Pietracatella, il giallo del tradimento di Gianni Di Vita: agli inquirenti ammette la relazione extraconiugale, davanti ai giornalisti tace. Cosa nasconde?

Gianni di Vita

Agli investigatori avrebbe ammesso di aver avuto una relazione extraconiugale. Davanti ai giornalisti, invece, Gianni Di Vita sceglie di non confermare né smentire. È questa la contraddizione apparente che emerge dalle dichiarazioni dell’ex sindaco di Pietracatella, marito di Antonella Di Ielsi e padre della quindicenne Sara Di Vita, morte nel dicembre 2025 dopo essere state avvelenate con la ricina.

La relazione, secondo quanto dichiarato dall’avvocato Vittorino Facciolla, sarebbe stata riferita agli inquirenti fin dall’inizio delle indagini. Il legale ha precisato che si trattava di una vicenda sentimentale risalente a diversi anni prima, contestando le ricostruzioni che la collocano a ridosso del duplice omicidio.

Quando però gli è stato chiesto direttamente se avesse tradito la moglie, Di Vita ha rifiutato di rispondere. «Nella maniera più assoluta io non rispondo su queste cose. Non confermo e non smentisco. Di questioni di carattere personale proprio assolutamente non intendo parlare con i giornalisti», ha dichiarato.

Non si tratta quindi di una smentita della relazione, ma della decisione di non discuterne pubblicamente. Una posizione diversa da quella assunta dal suo avvocato, che ha invece confermato l’esistenza di un rapporto extraconiugale passato, negandone la rilevanza come possibile movente.

Il suocero: «Tradiva mia figlia», ma non lo ritiene colpevole

A rendere ancora più delicata la questione sono le dichiarazioni di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara. L’uomo, 76 anni, ha sostenuto pubblicamente che il genero tradisse sua figlia, aggiungendo di non ritenere che potesse aver agito da solo nell’eventualità di un suo coinvolgimento.

Salvatore Di Ielsi ha però precisato di non considerare Gianni responsabile dell’avvelenamento e di credere alla sua versione dei fatti. In un’altra occasione ha raccontato di avergli chiesto apertamente se fosse stato lui a provocare la morte delle due donne, ricevendo una risposta negativa.

Interpellato sulle dichiarazioni del suocero, l’ex sindaco ha affermato di non conoscerne il contenuto. «L’ho sentito poco fa al telefono, quindi mi basta questo», ha risposto, senza entrare nel merito delle affermazioni sulla propria vita sentimentale.

La difesa di Di Vita insiste sulla distanza temporale tra la relazione extraconiugale e il duplice delitto. Secondo Facciolla, l’ipotesi di un movente passionale sarebbe «estremamente debole», proprio perché il rapporto risalirebbe a diversi anni prima.

Il libro sequestrato con i passaggi sottolineati su due donne

Un altro elemento finito al centro degli accertamenti è un libro trovato nello studio di Gianni Di Vita: Tiro al piccione, dello scrittore Giose Rimanelli. Il volume, sequestrato dagli investigatori, presentava alcuni passaggi sottolineati a matita relativi alle vicende sentimentali di un uomo diviso tra due donne.

Una circostanza che ha suscitato interrogativi alla luce delle notizie sulla relazione extraconiugale dell’ex sindaco, senza che sia stato dimostrato un collegamento tra quelle sottolineature e l’omicidio di Antonella e Sara. Di Vita ha liquidato la questione con irritazione.

«È talmente stupida questa storia», ha dichiarato. «Non voglio parlare di nulla, ma figuriamoci di queste cose». In precedenza aveva spiegato che il libro gli era stato prestato, senza fornire ulteriori dettagli sulle sottolineature.

Il ritrovamento del volume si inserisce negli approfondimenti sulla vita privata e sui rapporti personali delle persone coinvolte nella vicenda, ma non chiarisce chi abbia procurato la ricina né come il veleno sia stato somministrato alle vittime.

Le analisi sugli alimenti e il giallo delle cozze scomparse

L’inchiesta della Procura di Larino procede per duplice omicidio volontario aggravato dall’uso di veleno. Il fascicolo resta contro ignoti e Gianni Di Vita non risulta indagato: la sua posizione è quella di persona offesa dal reato. Gli accertamenti tossicologici hanno confermato un avvelenamento di eccezionale gravità. Secondo i risultati riferiti nell’ambito delle indagini, madre e figlia avrebbero assunto una quantità di ricina pari a circa 140 volte la dose letale.

Le analisi condotte dal Robert Koch Institut sugli alimenti sequestrati non avrebbero individuato tracce della tossina. Rimane tuttavia irrisolto il caso delle cozze consumate dalla famiglia e successivamente gettate nella spazzatura, senza che fosse possibile sottoporle agli esami. L’assenza del veleno negli alimenti analizzati non permette quindi di escludere che la ricina fosse presente in cibi non più disponibili.

Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi pasti delle vittime e di stabilire chi abbia potuto manipolare gli alimenti prima del consumo.

L’ipotesi che il vero bersaglio fosse Gianni Di Vita

Tra le piste considerate dalla procuratrice Elvira Antonelli figura anche una possibilità che cambierebbe radicalmente la ricostruzione del delitto: il veleno potrebbe essere stato destinato a Gianni Di Vita, mentre a ingerirlo sarebbero state la moglie e la figlia. Gli accertamenti si sono estesi a diversi istituti scolastici della zona, dove la polizia ha cercato nei computer eventuali ricerche online sulla ricina.

Tra le strutture esaminate figura il liceo di Casacalenda, dove insegna Laura Di Vita, cugina dell’ex sindaco, ascoltata sei volte in Questura. Nelle vicinanze della scuola, così come nelle campagne di Pietracatella, sono state individuate piante di ricino. Gli investigatori stanno verificando eventuali collegamenti tra la disponibilità della pianta, le ricerche informatiche e le circostanze dell’avvelenamento.

Sul piano personale, invece, la situazione appare più definita di quanto lasci intendere il «non confermo e non smentisco» pronunciato dall’ex sindaco. Il suo stesso avvocato ha riferito che una relazione extraconiugale c’è stata e che gli inquirenti ne erano stati informati. Di Vita non l’ha negata pubblicamente: ha semplicemente rifiutato di parlarne.