Si vestono con il velo bianco, vivono come una comunità religiosa e seguono rituali legati alle fasi lunari. Ma al posto del convento tradizionale hanno laboratori, coltivazioni e un negozio online. Le Sisters of the Valley, conosciute come le “suore dell’erba”, hanno scelto una strada decisamente fuori dagli schemi: coltivare cannabis e produrre preparati a base di CBD, un composto della canapa.
Nate negli Stati Uniti, in California, queste donne hanno trasformato un progetto alternativo in un’attività che, nel periodo di maggiore successo, ha raggiunto 1,2 milioni di dollari di fatturato. La loro storia intreccia spiritualità New Age, attivismo, indipendenza economica e una buona dose di provocazione, oggi è arrivata anche sul grande schermo, accanto a Leonardo DiCaprio.
Central Valley, altro che convento
Nel cuore della Central Valley californiana, una casa azzurro pastello circondata da terreni agricoli ospita una comunità che, a prima vista, potrebbe sembrare un convento come tanti. Le donne indossano abiti simili a quelli delle monache, condividono la quotidianità e lavorano fianco a fianco. Ma la loro missione non è legata a una confessione religiosa.
Le Sisters of the Valley si definiscono una sorellanza indipendente, ispirata alla spiritualità alternativa e alla medicina vegetale. Il loro obiettivo dichiarato è aiutare le persone attraverso prodotti a base di canapa, in particolare oli, tinture, capsule, unguenti e saponi.
Il loro motto? «Il nostro scopo – scrivono sul loro sito – è guarire il mondo con la medicina vegetale». La parola “medicina”, nel loro vocabolario, ricorre spesso. Le Sisters preferiscono infatti parlare di preparati naturali, piuttosto che di cannabis, e rivendicano un metodo di produzione legato all’agricoltura biodinamica e ai cicli lunari.

Il raccolto segue le fasi lunari
Dimenticate le classiche file di coltivazioni industriali: nella proprietà delle Sisters, gli orti convivono con le piante di cannabis, coltivate in vaso e curate seguendo precise fasi del ciclo lunare.
La raccolta viene programmata in prossimità del plenilunio, mentre semina, potatura e lavorazione seguono un calendario ispirato ai principi biodinamici. Le piante vengono poi trasformate in prodotti nell’edificio che la comunità chiama “l’abbazia”.
All’interno, immagini di suore e figure religiose femminili decorano le pareti. Alcune impugnano una canna, altre hanno un aspetto più tradizionale: un’immagine che riassume bene lo spirito anticonformista del gruppo.
Il CBD, o cannabidiolo, è uno dei componenti della canapa e non produce gli stessi effetti psicoattivi del THC. I prodotti delle Sisters sono presentati come preparati a base vegetale, ma le loro dichiarazioni sui benefici non equivalgono a prove cliniche: non devono essere considerati una cura per il cancro, l’epilessia o altre patologie.
Chi è Sister Kate?
Dietro il velo bianco c’è una donna con una storia lontana dall’immaginario monastico. Lei si chiama Christine Meeusen, meglio conosciuta come Sister Kate, fondatrice e figura di riferimento della comunità.
Dopo aver lavorato come business analyst nel settore delle telecomunicazioni, aver viaggiato per motivi professionali e aver vissuto una vita familiare tradizionale, decide di cambiare radicalmente direzione. Il divorzio e la volontà di dedicarsi agli altri contribuiscono alla svolta.
Il progetto prende forma in California tra il collettivo dedicato alla cannabis terapeutica e la successiva organizzazione della sorellanza, nata ufficialmente a metà degli anni Dieci. L’idea è creare una comunità di donne capaci di sostenersi economicamente e di costruire un’attività attorno alla canapa.
La prima fase è quella dell’impegno no-profit e della coltivazione su piccola scala. Poi arrivano i social, YouTube e l’e-commerce: strumenti che permettono a Sister Kate di far conoscere le Sisters of the Valley ben oltre i confini della California.
