Italia, centinaia di giovani in rivolta e famiglie allo stremo. Il governo deve imparare ad ascoltarli e il caso Vespa è d’esempio

Sabrina e Vespa, giovani rivolta

C’è un momento in cui la rabbia prende così tanto il sopravvento che diventa impossibile da ignorarla. In Italia, quel momento sembra essere arrivato. Il caro vita divora gli stipendi, il costo degli affitti mette in ginocchio gli studenti, il carburante pesa su chi lavora e intere famiglie fanno i conti con una quotidianità sempre più difficile. Mentre le proteste attraversano la penisola, la tensione cresce: cortei, scontri, blocchi stradali e scaffali vuoti in alcune zone del Sud.

Non è tutto uguale, non sono uguali le ragioni di chi protesta e non si possono giustificare le violenze. Ma liquidare tutto come un problema di ordine pubblico significa non voler vedere ciò che sta accadendo. La domanda non è soltanto perché la gente scenda in piazza. È perché sempre più persone sentano di non avere altri strumenti per farsi ascoltare.

Dalle piazze agli scaffali vuoti

Negli ultimi giorni le proteste hanno assunto forme diverse. A Milano e Torino si sono registrati disordini durante le manifestazioni; nel Mezzogiorno, la mobilitazione degli autotrasportatori contro il caro gasolio ha provocato blocchi e rallentamenti, con ripercussioni sulle consegne e prodotti freschi che hanno cominciato a mancare in alcuni supermercati.

Dietro queste immagini ci sono lavoratori che vedono aumentare i costi, famiglie che devono scegliere a cosa rinunciare, genitori preoccupati per il futuro dei figli e giovani che non riescono a immaginare né a come rendersi autonomi né al loro futuro. Il disagio entra nelle case degli italiani, nei loro carrelli della spesa e nelle loro bollette.

Quando persino lavorare non basta a vivere con serenità, la frustrazione diventa una questione sociale. Se i camion si fermano, le merci non arrivano e i supermercati restano senza alcuni prodotti. A a pagare il prezzo più caro sono i cittadini italiani.

I giovani protestano e la risposta non può essere «state zitti»

La rabbia dei giovani non nasce nel vuoto. Affitti proibitivi, precarietà, difficoltà economiche e diritto allo studio sono questioni concrete che meritano risposte altrettanto concrete. Si può contestare una manifestazione, condannare un’aggressione o chiedere conto di un dato senza trasformare chi protesta in un nemico da mettere a tacere.

Condannare la violenza è necessario. Usarla come pretesto per ignorare le ragioni di un’intera generazione è un errore gravissimo. La protesta pacifica va ascoltata, le accuse vanno verificate e le politiche pubbliche devono essere giudicate anche dai risultati che producono nella vita reale. Un governo non è chiamato soltanto a garantire l’ordine pubblico: deve dimostrare di comprendere perché cresce il malcontento e intervenire sulle cause che lo alimentano. Non manganellare gli studenti e neanche minacciare di sbatterli in carcere.

Bruno Vespa e Sabrina Brizzola

Il caso di Bruno Vespa e Sabrina Brizzola, coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari, è diventato il simbolo televisivo di questa frattura. Durante Porta a Porta, la giovane ha denunciato le difficoltà legate al diritto allo studio. Il confronto si è acceso quando Vespa l’ha interrotta invitandola a consultare le statistiche e a presentarsi preparata: «Quando parlate, voi giovani, documentatevi prima» e «dovete studiare», le ha detto. Lo ha detto ad una Gen-Z, parte della generazione più istruita di sempre ma anche di quella con più difficoltà. Che li invitiamo a fare negli studi televisivi se non diamo loro lo spazio per esprimersi e comprendere quali sono le difficoltà che riscontrano?

I dati si possono discutere. Le affermazioni di una rappresentante studentesca possono essere verificate e, se necessario, corrette. Ma è proprio questo il compito di un confronto pubblico: lasciare spazio alle argomentazioni, rispondere nel merito e permettere al pubblico di valutare.

Il problema non è chiedere a una giovane di documentarsi. Il problema gigantesco è pesare la sua età mentre cerca di spiegare un problema che riguarda il suo futuro. Chi ha più esperienza e più potere mediatico dovrebbe dare l’esempio, non trasformare il dissenso in una prova di “sapienza”.

Servono risposte, non soltanto punizioni

La tentazione di rispondere alla rabbia con nuove condanne, divieti e misure repressive è la via più “facile” per il caro governo Meloni. Ma uno Stato deve tutelare le persone e, nello stesso tempo, interrogarsi sulle ragioni del disagio. Questo non significa giustificare chi distrugge, aggredisce o mette in pericolo gli altri. Significa evitare che le immagini degli scontri cancellino le richieste di chi manifesta senza violenza.

Le giovani generazioni hanno diritto di protestare, di contestare le istituzioni e di pretendere risposte. Non hanno il diritto di ferire o intimidire, ma non devono neppure essere trattate come una massa di irresponsabili soltanto perché mettono in discussione le scelte di chi governa. La rabbia ormai ha invaso piazze, strade e ha inferocito i dibattiti televisivi. Adesso la scelta GFHSRSè politica e culturale: limitarsi a reprimere ciò che si vede oppure provare a capire come mettere in atto misure concrete per affrontare le cause del malcontento, dal costo della vita al diritto allo studio, dalla precarietà del lavoro alla difficoltà di costruirsi un futuro.

Perché una società che pretende di essere ascoltata dai giovani, ma non trova il tempo di ascoltarli, rischia di accorgersi troppo tardi di quanto sia diventata profonda la distanza tra le istituzioni e le nuove generazioni.