C’è un limite sottile che divide l’interpretazione artistica dalla pura e semplice tracotanza. Un limite che ieri sul palco del Concertone del Primo Maggio, è stato superato con la spensieratezza di chi, forse, non ha ben chiaro il peso delle parole che maneggia. La cantante sicula, Delia Buglisi, artista ancora “in erba”, con una carriera tutta da costruire, fresca dal podio dello scorso XFactor e ora in voga con il brano “Al mio Paese” con Serena Brancale e Levante, ha compiuto un gesto che molti hanno letto come un atto di presunzione imperdonabile e infatti per questo il web si è rivoltato: mettere mano al testo di “Bella Ciao”.
“Partigiano” diventa “essere umano”, rivolta social
Si tratta di uno scivolone concettuale che ha immediatamente infiammato la rete. Sostituire la parola “partigiano” con un generico “essere umano” di certo non è un’operazione di inclusività (a suo dire) bensì una vera e propria cancellazione di una parte di Storia che rimane nella storia. La rivolta social scoppiata pochi secondi dopo l’esibizione non è stata figlia del solito “odio gratuito”, ma di un disagio profondo: quello di vedere un inno che appartiene alla memoria collettiva di un popolo ridotto a un “claim” universale e annacquato.
“Bella Ciao” è un canto di lotta, sangue e identità. Non è affatto una canzonetta pop da adattare al mood della giornata. Togliere la parola “partigiano” e sostituirla con “essere umano” significa privare quel brano della sua spina dorsale politica e storica, trasformando un grido di Resistenza in un innocuo messaggio di pace da baci perugina.
La giustificazione che non convince
Nel tentativo di difendere la sua scelta, Delia fresca di esibizione ha rilasciato intervista in cui ha parlato della necessità di “allargare il messaggio” guardando alle guerre di oggi. Ma è proprio qui che l’errore si fa più grave: chi scrive o canta per il grande pubblico dovrebbe sapere che l’universale si raggiunge attraverso il particolare. È proprio perché c’è stato un “partigiano” che oggi possiamo cantare di libertà.
Rendere tutto generico non aiuta a capire il presente, piuttosto contribuisce a confondere il passato. Se ogni giovane artista che sale su un palco istituzionale si sentisse autorizzato a riscrivere i classici della nostra storia per “adattarli ai tempi”, cosa resterebbe della nostra memoria?
Il peso della gavetta e il rispetto dei simboli
La sensazione, amara, è quella di una scorciatoia comunicativa. Per un’artista emergente, far parlare di sé attraverso una provocazione su un brano sacro è la via più breve per finire nei trend? La risposta è “Sì”, ma è anche la scelta più rischiosa per la propria credibilità e identità. La cultura e la musica richiedono rispetto, specialmente quando si toccano corde che vibrano ancora nel petto di milioni di italiani.
Prima di “aggiornare” la Storia, bisognerebbe averla studiata, capita e, soprattutto, onorata. Delia tuttavia ha scelto la strada del revisionismo estetico; il pubblico, sovrano e ferocemente affezionato ai propri simboli, le ha risposto con un coro di fischi digitali che difficilmente dimenticherà. Insomma, un “peccato originale” difficile da perdonare, giustamente.
La prossima volta, forse, basterà solo cantare e onorare con religiosità tutti quei partigiani che hanno lottato per la libertà. Quella che oggi ci ritroviamo, se l’abbiamo è grazie a loro. Questa volta magari, senza la pretesa di voler insegnare al mondo che “essere umani” sia meglio che essere partigiani. Perché le due cose, nella nostra storia, sono state e restano la stessa identica scelta.







