L’Italia è pronta, almeno in caso di guerra legale. Se i soldati sono 161.890, gli avvocati arrivano a quota 228.641. Un esercito in toga, più numeroso di quello in divisa, che racconta meglio di molti editoriali il carattere profondo del Paese: litigioso, regolato, impigliato nelle norme, innamorato del ricorso, del cavillo, della causa che forse si poteva evitare ma ormai tanto vale fare fino in fondo. L’avvocatura italiana, però, non è più quella di dieci anni fa. Il numero dei professionisti cala, i redditi risalgono, le donne fanno più fatica a restare dentro il mercato e l’intelligenza artificiale entra negli studi con la velocità di un praticante che non chiede ferie.
Avvocati in Italia, una categoria meno numerosa ma più ricca
La fotografia arriva dal Rapporto sull’Avvocatura 2026, realizzato da Cassa Forense e Censis, che nel suo decimo anniversario restituisce l’immagine di una professione in trasformazione. Nel 2025 gli avvocati italiani sono 228.641: 106.655 donne e 121.966 uomini. Dieci anni prima erano 235.055. Il calo non è enorme, ma è significativo perché interrompe l’idea di una categoria destinata a crescere all’infinito, come se ogni famiglia italiana dovesse produrre almeno un avvocato, un commercialista e un cugino esperto di successioni.
La discesa riguarda soprattutto le donne: in dieci anni le avvocate sono diminuite di 4.238 unità, mentre gli uomini sono calati di 2.176. Il dato è importante perché dice molto più di una semplice contrazione numerica. Racconta una professione ancora sbilanciata, nella quale il carico familiare, la continuità del reddito e la difficoltà di conciliare tempi di lavoro e vita privata pesano in modo diverso su uomini e donne.
Redditi in crescita, ma il divario di genere resta enorme
Se il numero degli iscritti cala, i conti invece migliorano. Nel 2024 il reddito complessivo Irpef degli avvocati ha raggiunto gli 11,2 miliardi di euro, con un aumento del 7,1% rispetto al 2023. Il volume d’affari complessivo ha superato i 16 miliardi, crescendo del 5,7%. Anche il reddito medio sale: 51.912 euro, con un incremento dell’8,9%.
Dentro questa media, però, si nasconde una frattura pesantissima. Gli uomini dichiarano in media 67.959 euro, le donne 33.829. Praticamente la metà. Il dato fotografa una distanza strutturale che non può essere liquidata come effetto statistico o differenza di anzianità professionale. È il segnale di un mercato ancora diseguale, dove l’accesso alle pratiche più redditizie, ai clienti più forti e alle reti professionali più solide continua a non essere distribuito in modo equilibrato.
Il cosiddetto “Pil dell’avvocatura” conferma comunque la forza economica della categoria. Nel 2024 l’indice raggiunge quota 187, su base 2000, mentre il Pil nazionale si ferma a 109,6. Tradotto: l’avvocatura cresce molto più del Paese che rappresenta, difende e spesso contribuisce a complicare. Anche la percezione interna migliora. Nel 2015 oltre il 61% degli avvocati definiva il proprio status “critico”; oggi quella quota scende al 45,3%. Resta alta, ma il clima è meno cupo. L’area della forte incertezza professionale passa dal 22,5% al 18,4%, segnale di una lenta stabilizzazione.
Studi individuali, giovani più flessibili e boom dell’intelligenza artificiale
Sul piano organizzativo, l’avvocato italiano resta ancora molto legato al modello classico dello studio individuale. Il 66,2% gestisce da solo la propria attività. È l’immagine tradizionale del professionista autonomo, con targa fuori dalla porta, fascicoli sulla scrivania e agenda piena di udienze, clienti e rinvii. Ma tra gli under 40 lo scenario cambia: solo il 42,4% lavora in autonomia, mentre crescono forme più flessibili, collaborative e meno solitarie.
Il segnale più vistoso arriva però dalla tecnologia. In appena un anno l’uso dell’intelligenza artificiale tra gli avvocati passa dal 27,5% al 55,3%. Tra gli under 40 raggiunge addirittura il 70,3%. Una corsa rapidissima, che cambia il modo di cercare precedenti, preparare bozze, analizzare documenti, costruire strategie e organizzare il lavoro quotidiano. L’avvocato resta centrale, ma lo studio legale comincia ad assomigliare sempre meno a un archivio polveroso e sempre più a una piattaforma professionale evoluta.
La sfida, adesso, è capire se questa trasformazione produrrà davvero più efficienza o soltanto nuove disuguaglianze tra chi saprà usare gli strumenti digitali e chi resterà fermo al vecchio modello. Perché l’avvocatura italiana è più solida di quanto sembri, ma non può ignorare i suoi nodi: ricambio generazionale, squilibrio di genere, sostenibilità economica degli studi più piccoli e capacità di adattarsi a un mercato che cambia.
Il Paese degli azzeccagarbugli, insomma, è ancora ben presidiato. Gli avvocati diminuiscono, ma restano tantissimi. Guadagnano di più, ma non tutti allo stesso modo. E mentre l’Italia continua a produrre norme, contenziosi e ricorsi con generosa fantasia nazionale, la toga prova a cambiare pelle. Non sempre per scelta. Spesso per necessità.







