Ricina a Pietracatella, i tedeschi non trovano alcun veleno nei cibi: resta il mistero delle cozze scomparse nella spazztura

Pietracatella, il giallo della ricina

Nessuna traccia di ricina negli alimenti sequestrati nell’abitazione della famiglia Di Vita a Pietracatella. È questo il primo risultato degli accertamenti effettuati dal Robert Koch Institut di Berlino nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, decedute nel dicembre 2025 in seguito a un’intossicazione acuta provocata dalla potente tossina.

Il risultato delle analisi, anziché risolvere il mistero, apre nuovi interrogativi sulle modalità con cui il veleno sarebbe stato introdotto nell’organismo delle due vittime. Gli specialisti tedeschi non hanno individuato la sostanza nei campioni ricevuti, ma tra gli alimenti esaminati manca proprio uno dei cibi consumati dalla famiglia durante le festività natalizie: le cozze, i cui resti sarebbero stati gettati nella spazzatura prima che potessero essere sequestrati.

La Procura di Larino, che coordina l’inchiesta per duplice omicidio, sta quindi cercando di ricostruire quanto accaduto tra il 22 e il 24 dicembre, concentrandosi anche sulle abitudini domestiche e sulle modalità di smaltimento dei rifiuti.

Ricina assente negli alimenti: i primi risultati del Koch Institut

Gli accertamenti affidati al Robert Koch Institut rappresentano uno dei passaggi più importanti dell’indagine sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Gli esperti tedeschi hanno esaminato i reperti e i campioni alimentari sequestrati nell’abitazione della famiglia, alla ricerca di eventuali residui della sostanza tossica responsabile dei due decessi. Secondo quanto emerso dai primi risultati, nei cibi sottoposti ad analisi non sarebbero state rilevate tracce di ricina.

Si tratta di un dato significativo, ma che deve essere interpretato correttamente. La negatività degli esami riguarda esclusivamente i campioni effettivamente disponibili e analizzati. Non permette quindi di escludere che la tossina fosse presente in alimenti già consumati o eliminati prima dell’intervento degli investigatori.

La distinzione è fondamentale perché il principale interrogativo dell’inchiesta riguarda proprio il veicolo attraverso il quale la sostanza sarebbe stata somministrata alle vittime. Gli accertamenti scientifici non hanno ancora consentito di individuare quel veicolo, lasciando aperte diverse possibilità investigative.

Il mistero delle cozze mangiate a Natale e finite nella spazzatura

L’attenzione degli investigatori si concentra ora su un alimento del quale non è stato possibile recuperare alcun campione: le cozze consumate dalla famiglia durante le festività natalizie. Gli avanzi e gli eventuali scarti sarebbero stati gettati nella spazzatura, rendendo impossibile sottoporli agli stessi accertamenti effettuati sugli altri cibi sequestrati.

La mancanza di un campione impedisce di verificare se anche quelle cozze fossero prive di ricina oppure se potessero contenere tracce della sostanza. Questo non significa, naturalmente, che i molluschi fossero contaminati. Al momento non esiste un risultato scientifico che permetta di considerarli il veicolo dell’avvelenamento.

La loro importanza investigativa deriva proprio dall’impossibilità di esaminarli e dalla necessità di ricostruire con precisione tutti gli alimenti consumati nei giorni precedenti alla comparsa dei sintomi. Gli investigatori stanno cercando di stabilire quando siano stati eliminati i resti del pasto e se esista ancora qualche possibilità di recuperare informazioni utili attraverso la ricostruzione dello smaltimento dei rifiuti.

I rifiuti del 22, 23 e 24 dicembre al centro delle verifiche

La Squadra Mobile sta approfondendo le modalità con cui veniva gestita la spazzatura nell’abitazione della famiglia Di Vita. Gli accertamenti riguardano in particolare i giorni del 22, 23 e 24 dicembre, considerati rilevanti per ricostruire la successione dei pasti e l’eventuale eliminazione di alimenti che avrebbero potuto contenere la tossina.

Nelle sue dichiarazioni, Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, ha descritto le proprie abitudini quotidiane, spiegando che generalmente prendeva la spazzatura e la portava nel cassonetto più vicino. Un dettaglio sul quale gli investigatori stanno lavorando per ricostruire gli orari e le modalità con cui i rifiuti domestici furono eliminati.

L’obiettivo è comprendere se gli scarti delle cozze siano stati gettati insieme ad altri residui alimentari e in quale momento siano usciti dall’abitazione. La ricostruzione dei movimenti della spazzatura non implica, di per sé, alcuna responsabilità da parte di chi se ne occupava abitualmente. Rappresenta piuttosto un tentativo di individuare il destino di materiali che potrebbero essere stati importanti per gli accertamenti scientifici.

Il medico che soccorse le vittime: «Pensai a una tossina esterna»

Parallelamente alle analisi di laboratorio, proseguono le audizioni delle persone che ebbero contatti con Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita durante l’emergenza sanitaria. Tra i testimoni ascoltati figura anche il medico che prestò le prime cure in ospedale, tentando di rianimare madre e figlia.

