Così l’Iran ha umiliato i piani di Trump: basi colpite, Hormuz nel caos e una guerra che Washington aveva capito troppo tardi

La vera sorpresa di questa guerra non è che l’Iran abbia reagito. La vera sorpresa è come ci sia riuscito. Dopo dodici giorni di attacchi, con quasi diecimila obiettivi colpiti sul suo territorio e una pressione militare che sulla carta avrebbe dovuto spezzarne la capacità di risposta, la Repubblica islamica continua invece a lanciare missili, droni e attacchi coordinati. È questo il dato che oggi inquieta di più gli ambienti militari: Teheran non solo non è stata azzerata, ma ha dimostrato di avere preparato la rappresaglia molto meglio di quanto Washington avesse immaginato.

Il punto centrale, in una guerra, non è mai soltanto quanti uomini hai o quante armi possiedi. Il punto è se sai cambiare. Se sai osservare quello che accade, capire come si trasforma il campo di battaglia e adattarti prima dell’avversario. È il principio che ha dominato il conflitto in Ucraina, dove russi e ucraini hanno modificato in continuazione tattiche, strumenti e priorità. Ed è esattamente la lezione che i generali iraniani sembrano avere assimilato, mentre gli Stati Uniti, almeno secondo questa ricostruzione, l’avrebbero trattata con una superficialità difficile da spiegare.

La “lezione ucraina” dei pasdaran: il piano per accecare i radar e colpire le basi USA

Gli strateghi di Teheran avrebbero studiato con attenzione il fronte ucraino, anche grazie alla collaborazione con Mosca. Poi si sarebbero concentrati sui raid israeliani di giugno, cercando di capire come venivano localizzate le rampe di lancio e dove si aprivano le falle nel sistema difensivo dello Stato ebraico. In particolare, i pasdaran avrebbero analizzato due debolezze: la difficoltà di proteggere stabilmente le città israeliane e il consumo enorme di intercettori da parte delle batterie antimissile. Un punto cruciale, perché se il nemico ha scudi potenti ma munizioni limitate, la partita si sposta sul logoramento.

Da qui sarebbe nata la prima mossa della ritorsione iraniana: colpire i radar. Secondo questa ricostruzione, Teheran avrebbe distrutto cinque dei principali sistemi di avvistamento capaci di segnalare in anticipo l’arrivo dei missili. Un colpo pensato non per fare scena, ma per aprire un varco. Una volta indebolita la vista del sistema difensivo, sono arrivate le incursioni sulle installazioni americane. Il bilancio sarebbe pesantissimo: diciassette siti colpiti, incluse tutte le undici basi militari esistenti in Medio Oriente. Solo il comando della Quinta Flotta in Bahrain avrebbe riportato danni valutati in circa duecento milioni di dollari. Il conto complessivo, secondo questa ricostruzione, supererebbe i tre miliardi.

È un dato che cambia completamente il racconto occidentale della guerra. Perché la narrazione ufficiale si è retta finora sull’idea di una superiorità schiacciante di Stati Uniti e Israele, capaci di piegare la capacità di risposta iraniana in tempi rapidi. Invece i numeri e la continuità degli attacchi suggeriscono il contrario: l’Iran avrebbe perso molto, ma non abbastanza da essere neutralizzato. E soprattutto avrebbe protetto ciò che davvero contava.

Intelligence e terrore psicologico: il giallo degli alberghi del Pentagono e le testate a grappolo

Per riuscire a mantenere il terrore sul territorio israeliano, i pasdaran avrebbero puntato anche su missili con testata a grappolo, capaci di disseminare ordigni prima di essere intercettati. Una scelta non solo militare, ma psicologica. Dei trecento missili lanciati nei primi giorni, la metà sarebbe stata dotata proprio di questa carica. Non servono soltanto a distruggere. Servono a saturare, a confondere, a rendere più costoso ogni tentativo di difesa.

Ma l’aspetto forse più inquietante riguarda l’intelligence. Teheran sarebbe riuscita a individuare gli alberghi in cui dormiva personale del Pentagono in tre città diverse e li avrebbe colpiti deliberatamente. Per fortuna senza vittime, ma il segnale è chiarissimo: l’Iran non si è limitato a reagire. Ha cercato di colpire nervi sensibili, con l’obiettivo di provocare morti americane che avrebbero avuto un peso politico diretto sulla Casa Bianca.

