Un romanzo con alcune frasi sottolineate a matita, una storia di relazioni sentimentali complicate e un interrogativo che potrebbe aggiungere un nuovo tassello al mistero di Pietracatella. Nelle indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, uccise dalla ricina dopo il Natale del 2025, emerge un particolare destinato ad attirare l’attenzione: gli investigatori hanno sequestrato nell’ufficio di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, una copia di Tiro al piccione, romanzo dello scrittore Giose Rimanelli.
A raccontarlo è il Corriere della Sera, che riferisce come il volume sia stato acquisito dagli inquirenti circa due settimane fa. Alcune pagine presenterebbero sottolineature in corrispondenza di passaggi dedicati alle vicende sentimentali di un uomo diviso fra due donne e a relazioni clandestine.
Il particolare si inserisce in un’inchiesta nella quale gli investigatori stanno cercando di ricostruire anche i rapporti personali delle persone vicine alle vittime. Non è però noto chi abbia tracciato quelle sottolineature, né se il contenuto del libro abbia un collegamento concreto con il duplice omicidio.
Gianni Di Vita: «Il libro me lo hanno prestato». Ma da chi?
Intervistato dal Tg1, Gianni Di Vita ha spiegato che il romanzo non sarebbe stato acquistato da lui, ma gli sarebbe stato prestato. Non ha tuttavia indicato pubblicamente il nome della persona che glielo avrebbe consegnato.
Un dettaglio che apre ulteriori domande: chi aveva quel libro prima di lui? Chi ha sottolineato i passaggi sulle relazioni sentimentali? E perché gli investigatori hanno deciso di sequestrarlo?
Sono interrogativi ai quali, per il momento, non esistono risposte pubbliche. Il ritrovamento non costituisce una prova di responsabilità e non permette di attribuire alle persone coinvolte nella vicenda comportamenti o relazioni che non siano stati accertati.
La nuova ipotesi: Antonella e Sara uccise per errore, il veleno era per Gianni?
Il libro emerge mentre gli investigatori approfondiscono una delle ricostruzioni più inquietanti dell’intera vicenda: il vero destinatario della ricina potrebbe essere stato Gianni Di Vita, mentre sua moglie Antonella e la figlia Sara sarebbero morte dopo aver ingerito il veleno destinato a lui.
È una possibilità che cambierebbe radicalmente la lettura del delitto. Se confermata, le due donne non sarebbero state gli obiettivi dell’assassino, ma le vittime di un piano omicida rivolto contro un altro componente della famiglia.
Gli accertamenti continuano a concentrarsi anche sulle possibili modalità di somministrazione della sostanza tossica. Tra gli elementi esaminati figurano alimenti e contenitori, comprese alcune borracce sottoposte ad analisi specialistiche in Germania, presso l’Istituto Robert Koch.
Non è ancora stato stabilito pubblicamente quale alimento o bevanda abbia veicolato la ricina, né chi possa averla introdotta nella disponibilità della famiglia.
I rapporti personali sotto la lente degli investigatori
L’inchiesta continua a esplorare anche la rete di conoscenze e i rapporti familiari di Gianni Di Vita. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, l’attenzione si è concentrata su alcune persone della sua cerchia, fra cui un’amica, il marito di quest’ultima e una parente.
Il loro coinvolgimento negli approfondimenti investigativi non significa che siano responsabili del delitto. La Procura di Larino procede ancora contro ignoti e non sono state annunciate contestazioni formali a loro carico.
Resta da chiarire soprattutto il movente. Perché qualcuno avrebbe dovuto introdurre un veleno estremamente pericoloso nella vita di una famiglia? E chi aveva la possibilità materiale di farlo senza destare sospetti?
Il mistero di Pietracatella e quel particolare ancora senza spiegazione
A quasi dieci mesi dalla morte di Antonella e Sara, il caso di Pietracatella resta un’indagine senza un colpevole identificato pubblicamente. L’ipotesi di un bersaglio diverso dalle due vittime, gli accertamenti sulla ricina e il sequestro del romanzo delineano nuove domande, ma non ancora una soluzione.
Il libro di Giose Rimanelli potrebbe rivelarsi un elemento utile alla ricostruzione dei rapporti personali oppure un oggetto privo di qualsiasi collegamento con il delitto. Saranno gli investigatori a stabilirne l’eventuale importanza.
Intanto resta una domanda che pesa sull’intera inchiesta: chi voleva uccidere davvero l’assassino di Pietracatella?







