Tom Cruise voleva l’Oscar, si ritrova con un flop mostruoso: «Digger» brucia 275 milioni, il pubblico lo snobba e Hollywood lo massacra

Tom Cruise

Tom Cruise voleva finalmente un Oscar, ma rischia di portarsi a casa il conto più salato della sua carriera. A 64 anni, dopo aver salvato il mondo decine di volte tra Mission: Impossible e Top Gun, ha deciso di cambiare registro e affidarsi ad Alejandro González Iñárritu, il regista di Birdman e The Revenant. Il risultato? 275 milioni di dollari spesi, appena 37,7 milioni incassati e un film, Digger, che Hollywood guarda ormai come uno dei più clamorosi naufragi economici degli ultimi anni.

Il paradosso è irresistibile: Cruise ha costruito la propria fortuna correndo sui tetti, saltando dagli aerei e rischiando la pelle davanti alla macchina da presa. Per conquistare l’Academy ha scelto invece una satira ambientalista, una pancia artificiale e un personaggio talmente sgradevole da sembrare l’esatto contrario dell’eroe che il pubblico ama. E il pubblico, almeno al botteghino, gli ha voltato le spalle.

Da William e Kate al disastro: il sogno dura una settimana

Quattro settimane fa, alla prima mondiale di Londra, nessuno avrebbe immaginato una simile catastrofe. Sul tappeto rosso c’erano persino William e Kate, accompagnati dalla fanfara delle Guardie irlandesi. Tra gli ospiti Salma Hayek, David Beckham e due dei suoi figli. Accanto a Cruise sfilavano Iñárritu e un cast di primissimo piano: Sandra Hüller, Riz Ahmed, John Goodman e Jesse Plemons.

Tom si concedeva ai fan con il consueto entusiasmo, tra autografi e selfie, tanto da far slittare la proiezione di due ore. Sembrava la celebrazione anticipata di un trionfo.

Una settimana dopo, la doccia gelata. Digger ha debuttato negli Stati Uniti con appena 8 milioni di dollari, perdendo il 60% degli spettatori già nel secondo fine settimana. All’estero ha raccolto 12 milioni in 74 mercati: una media di circa 162mila dollari per Paese. Numeri da film indipendente, non da kolossal con una delle star più pagate del pianeta.

Il buco da 245 milioni e il contratto d’oro di Cruise

I conti raccontano il resto. Warner Bros aveva inizialmente previsto 125 milioni per la produzione, ma le spese sono salite a circa 175. Aggiungendo 100 milioni per la promozione, il conto raggiunge 275 milioni di dollari.

Per recuperare l’investimento, secondo alcune stime, il film avrebbe dovuto incassarne 350; Warner riteneva sufficiente una cifra vicina ai 300. Le previsioni attuali, invece, indicano un risultato finale intorno ai 50 milioni e perdite che potrebbero raggiungere i 245 milioni.

A peggiorare il quadro contribuisce il contratto di Cruise: l’attore partecipa agli incassi fin dal primo dollaro, senza aspettare che lo studio recuperi le spese. Un accordo da superstar che, davanti a un simile disastro, rende ancora più amara la contabilità della Warner.

Steven Gaydos, ex direttore esecutivo di Variety, ha trovato un’immagine perfetta: «Digger è soltanto l’ultimo transatlantico del cinema d’autore hollywoodiano ad affondare». Nel mirino finiscono i grandi studi che consegnano budget faraonici a registi prestigiosi, sperando che il loro nome basti a riempire le sale.

Il pubblico vuole Tom Cruise che salva il mondo, non quello che lo distrugge

La storia di Digger racconta un arrogante miliardario del petrolio che provoca una catastrofe ambientale trivellando nell’Artico. Iñárritu coltivava il progetto dal 2015 e inizialmente aveva pensato a Leonardo DiCaprio, reduce dal successo di The Revenant. Poi arrivò Cruise, deciso a dimostrare di poter fare molto più che pilotare caccia e aggrapparsi agli aerei in decollo.

Per trasformarsi nel protagonista, l’attore ha accettato pesanti protesi, un enorme ventre artificiale e un trucco che lo rende quasi irriconoscibile. Proprio questa metamorfosi, secondo alcuni critici, ha contribuito al fiasco.

Il pubblico conosce Cruise come l’uomo che corre contro il tempo per evitare una catastrofe. In Digger interpreta invece il miliardario che la provoca. Una provocazione artistica che non ha convinto gli spettatori, come suggerisce anche il voto C+ raccolto da CinemaScore.

La campagna pubblicitaria ha insistito soprattutto sulla trasformazione fisica dell’attore, anziché sulla satira politica ed ecologista del film. Quando sono arrivate le stroncature, Warner ha invitato gli spettatori a giudicare con i propri occhi. Poi ha provato a rilanciare gli apprezzamenti della critica francese. Nessuna delle due mosse ha invertito la rotta.

Le voci sulla lite tra Cruise e Iñárritu

Al disastro economico si aggiungono i pettegolezzi. Sui social circolano indiscrezioni su un presunto scontro durissimo tra Cruise e Iñárritu davanti ai vertici della Warner Bros. Mancano però conferme indipendenti dell’episodio, che resta una voce e non un fatto accertato.

Il rapporto tra i due sembrava nato sotto i migliori auspici. Proprio Iñárritu aveva consegnato a Cruise l’Oscar onorario alla carriera, durante una cerimonia nella quale l’attore aveva pronunciato una frase diventata il manifesto della sua vita: «Fare film non è quello che faccio, è quello che sono».

Con Digger sperava di aggiungere finalmente alla collezione una statuetta competitiva. Il film, invece, rischia di lasciare soprattutto una voragine nei bilanci.

Hollywood lo boccia, ma Anne Hathaway e Neil Young gridano al capolavoro

C’è però chi non vuole affatto seppellire Digger. Anne Hathaway gli ha assegnato 10 su 10 su Letterboxd, Glen Powell lo ha definito «pura gioia cinematografica» e Jane Fonda ha elogiato Cruise per il coraggio della sua interpretazione.

Guillermo del Toro parla di un’opera audace e complessa, mentre Neil Young si è spinto fino a definirla il miglior film che abbia mai visto. Persino i programmi commemorativi della prima londinese stanno acquistando valore tra i collezionisti su eBay.

Potrebbe dunque nascere un piccolo culto attorno al film che il grande pubblico ha ignorato. Ma per Tom Cruise resta una beffa: dopo una carriera trascorsa a compiere missioni impossibili, quella di conquistare un Oscar da protagonista continua a sfuggirgli. E stavolta, per tentare l’impresa, ha fatto saltare in aria non un aereo, ma il botteghino.