Carburanti, Meloni si aggrappa all’Eni per fermare il caro diesel: prezzi fino a 2,25 euro, ma il governo rinvia il taglio delle accise

Giorgia Meloni

Il prezzo del diesel sale, gli automobilisti pagano e Giorgia Meloni spera che a risolvere il problema ci pensi l’Eni. Dopo aver deciso di non prorogare il taglio delle accise sui carburanti, il governo si ritrova alle prese con una nuova ondata di rincari che rischia di trasformarsi in un problema politico. Il tetto di 2,19 euro al litro, presentato appena due settimane fa come il risultato della pressione esercitata dalla premier sulle compagnie petrolifere, ha già ceduto il passo a quota 2,25 euro. Adesso Palazzo Chigi chiede al Cane a sei zampe di fare un altro sforzo, confidando che l’andamento delle quotazioni internazionali permetta di abbassare i listini entro una decina di giorni.

La strategia dell’esecutivo, almeno per il momento, non prevede nuovi interventi fiscali immediati. Meloni preferisce affidarsi alla collaborazione dell’Eni, guidata da Claudio Descalzi, e spera che anche gli altri grandi operatori del settore seguano la stessa strada. Sul tavolo esiste comunque un’alternativa: utilizzare l’extragettito Iva prodotto dall’aumento dei prezzi per finanziare una riduzione delle accise. Le risorse disponibili ammonterebbero già a circa 160 milioni di euro, ma la presidente del Consiglio vorrebbe conservarle, possibilmente fino a gennaio, quando il tesoretto potrebbe diventare molto più consistente.

Diesel a 2,25 euro, Meloni chiede all’Eni di tornare al vecchio tetto

Il governo guarda con attenzione ai prossimi dieci giorni, considerati decisivi per capire se il prezzo del gasolio potrà tornare ai livelli di fine settembre. L’Eni ha già dato un primo segnale, riducendo di quattro centesimi il prezzo consigliato del diesel, sceso così a 2,21 euro al litro. Una mossa che alimenta l’ottimismo di Palazzo Chigi, dove si ritiene possibile un ulteriore ribasso fino a quota 2,19 euro, purché le condizioni del mercato petrolifero internazionale rimangano favorevoli.

Dal vertice Med9 di Spalato, Meloni ha auspicato che nelle prossime ore si possa ripristinare pienamente il limite precedente. L’Eni, dal canto suo, ha assicurato di condividere le necessità espresse dalla premier e di voler mantenere una politica commerciale responsabile, compatibile con le quotazioni internazionali. Il tetto attuale di 2,25 euro avrebbe soprattutto la funzione di contenere eventuali picchi, mentre l’obiettivo politico rimane quello di riportare il diesel a un prezzo inferiore senza ricorrere a nuovi sconti finanziati dallo Stato.

Accisa mobile, ci sono 160 milioni ma il governo non vuole spenderli subito

L’alternativa alla pressione sulle compagnie petrolifere si chiama accisa mobile, uno strumento che consente di utilizzare le maggiori entrate Iva generate dai rincari per ridurre la tassazione sui carburanti. In questo modo, almeno una parte del denaro incassato in più dallo Stato tornerebbe agli automobilisti attraverso prezzi più bassi alla pompa. Secondo le stime riportate, l’extragettito di settembre ammonterebbe a circa 160 milioni di euro, una somma che potrebbe finanziare un intervento immediato, seppure limitato.

Meloni, tuttavia, preferisce aspettare. La premier ha spiegato che l’esecutivo sta valutando se sia più efficace utilizzare subito queste risorse oppure conservarle per quando termineranno le attuali misure di contenimento. Dietro questa prudenza c’è anche il timore che una riduzione delle accise finisca per alleggerire la pressione sulle compagnie petrolifere, consentendo loro di beneficiare indirettamente dello sconto fiscale senza assumersi interamente il costo della diminuzione dei prezzi. Per il momento, dunque, il governo continua a puntare sulla moral suasion nei confronti dell’Eni e degli altri operatori.

Il tesoretto potrebbe salire a 500 milioni: gennaio diventa la data decisiva

La scelta di rinviare l’intervento sulle accise risponde anche a un calcolo economico e politico. Se i prezzi dei carburanti dovessero mantenersi elevati, l’extragettito Iva potrebbe crescere fino a raggiungere, secondo le ipotesi circolate, una cifra compresa tra 400 e 500 milioni di euro. Risorse che Palazzo Chigi potrebbe utilizzare a gennaio, quando la legislatura sarà più vicina alla sua conclusione e il tema del costo della vita potrebbe assumere un peso ancora maggiore nel confronto elettorale.

Naturalmente, si tratta di una prospettiva legata a diverse incognite. Il tesoretto potrebbe non raggiungere le dimensioni sperate, mentre l’andamento del petrolio e dei prodotti raffinati resta esposto alle oscillazioni dei mercati internazionali. Inoltre, anche qualora l’Eni riuscisse a riportare il diesel a 2,19 euro, non esisterebbe una garanzia automatica che tutte le compagnie applichino lo stesso prezzo o che il ribasso rimanga stabile nel tempo.

Il punto politico resta però evidente: il governo dispone di uno strumento fiscale per intervenire sul caro carburanti, ma per ora sceglie di non utilizzarlo. Preferisce attendere che siano le compagnie petrolifere, a partire dall’Eni, a ridurre i listini, conservando le risorse pubbliche per un eventuale intervento successivo. Una scommessa che potrebbe funzionare se il mercato darà una mano a Meloni, ma che nel frattempo lascia agli automobilisti il conto dei rincari. E mentre Palazzo Chigi studia quando sia più conveniente spendere il proprio tesoretto, chi deve fare rifornimento continua a pagare il prezzo di oggi.