«Fonderò la mia sorellanza»: la svolta di Sister Kate
Nel racconto della fondatrice, un momento importante arriva nel 2013, durante un incontro con alcune comunità native americane nella riserva di Tule River, nella San Joaquin Valley. È lì che entra in contatto con donne anziane custodi di conoscenze tradizionali sulle piante.
«Quando sono scesa da quella montagna – ricorda Sister Kate – ho detto: “Fonderò la mia sorellanza”».
Da quell’intuizione nasce una comunità che non vuole replicare una religione tradizionale, ma proporre un modello alternativo di spiritualità e autonomia femminile.
«Il cristianesimo sta morendo – spiega in un reportage di Rolling Stone – Le persone hanno bisogno di spiritualità per dare senso alla propria vita. Noi siamo solo un esempio di come ci si possa connettere in modo nuovo».
Una posizione che può far discutere, soprattutto perché Sister Kate non nasconde la volontà di offrire un’alternativa alle strutture religiose che considera patriarcali.
«La nostra missione più grande – spiega Sister Kate – è dare alle persone un’alternativa al Cristianesimo, con la sua struttura patriarcale. Ci rifacciamo ai nostri antenati», aggiunge, «come le prime infermiere nei castelli d’Europa dell’800 che coltivavano canapa, producevano medicinali alla cannabis, creavano tessuti, gestivano fattorie e gestivano negozi all’interno del castello.»

Il modello sono le Beghine
Niente voti religiosi tradizionali e nessuna obbedienza a una gerarchia ecclesiastica. Per spiegare la propria identità, le Sisters of the Valley guardano alle Beghine, comunità femminili medievali composte da donne che vivevano insieme senza prendere i voti monastici e si mantenevano attraverso il lavoro e l’assistenza.
La loro organizzazione si ispira a quel modello di autonomia, ma lo rilegge in chiave contemporanea. Le Sisters condividono spese, lavoro e vita quotidiana: dalla gestione della casa fino alle attività commerciali.
«Non volevamo essere una religione – spiega la “badessa” – Le religioni ti costringono a chiedere l’elemosina. Noi sappiamo mantenerci».
Il progetto, dunque, non riguarda soltanto la cannabis. Per la fondatrice, la possibilità di creare un’attività indipendente è parte integrante della loro idea di emancipazione.
Sei voti, ma con regole decisamente particolari
Le Sisters hanno anche un proprio codice di comportamento, riassunto nell’acronimo Solace: Servizio, Obbedienza, Vita semplice, Attivismo, Castità ed Ecologia. Il servizio è legato alla produzione di preparati vegetali, mentre l’obbedienza riguarda soprattutto i cicli lunari e il rispetto dei ritmi della natura.
Anche la castità viene interpretata in modo anticonvenzionale. «Abbiamo privatizzato la nostra sessualità – spiegano – Non saremo sexy: la seduzione non produce la stessa energia della guarigione».
Durante alcune fasi del lavoro, le Sisters seguono inoltre un’alimentazione vegetariana. I rituali del raccolto comprendono letture e momenti collettivi, con riferimenti a un presunto “Libro delle Beghine”.
Ma anche qui non mancano né ironia né quel quid pop che le contraddistingue: «In realtà non esiste – ammette Sister Kate a Rolling Stone – Lo immaginiamo. La preghiera finale viene dalla quarta stagione del Trono di Spade».
Da 12 piante a un fatturato milionario
All’inizio, il progetto parte in piccolo, con una coltivazione limitata e l’obiettivo di realizzare prodotti a base di canapa. Poi la comunicazione online fa la differenza.
La pagina Facebook chiamata “Weed Nuns” attira rapidamente migliaia di follower. Il canale YouTube e il sito di e-commerce ampliano il pubblico, mentre la vendita di oli, capsule, tinture e altri preparati trasforma l’iniziativa in un’impresa strutturata.
Secondo i dati riportati nella storia della comunità, il fatturato del primo anno si colloca tra i 60 e i 75 mila dollari. Nel periodo di maggiore espansione, prima della pandemia, arriva a 1,2 milioni di dollari.
