Barack, aiutami tu. La foto di Elly Schlein con Obama a Toronto non è soltanto il coronamento sentimentale di un vecchio sogno politico, quello della giovane volontaria che nel 2008 e poi nel 2012 partecipava alle campagne del candidato democratico americano. È molto di più. È una tessera della narrazione che la segretaria del Pd sta cercando di costruire attorno a se stessa, in vista della partita vera: diventare la leader riconosciuta del campo largo e presentarsi come alternativa credibile a Giorgia Meloni.
Schlein ha definito il viaggio in Canada un passaggio importante “per la costruzione di una rete internazionale di forze progressiste e democratiche”. Formula perfetta, larga, nobile, da summit globale. Ma vista da Roma, la due giorni americana al Global Progress Action Summit organizzato dal premier canadese Mark Carney ha soprattutto un significato interno: serve a rafforzare il suo profilo, a mostrarla dentro una rete di relazioni internazionali e a colmare il divario con Giuseppe Conte, che su questo terreno parte nettamente avanti.
Obama, Carney e la rete progressista internazionale
Nel suo intervento canadese Schlein ha insistito sulla necessità di costruire “un nuovo ordine internazionale basato su pace, democrazia, giustizia sociale e climatica”. L’obiettivo dichiarato è offrire un’alternativa alle destre, in una fase in cui l’Internazionale sovranista mostra crepe dopo mesi di avanzata.
Il contesto, dunque, è quello giusto: progressisti di tutto il mondo riuniti per provare a rimettere insieme un’agenda comune. Ma la politica vive anche di immagini. E l’immagine più forte è quella con Barack Obama, l’icona globale dei democratici, l’uomo che per una generazione di centrosinistra ha rappresentato la promessa di una politica moderna, inclusiva, capace di parlare al mondo.
Per Schlein, che da ragazza fece la volontaria nelle campagne obamiane, il faccia a faccia ha anche un valore personale. Ma politicamente vale molto di più. Quando Obama le dice “sostengo i giovani leader”, le offre una piccola benedizione simbolica. Non decide certo le primarie italiane, ma aiuta a costruire autorevolezza.
Elly Schlein, la sfida vera è con Conte
Il punto è che Schlein sa bene di avere davanti un problema. Per tre anni ha lavorato sul Pd, sulle alleanze, sulla linea “testardamente unitaria”, sui temi identitari della sinistra: salario minimo, sanità, scuola, giustizia sociale. Ha tenuto insieme un partito diffidente e alleati spesso riottosi. Ma a un anno o poco più dalle Politiche serve un salto di qualità.
Serve apparire pronta per Palazzo Chigi. Serve parlare non solo alla base militante, ma anche ai mondi produttivi, industriali, istituzionali. Serve dimostrare che la ragazza con tre passaporti, una biografia internazionale e un passato movimentista non è soltanto una leader di partito, ma può diventare una premier.
Ed è qui che entra in scena Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle ha un vantaggio enorme: ha già fatto il presidente del Consiglio. Due volte. Con maggioranze diverse. Ha già frequentato G7, Consigli europei, vertici internazionali. Ha già stretto mani, litigato, negoziato, mediato. Nella sua biografia può permettersi di raccontare scambi con Angela Merkel, Emmanuel Macron e perfino il celebre tweet di Trump a “Giuseppi”.
La photo opportunity come messaggio politico
Per questo la foto con Obama non è una foto qualunque. È un messaggio a Conte, prima ancora che a Meloni. Dice: anche io ho relazioni, anche io appartengo a una rete internazionale, anche io posso sedermi ai tavoli che contano. Non basta più essere la segretaria del Pd. Schlein deve provare a diventare la candidata naturale della coalizione anti-Meloni.
Il campo largo, però, non è un pranzo di gala. È un ring dove tutti sorridono mentre si misurano i coltelli. Conte non ha nessuna intenzione di fare da junior partner del Pd. Schlein non può accettare che l’ex premier pentastellato si presenti come l’unico già pronto per governare. E allora la sfida si gioca anche così: con i viaggi, le strette di mano, le foto, i riconoscimenti.
Il duello a distanza con Meloni
Sul fondo resta Giorgia Meloni. La premier presidia da tempo il campo conservatore internazionale e si muove con una naturalezza crescente nei rapporti con Washington, le destre europee e i governi alleati. Schlein prova a costruire il controcampo: Canada, Obama, progressisti globali, Europa, giustizia climatica, democrazia, pace.
L’incontro con Mark Carney completa il quadro. La segretaria dem lo ha ringraziato per le parole pronunciate in Armenia, quando ha detto che l’ordine internazionale sarà ricostruito a partire dall’Europa. Una frase che Schlein usa per inserirsi in una cornice più ampia: non solo opposizione italiana, ma nuova classe dirigente progressista occidentale.
Elly Schlein, il vero obiettivo è Palazzo Chigi
La missione canadese, quindi, va letta per quello che è: un investimento di immagine e di legittimazione. Schlein cerca di alzare il livello della propria leadership, di renderla più istituzionale, più internazionale, più spendibile davanti a un elettorato che dovrà scegliere non solo chi guida il Pd, ma chi può sfidare Meloni.
Obama non le consegna le chiavi del campo largo. Carney non le garantisce Palazzo Chigi. Ma la foto di Toronto serve a costruire una postura. Serve a dire che la segretaria dem non vuole restare confinata nel ruolo di federatrice paziente delle opposizioni. Vuole essere lei il volto della coalizione.
E in politica, spesso, prima ancora dei voti arrivano le immagini. Quella con Obama è pensata per questo: raccontare una Schlein riconosciuta, accreditata, internazionale. Ora resta la parte più difficile: convincere Conte, il Pd e gli elettori che non sia soltanto una bella foto.