Il sanitario ha raccontato di essere rimasto colpito dalla rapidità con cui le condizioni delle due pazienti precipitarono e dalla scarsa risposta ai trattamenti disponibili. «Due decessi così rapidi con un’evoluzione così repentina e soprattutto poco responsiva a quello che siamo in grado di fare, mi ha fatto riorientare a una sostanza esterna o un agente che sia una tossina, una cosa alimentare, qualcosa di esterno sicuramente», ha spiegato.

Secondo il suo racconto, l’andamento clinico delle due pazienti lo avrebbe quindi portato a considerare l’ipotesi di un’intossicazione provocata da una sostanza esterna. Il medico ha inoltre precisato di non aver raccolto direttamente da Antonella informazioni sugli alimenti consumati prima del ricovero.

«Con Antonella non abbiamo assolutamente parlato di alimenti», ha dichiarato. La testimonianza contribuisce a ricostruire le condizioni cliniche delle vittime, ma non consente di individuare quale alimento o altro veicolo possa essere stato responsabile dell’esposizione.

«La contaminazione accidentale è poco plausibile»: i dubbi del sanitario

Un altro passaggio della testimonianza riguarda la possibilità che Antonella e Sara siano state esposte alla ricina accidentalmente. Il medico ha espresso forte scetticismo su questa eventualità, sottolineando che la sostanza non è normalmente presente nei prodotti di uso domestico.

«La ricina è una sostanza difficilmente reperibile, non è un pesticida che è facile che circoli. La contaminazione accidentale mi è difficile da pensare che sia plausibile», ha affermato. Le sue parole rafforzano l’attenzione investigativa sulle modalità dell’avvelenamento, ma rappresentano una valutazione personale del sanitario, non una dimostrazione dell’origine dolosa della contaminazione.

La ricina è una tossina contenuta nei semi della pianta di ricino. La sua presenza in natura non significa che sia normalmente disponibile negli alimenti, né che un contatto con la pianta provochi automaticamente un’intossicazione.

Per accertare se la sostanza sia stata introdotta intenzionalmente sarà necessario individuare elementi concreti sulle modalità di esposizione e sull’eventuale intervento di terze persone. L’inchiesta procede per duplice omicidio, ma l’identificazione del veicolo della tossina rimane uno dei passaggi fondamentali per chiarire quanto accaduto.

Il diario dei pasti di Alice Di Vita e le altre indagini

La ricostruzione degli alimenti consumati dalla famiglia può contare anche su un documento particolare: il diario dei pasti conservato nel precedente telefono di Alice Di Vita, la figlia maggiore di Gianni e Antonella. La giovane aveva annotato con precisione ciò che veniva portato in tavola nei giorni della tragedia. Quelle informazioni sono state acquisite dagli investigatori e possono essere confrontate con i risultati delle analisi effettuate in Germania.

Nei giorni scorsi gli agenti hanno raggiunto Alice anche a Torino, dove frequenta l’università, per esaminare il suo nuovo smartphone. La verifica riguardava l’eventuale presenza di account sulla piattaforma Reddit collegati a ricerche sull’utilizzo della ricina. Secondo quanto riferito dall’avvocato Vittorino Facciolla, che assiste la famiglia, la ragazza ha collaborato e l’accertamento ha dato esito negativo.

Proseguono inoltre le analisi informatiche sui computer di quattro istituti scolastici del Molise, nell’ambito delle verifiche sulle ricerche online relative alla sostanza tossica. Sono filoni investigativi differenti, che la Procura sta cercando di collegare attraverso riscontri oggettivi.

Pietracatella, il veleno è stato individuato ma resta sconosciuto il veicolo

Il risultato delle analisi tedesche delimita il campo degli accertamenti, senza però risolvere il principale interrogativo della tragedia di Pietracatella. La ricina è stata individuata come causa dell’avvelenamento di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, ma i campioni alimentari esaminati dal Robert Koch Institut non hanno restituito tracce della tossina.

Rimane quindi da chiarire se il veleno fosse presente in un alimento non recuperato, se sia stato utilizzato un diverso veicolo oppure se vi siano altri elementi ancora da individuare.

Le cozze consumate durante le festività natalizie rappresentano una delle questioni aperte, proprio perché non è stato possibile analizzarle. La loro assenza tra i reperti, tuttavia, non costituisce una prova di contaminazione. La Procura di Larino, guidata da Elvira Antonelli, prosegue gli accertamenti incrociando i risultati scientifici con le testimonianze, i dati informatici e la ricostruzione delle abitudini familiari.

Il primo responso dei laboratori tedeschi non ha trovato il veleno nei cibi sequestrati. Ora gli investigatori devono capire se la risposta si trovi proprio tra gli alimenti che non è stato possibile esaminare.