Bentornati anni ’70, in Svizzera torna l’autostop: panchine per i passaggi gratis e cartelli luminosi “Stop, grazie!”

Autostop

Bentornati anni ’70, in Svizzera torna l’autostop. Altro che app per il car sharing, algoritmi, monopattini elettrici e auto connesse. In Svizzera è tornato l’autostop. Quello vero. Quello col pollice alzato, l’attesa a bordo strada e la speranza che qualcuno rallenti, abbassi il finestrino e dica semplicemente: “Sali”.

Succede nel ricco e ordinatissimo Canton Vaud, dove il piccolo comune di Château-d’Oex, 3500 abitanti immersi nelle Alpi svizzere, ha deciso di riportare ufficialmente in vita uno dei simboli più romantici e anarchici degli anni Settanta. Niente nostalgia improvvisata o trovata vintage da social network: il progetto è concreto, organizzato e persino istituzionalizzato.

Sono state installate vere e proprie postazioni per autostoppisti, con panchine a bordo strada e pannelli luminosi che recitano: “Stop merci”, ovvero “Stop, grazie”.

Le panchine dell’autostop nella Svizzera ricca e iper organizzata

L’idea sembra uscita da un film di mezzo secolo fa. E invece nasce nel 2026, nel cuore di una delle nazioni più ricche, sicure e tecnologicamente avanzate d’Europa.

A Château-d’Oex le nuove postazioni permettono a chiunque di sedersi e attendere un passaggio in maniera riconoscibile e ordinata. Una sorta di autostop “ufficiale”, quasi certificato dal comune. Il classico pollice alzato lascia spazio a una formula più discreta e svizzera: la panchina, il cartello luminoso e l’attesa composta lungo la strada.

L’iniziativa si sta già allargando ad altri comuni della zona. E il motivo è semplice: funziona.

Gli autostoppisti con i capelli grigi

A sfruttare maggiormente il servizio non sono però i ragazzi. Anzi. I più diffidenti sembrano proprio i giovani, cresciuti tra cronaca nera, geolocalizzazione e paura degli sconosciuti.

A riscoprire il fascino dell’autostop sono soprattutto i baby boomer. Uomini e donne che negli anni Settanta e Ottanta viaggiavano così quasi ogni giorno: per andare a scuola, raggiungere amici, concerti, campeggi, fidanzati o semplicemente per muoversi senza soldi in tasca.

Per loro, quelle panchine rappresentano molto più di un mezzo di trasporto. Sono una macchina del tempo.

Da Jack Kerouac alle Alpi svizzere

Dietro il ritorno dell’autostop c’è inevitabilmente anche un immaginario culturale potentissimo. Quello raccontato da Jack Kerouac in “On the Road”, il romanzo-manifesto della Beat Generation che trasformò il viaggio senza meta in uno stile di vita.

Negli anni Settanta il pollice alzato era sinonimo di libertà, ribellione, avventura. Una pratica romantica ma anche necessaria, quando molti ragazzi non avevano automobile e i mezzi pubblici erano pochi o costosi.

Oggi, naturalmente, il contesto è completamente diverso. Nessuno immagina lunghi attraversamenti continentali o fughe improvvisate verso festival rock e comuni hippie. L’autostop svizzero nasce con obiettivi molto più pratici e tranquilli.

Meno auto, più incontri e niente biglietto del bus

L’idea del Canton Vaud punta soprattutto a incentivare piccoli spostamenti locali. Tragitti brevi, quotidiani, nei quali chi offre un passaggio e chi lo riceve possano anche semplicemente scambiare due parole.

Dietro il progetto c’è infatti una doppia filosofia: ridurre l’uso delle automobili private e ricostruire legami sociali in comunità sempre più individualiste.

Per molti anziani o residenti delle aree montane, poi, il sistema rappresenta anche un modo economico per spostarsi senza dover utilizzare continuamente la propria auto o acquistare biglietti dei mezzi pubblici.

In pratica, l’autostop diventa quasi un servizio di comunità.

I giovani non si fidano più

Il dato più curioso, però, è forse un altro: il ritorno dell’autostop non entusiasma affatto le nuove generazioni. I ragazzi cresciuti con smartphone, Uber e localizzazione in tempo reale sembrano molto più sospettosi dei loro genitori.

Per chi oggi ha vent’anni, salire in auto con uno sconosciuto appare quasi impensabile. Troppo rischioso, troppo fuori controllo, troppo lontano da un mondo dove ogni spostamento viene tracciato, condiviso e verificato.

Ed è qui che il progetto svizzero racconta qualcosa di più profondo del semplice trasporto alternativo. Racconta uno scontro culturale tra due epoche.

Il ritorno di un gesto simbolico

Perché in fondo il vero protagonista non è la panchina né il pannello luminoso. È quel gesto antichissimo: affidarsi a uno sconosciuto.

Negli anni Settanta era normale. Oggi sembra rivoluzionario. E forse proprio per questo il ritorno dell’autostop sta facendo parlare mezzo continente. Non tanto per la praticità del sistema, ma perché riporta improvvisamente in vita un’idea quasi dimenticata: che tra perfetti sconosciuti possa ancora esistere fiducia.

Nel frattempo, nel Canton Vaud, i cartelli “Stop merci” continuano ad accendersi lungo le strade alpine. E ogni tanto un’auto rallenta davvero.