I farmaci dimagranti fanno perdere chili agli americani, ma fanno guadagnare soldi ai sarti. È uno degli effetti economici più curiosi della diffusione di Ozempic e degli altri medicinali della famiglia GLP-1, utilizzati da milioni di persone negli Stati Uniti. Chi perde peso si ritrova improvvisamente con pantaloni troppo larghi, giacche abbondanti e cinture che non riescono più a stringere la vita. E anziché correre nei negozi per comprare vestiti nuovi, sempre più persone preferiscono rivolgersi a sartorie e laboratori di riparazione.
Il fenomeno ha assunto dimensioni tali da trasformarsi in un vero mercato. In Texas, Cobblers Direct, azienda specializzata nella riparazione di scarpe e accessori in pelle, arriva ad accorciare fino a 500 cinture alla settimana. A Manhattan, invece, i titolari di una storica attività familiare hanno inventato persino un nome per descrivere la nuova clientela: «belt-zempic», un gioco di parole tra belt, cintura in inglese, e Ozempic.
Dietro l’apparente curiosità si nasconde una trasformazione dei consumi che coinvolge l’industria farmaceutica, il settore dell’abbigliamento e le abitudini di acquisto degli americani. Perché dimagrire rapidamente significa anche dover affrontare spese impreviste, soprattutto quando il peso continua a cambiare.
Negli Stati Uniti l’11% degli adulti usa farmaci GLP-1 per dimagrire
A spiegare le dimensioni del fenomeno sono i numeri. Secondo un sondaggio Gallup, l’11% degli adulti americani assume farmaci GLP-1 per perdere peso, contro il 3% registrato nel 2024. Una crescita che ha moltiplicato il numero di persone alle prese con un problema apparentemente banale: cosa fare dei vestiti acquistati quando pesavano molti chili in più.
I medicinali di questa categoria, che comprendono trattamenti a base di semaglutide e altri principi attivi, agiscono sui meccanismi che regolano l’appetito e il senso di sazietà. La perdita di peso può essere significativa, al punto da rendere inutilizzabili intere parti del guardaroba.
Ma acquistare abiti nuovi a ogni cambiamento di taglia comporta una spesa considerevole. E se il dimagrimento non è ancora terminato, il rischio è comprare pantaloni o giacche destinati a diventare troppo grandi nel giro di pochi mesi.
Per questo molti americani hanno riscoperto un’abitudine che sembrava destinata a ridimensionarsi nell’epoca della moda a basso costo: modificare gli abiti che già possiedono.
Cinquecento cinture alla settimana: il boom delle riparazioni
Cobblers Direct è uno degli esempi più evidenti di questa tendenza. L’azienda texana, che dispone di 25 negozi e offre servizi di riparazione per corrispondenza in tutti gli Stati Uniti, ha registrato una crescita a doppia cifra delle richieste di accorciamento delle cinture rispetto all’anno precedente.
Il suo amministratore delegato, Stephen Kelly, racconta di clienti che arrivano con cinque o sei cinture da modificare contemporaneamente. Alcuni mostrano ai dipendenti quanto fossero lunghe prima del dimagrimento, indicando i vecchi buchi ormai inutilizzabili.
In molti casi non basta aggiungere un foro: occorre intervenire sulla lunghezza complessiva della cintura, soprattutto quando la perdita di peso è stata particolarmente consistente.
A New York, il laboratorio Jim’s Cobbler Concierge di Manhattan ha assistito a un aumento analogo delle richieste. Qui il fenomeno è stato ribattezzato «belt-zempic», un soprannome che descrive efficacemente l’arrivo di clienti intenzionati ad adattare gli accessori alle nuove misure del proprio corpo.
Il vantaggio economico è evidente: modificare una cintura o stringere un paio di pantaloni può costare molto meno che acquistare un prodotto nuovo, soprattutto quando si tratta di capi di qualità.
Otto americani su dieci rimandano l’acquisto di vestiti nuovi
Il boom delle sartorie non dipende soltanto dalla quantità di persone che stanno dimagrendo. A incidere è anche l’incertezza su quanto durerà il cambiamento fisico e su quale sarà la taglia definitiva.
Secondo un’indagine della piattaforma di telemedicina Trimi, condotta su 737 americani che utilizzano o hanno utilizzato farmaci GLP-1, l’80% ha rimandato l’acquisto di nuovi vestiti, aspettando mediamente sei mesi.
I jeans risultano tra i capi più problematici: nove intervistati su dieci hanno segnalato difficoltà di vestibilità. A differenza di altri indumenti, infatti, i pantaloni in denim hanno spesso una struttura meno adattabile alle variazioni della circonferenza della vita e dei fianchi.
La scelta di aspettare prima di comprare un nuovo guardaroba risponde a due esigenze: contenere le spese e capire quando il peso si sarà stabilizzato.
Il caro vita americano rende questa decisione ancora più comprensibile. Chi ha già affrontato i costi del trattamento farmacologico può essere poco disposto a sostenere anche quelli necessari per sostituire buona parte dei propri vestiti.
Anche i negozi di abbigliamento si adattano ai clienti che cambiano taglia
L’industria della moda sta cominciando a modificare la propria offerta per intercettare questa nuova categoria di consumatori.
Stitch Fix, servizio americano di shopping online e consulenza personalizzata, ha ampliato la disponibilità di capi elasticizzati e regolabili, progettati per adattarsi più facilmente ai cambiamenti della corporatura.
Secondo l’amministratore delegato Matt Baer, almeno un nuovo cliente su cinque utilizza medicinali GLP-1 e cerca assistenza per individuare abiti adatti alla propria taglia.
Per i rivenditori si apre così un mercato particolare: quello di persone che hanno bisogno di vestiti diversi, ma che non vogliono investire immediatamente in un guardaroba completo.
Capi regolabili, tessuti elasticizzati e modelli capaci di adattarsi a più misure diventano quindi alternative interessanti rispetto agli indumenti tradizionali.
Il timore di riprendere peso dopo Ozempic frena gli acquisti
C’è però un’altra ragione che spinge molti americani a non liberarsi troppo rapidamente dei vecchi vestiti: la possibilità di recuperare parte dei chili perduti dopo l’interruzione della terapia.
Uno studio dell’Università di Cambridge pubblicato nel 2026 ha stimato che, nell’anno successivo alla sospensione di questi trattamenti, le persone possono recuperare mediamente circa il 60% del peso perso. Si tratta di una stima riferita alle popolazioni studiate, non di un risultato inevitabile per ogni paziente.
Il dato aiuta a comprendere perché una parte dei consumatori preferisca conservare gli abiti precedenti oppure limitarsi a modificarli. Acquistare oggi un guardaroba completamente nuovo potrebbe significare dover affrontare un’altra spesa nel caso di successive variazioni di peso.
Il risultato è un paradosso commerciale: mentre l’industria farmaceutica beneficia della diffusione dei medicinali dimagranti, una parte dei consumi di abbigliamento viene rinviata e il settore delle riparazioni trova nuovi clienti.
Così, almeno negli Stati Uniti, uno degli effetti più visibili della rivoluzione dei farmaci GLP-1 non si misura soltanto sulla bilancia, ma anche nelle botteghe dei sarti e dei calzolai, dove si accumulano pantaloni da stringere e cinture da accorciare.







