendendo riparazioni e ripartenze molto più difficili. Allo stesso tempo si è concentrata sulle navi che trasportano rifornimenti verso la Crimea attraverso lo stretto di Kerch. Sono stati colpiti i traghetti più capienti e i moli di imbarco del porto di Kavkaz, cioè snodi cruciali per alimentare il ponte logistico verso la penisola occupata.
È una guerra che si combatte sempre meno lungo una linea frontale ordinata e sempre più nel cuore della profondità strategica. I droni ucraini arrivano con maggiore frequenza verso il distretto della capitale russa, nonostante la protezione di una rete contraerea ormai massiccia. A Mosca ne vengono lanciati anche cinquanta insieme. Non sempre fanno danni enormi, ma servono a qualcosa di fondamentale: obbligare il Cremlino a spendere risorse per la difesa interna, a disperdere sistemi, a mostrare ai propri cittadini che la guerra non è più un film lontano trasmesso in televisione.
La Russia reagisce, l’Europa tentenna e il rischio è sprecare il vantaggio
Naturalmente sarebbe un errore leggere queste settimane come il segnale di un crollo russo. Mosca resta capace di adattarsi. Lo ha fatto dall’inizio dell’invasione e continua a farlo anche ora, sia pure più lentamente degli ucraini. I tecnici del Cremlino stanno già lavorando per colmare il buco nelle comunicazioni provocato dallo stop di Starlink e gli ultimi attacchi contro Kiev mostrano che i russi stanno sperimentando droni con sistemi di navigazione più autonomi, aiutati dall’intelligenza artificiale. Inoltre hanno ripreso i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche ucraine, nel tentativo di riportare il Paese verso il buio e il logoramento civile.
Lo si è visto a Novodnistrovsk, dove la distruzione della diga e di parte della centrale idroelettrica ha provocato anche un grave danno ambientale al fiume Dniester, che alimenta le riserve idriche moldave. In parallelo il Cremlino continua a premere sul Donetsk, insistendo su Kostantynivka da sud e su Lyman da nord, anche se proprio lì gli ucraini hanno lanciato un contrattacco che ha allontanato almeno per ora la minaccia.
Ucraina torna ad avanzare come nel 2022
Il punto politico, però, è forse ancora più importante di quello militare. Perché ogni avanzata di Kiev rischia di diventare inutile se dietro non c’è una volontà occidentale coerente e continua. La guerra in Iran offre ossigeno a Mosca attraverso il rialzo dei prezzi energetici e, soprattutto, rischia di ridurre le consegne di sistemi fondamentali come i Patriot all’Ucraina. Nel frattempo Sergey Lavrov usa parole sempre più simili a quelle di Donald Trump: disponibilità teorica al negoziato, ma solo alle condizioni del Cremlino, mentre sul terreno si continua a spingere.
E poi c’è l’Europa, che come spesso accade vacilla quando il prezzo del petrolio sale e l’energia torna a mordere. Le parole del premier belga Bart De Wever, favorevole a una normalizzazione con la Russia per tornare all’energia a basso costo, non sono una semplice uscita isolata. Sono il sintomo di un malessere più profondo che attraversa il continente. Bruxelles, per esempio, non ha ancora consegnato neppure uno dei trenta F-16 promessi a Kiev. E questo ritardo pesa.
Alla fine, dunque, la notizia vera non è soltanto che l’Ucraina ha riconquistato 434 chilometri quadrati. La notizia vera è che, nonostante tutto, Kiev è ancora viva militarmente, ancora capace di attaccare, ancora in grado di smentire la narrazione di una vittoria russa inevitabile. Ma in questa guerra sopravvivere non basta. Ogni successo sul terreno ha bisogno di essere sostenuto politicamente, militarmente e industrialmente. Altrimenti rischia di restare soltanto una fiammata brillante in mezzo a un conflitto che Mosca continua a pensare di poter vincere per sfinimento.