Nel frattempo i pasdaran avrebbero fatto anche un’altra cosa fondamentale: nascondere gli armamenti decisivi e mantenere in piedi la catena di comando. È qui che si misura la qualità di una struttura militare sotto attacco. Se perdi depositi, uomini e basi, ma riesci comunque a distribuire gli asset, a diluire le partenze e a conservare una regia centrale, allora puoi continuare a combattere anche in condizioni estreme. È quello che, secondo molte valutazioni, l’Iran sta facendo. Dopo un calo drastico, da quattro giorni i lanci di droni Shahed sarebbero tornati a crescere. In Israele temono che possano aumentare ancora.

L’incubo del Pentagono: l’arsenale segreto degli ayatollah è più vasto del previsto?

Il dato decisivo, adesso, è proprio questo: quanti colpi restano. Washington prova a mostrarsi ottimista. Il capo di Stato maggiore Dan Caine ha detto che gli attacchi con missili balistici sarebbero diminuiti del 90 per cento e quelli con droni kamikaze dell’83. Ma dietro questa sicurezza, filtrano già dubbi molto più seri. Al Pentagono comincerebbe a circolare il sospetto che le informazioni sui lanciatori iraniani siano incomplete e che l’arsenale accumulato dagli ayatollah sia molto più vasto di quanto indicassero le stime più pessimistiche.

È un passaggio enorme. Perché se gli Stati Uniti hanno attaccato partendo da una mappa sbagliata delle capacità residue dell’Iran, allora non si tratta solo di un errore di valutazione. Si tratta di un errore strategico. E il fatto che Teheran continui a colpire, anche solo continuando a colpire, diventa già una vittoria. Significa che l’uccisione di Ali Khamenei e la campagna di bombardamenti non hanno spezzato il regime. Significa che il mondo vede una Repubblica islamica ancora in piedi, ancora capace di rispondere, ancora in grado di creare danni.

Effetto Hormuz e crisi petrolifera: l’errore di valutazione di Donald Trump

Ma è sul piano economico e logistico che l’errore americano appare ancora più clamoroso. Secondo questa ricostruzione, Washington avrebbe completamente sottovalutato due scenari che erano quasi scontati. Il primo: che l’Iran avrebbe colpito i Paesi del Golfo, mettendo in crisi attività economiche, porti, depositi e impianti energetici. Ieri i depositi di greggio nel porto omanita di Salalah sarebbero stati incendiati, mentre due droni avrebbero tentato di raggiungere il più grande impianto estrattivo saudita.

Il secondo scenario, ancora più grave, riguarda lo Stretto di Hormuz. Qui si misura l’errore forse più grossolano della macchina militare e politica americana. Gli Stati Uniti non avrebbero predisposto una protezione adeguata per la navigazione in uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta, aprendo così la porta a una crisi petrolifera mondiale. E il problema non si risolve dicendo di avere distrutto la flotta iraniana. Perché i Guardiani della Rivoluzione non contano solo sulle navi. Contano su droni aerei e navali, razzi, mine, mezzi veloci, saturazione. In altre parole: non hanno bisogno di dominare il mare. Gli basta renderlo impraticabile.

È qui che la guerra smette di essere solo una questione di missili e basi e diventa ciò che è sempre stata davvero: una partita politica ed economica. Clemenceau diceva che la guerra è troppo seria per lasciarla ai generali. E in questo caso il punto appare lampante. I vertici militare statunitensi avrebbero posto dubbi, indicato rischi, segnalato incognite. Ma Donald Trump avrebbe tirato dritto, ignorando proprio quelle variabili che adesso presentano il conto: la tenuta del regime iraniano, la vulnerabilità delle basi americane, la crisi nel Golfo, il fattore Hormuz, l’effetto domino sul petrolio.

La verità, nuda e brutale, è che l’Iran non ha bisogno di vincere militarmente per dire di avere spiazzato l’armata di Trump. Gli basta continuare a esistere, continuare a colpire, continuare a tenere aperta la minaccia. Gli basta dimostrare che la più grande macchina militare del mondo non aveva capito fino in fondo né dove colpire né cosa proteggere. Ed è proprio questo, oggi, il problema più grave per Washington: non solo fermare Teheran, ma trovare una via d’uscita da una guerra che aveva immaginato molto più semplice di quanto si stia rivelando.