Due tracce di Dna, un flauto traverso comparso misteriosamente tredici anni fa e un uomo che sostiene da tempo di conoscere la verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. A quarantatré anni da quel 22 giugno 1983, il giallo della cittadina vaticana potrebbe trovare un nuovo punto di svolta proprio nell’oggetto che Marco Fassoni Accetti fece recuperare nel 2013. I carabinieri del Ris di Roma avrebbero infatti individuato materiale genetico in due punti dello strumento, dove le precedenti analisi non erano riuscite a ottenere risultati utili.
La notizia è stata anticipata da Gianluigi Nuzzi durante la trasmissione Dentro la Notizia del 6 ottobre. Gli specialisti avrebbero isolato due tracce biologiche sull’imboccatura e sull’impugnatura in sughero del flauto. Ora bisognerà stabilire a chi appartengano, ma soprattutto se una di esse possa essere ricondotta a Emanuela.
Il Ris trova il Dna dove tredici anni fa non era emerso nulla
Il particolare più significativo riguarda proprio il confronto con gli accertamenti del 2013. All’epoca, quando lo strumento venne recuperato in un vecchio deposito di materiale cinematografico, gli esami non permisero di ricavare un profilo genetico utilizzabile.
Le nuove tecniche di analisi avrebbero invece consentito agli specialisti del Ris di individuare materiale biologico in due zone che possono entrare direttamente in contatto con chi utilizza il flauto.
L’imboccatura rappresenta il punto più interessante, perché potrebbe conservare tracce riconducibili a chi ha suonato lo strumento. Anche l’impugnatura in sughero potrebbe fornire elementi utili per identificare chi lo ha maneggiato.
Non è ancora noto se i campioni abbiano già permesso di ottenere profili genetici completi né se siano stati effettuati confronti con il Dna dei familiari di Emanuela. La scoperta, tuttavia, restituisce importanza investigativa a un reperto rimasto per anni senza risposte.
Il flauto indicato da Accetti nel 2013 e il dubbio della famiglia Orlandi
La storia dello strumento comincia tredici anni fa, quando Marco Fassoni Accetti indicò a un inviato di Chi l’ha visto? un deposito nel quale si trovava un flauto traverso.
Il ritrovamento suscitò immediatamente interesse perché Emanuela Orlandi, scomparsa a quindici anni dopo una lezione di musica, studiava proprio quello strumento.
I familiari osservarono che il flauto recuperato somigliava molto a quello utilizzato dalla ragazza. Non arrivò però una conferma scientifica della sua appartenenza, e il mistero rimase irrisolto.
La domanda che oggi torna centrale è la stessa di allora: come faceva Accetti a sapere dove si trovava quel flauto? E, soprattutto, chi lo aveva portato nel deposito?
Se le nuove analisi dovessero individuare materiale genetico appartenente a Emanuela, quel ritrovamento assumerebbe un significato completamente diverso.
Marco Fassoni Accetti e la domanda che potrebbe cambiare l’inchiesta
Marco Fassoni Accetti è una delle figure più controverse della vicenda Orlandi. Nel corso degli anni ha sostenuto di aver avuto un ruolo nella scomparsa della ragazza, fornendo ricostruzioni che non hanno trovato sufficienti conferme oggettive.
Attualmente risulta indagato per sequestro di persona a scopo di estorsione. Le nuove analisi del flauto potrebbero diventare particolarmente importanti proprio per verificare uno degli elementi materiali legati ai suoi racconti.
Se venisse dimostrato che lo strumento apparteneva a Emanuela, gli investigatori dovrebbero ricostruire la catena dei passaggi che lo hanno portato nel deposito e accertare come Accetti ne sia venuto a conoscenza.
Una corrispondenza genetica non proverebbe automaticamente il suo coinvolgimento nel sequestro. Potrebbe però offrire un riscontro concreto su un oggetto comparso attraverso le sue indicazioni, aprendo nuovi interrogativi sul ruolo che l’uomo ha avuto nella vicenda.
La Procura torna sulle testimonianze e cerca riscontri concreti
L’esame del flauto rientra nella nuova inchiesta della Procura di Roma, impegnata a verificare testimonianze e circostanze che negli anni hanno alimentato il mistero della scomparsa.
Alle analisi genetiche avrebbero preso parte anche i consulenti della difesa di Accetti. Parallelamente, gli investigatori stanno approfondendo le dichiarazioni di altre persone entrate nelle ricostruzioni del caso.
Tra queste figura Laura Casagrande, indagata per l’ipotesi di false dichiarazioni al pubblico ministero. È tornata all’attenzione anche Gabriella Boggiani, ex conoscente di Accetti, che ha recentemente dichiarato di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia.
L’obiettivo degli inquirenti è distinguere i racconti dalle prove e verificare se i nuovi accertamenti scientifici possano finalmente confermare o smentire elementi rimasti sospesi per decenni.
Quarantatré anni dopo, tutto potrebbe dipendere da quelle due tracce
Emanuela Orlandi scomparve il 22 giugno 1983, dopo aver frequentato una lezione di musica all’istituto Da Victoria, nei pressi di piazza Sant’Apollinare a Roma. Da allora, le indagini hanno attraversato piste internazionali, ambienti vaticani e ipotesi legate alla criminalità organizzata, senza arrivare a una ricostruzione definitiva.
Oggi, però, il punto più interessante non è una nuova testimonianza o l’ennesima teoria sulla sua scomparsa. È un oggetto materiale, recuperato tredici anni fa e sottoposto nuovamente agli esami scientifici.
Il Ris avrebbe trovato due tracce di Dna proprio dove in passato non era stato possibile ottenere risultati. La loro identificazione potrebbe stabilire se il flauto fosse davvero quello di Emanuela e dare un nuovo significato alle circostanze del ritrovamento.
La risposta non è ancora arrivata. Ma se uno dei profili genetici dovesse appartenere alla ragazza, la domanda per Marco Fassoni Accetti diventerebbe inevitabile: come sapeva dove cercare uno strumento scomparso insieme a Emanuela quarantatré anni fa?