Negli Stati Uniti la disciplina sulla cannabis varia in base alla giurisdizione e resta complessa sul piano federale. Le Sisters hanno dichiarato di concentrarsi su prodotti a base di CBD derivato dalla canapa, con una percentuale di THC inferiore allo 0,3%, soglia prevista dalla normativa federale statunitense per la definizione della canapa.
La crescita economica è uno degli aspetti più sorprendenti della loro vicenda: una comunità che si presenta come alternativa al modello tradizionale riesce a costruire un marchio riconoscibile sfruttando proprio gli strumenti del mercato digitale.

Cannabis contro la medicina tradizionale?
Le Sisters promuovono i loro prodotti anche in relazione al benessere, ma Sister Kate sostiene di non voler spingere le persone ad abbandonare le cure convenzionali.
«Non diciamo alle persone che fanno uso dei nostri prodotti di rinunciare alla medicina tradizionale. Se hai il cancro e stai facendo la chemio, però, le nostre capsule di puro olio di cannabis ti aiuteranno a superarla al meglio, riducendo i suoi effetti collaterali. Lo stesso vale per le dipendenze – conclude – abbiamo una percentuale di successo del 100%, anche più degli alcolisti anonimi».
Sono affermazioni della fondatrice, non risultati clinici dimostrati. In particolare, la promessa di un successo del 100% nel trattamento delle dipendenze non può essere considerata una garanzia terapeutica. Chi affronta una malattia o segue una terapia farmacologica dovrebbe rivolgersi al proprio medico prima di utilizzare prodotti a base di cannabis o CBD.
La distinzione è importante: la storia delle Sisters può incuriosire per il modello sociale e imprenditoriale, ma non dimostra che i loro preparati siano efficaci contro patologie gravi.
Le “suore dell’erba” anche in Messico
L’attività delle Sisters non si limita alla California. Infatti la comunità ha collaborato anche con attivisti e ricercatori in Messico, sostenendo iniziative per la legalizzazione della cannabis e criticando gli effetti della guerra alla droga. In un contesto segnato dalla presenza dei gruppi criminali, alcune partecipanti utilizzano pseudonimi per proteggere la propria identità.
Le coltivazioni, secondo il racconto del collettivo, vengono gestite anche in giardini privati e sui tetti, con il coinvolgimento di donne anziane delle comunità locali. Per le Sisters, la repressione del mercato della cannabis ha contribuito ad alimentare violenza e incarcerazioni. La loro posizione è netta: «È ora di porre fine a questa follia», dichiarano.
Sul set con Leonardo DiCaprio
La storia delle Sisters of the Valley è arrivata anche al cinema. Alcune componenti del gruppo hanno preso parte a “Una battaglia dopo l’altra”, il film di Paul Thomas Anderson con Leonardo DiCaprio.
Nella pellicola, la comunità viene reinterpretata attraverso le Sisters of the Brave Beaver, un gruppo ribelle che offre rifugio ai protagonisti in fuga. La partecipazione ha portato le “suore dell’erba” in un contesto molto diverso da quello dei loro laboratori e delle coltivazioni californiane.
«La connessione con Anderson è stata immediata – racconta ad High Times Sister Karina, responsabile comunicazione e direzione creativa del collettivo – Ci hanno accolto sul set, permettendoci di portare i nostri rituali e di diventare parte viva della storia».
Il messaggio dietro il velo
Sister Kate insiste soprattutto sul valore dell’indipendenza femminile: «L’idea è che ogni sorella possa avviare la propria attività – aggiunge Sister Kate – Tutto ciò che facciamo riguarda l’emancipazione femminile: siamo donne che dettano le proprie regole». Con un velo bianco, la luna come calendario e la cannabis al centro del proprio marchio, le “suore dell’erba” hanno trovato un modo decisamente insolito per farsi conoscere in tutto il mondo.







