La ricina a Pietracatella si sarebbe presentata inizialmente con i sintomi di una gastroenterite, ingannando i medici che visitarono la famiglia Di Vita. A raccontarlo è Pietro Vuotto, il medico del pronto soccorso del Cardarelli che vide Antonella De Ielsi e Sara Di Vita. Vuotto visitò anche Gianni Di Vita e oggi figura tra i sanitari indagati per omicidio colposo. Il suo racconto ricostruisce soprattutto il drammatico peggioramento di Sara. «Il giorno prima avevo lasciato una persona che il giorno dopo trovo completamente diversa». Poi una frase descrive il problema affrontato dai sanitari: «La ricina si traveste così».
Ricina a Pietracatella, i primi sintomi sembravano quelli di una gastroenterite
Pietro Vuotto ricostruisce quanto vide durante il primo accesso della famiglia Di Vita in ospedale. Antonella e Sara presentavano un quadro che indirizzava verso una patologia gastrointestinale.
«Sia Sara che Antonella sono arrivate con un quadro gastroenteritico chiaro», racconta il medico. Entrambe avevano riferito diversi episodi di vomito e diarrea e lamentavano dolori addominali.
Gianni Di Vita presentava invece una sintomatologia meno specifica. Aveva crampi muscolari, stanchezza, mal di testa e nausea. Vuotto precisa inoltre di non averlo mai visto vomitare durante la permanenza in pronto soccorso.
I medici sottoposero i tre ad alcuni accertamenti. Secondo Vuotto, a metà mattinata Antonella appariva in condizioni abbastanza buone da raggiungere autonomamente il suo studio.
«Viene nella mia stanza con le sue gambe», ricorda. Il medico parlò con lei per circa dieci minuti e le spiegò la propria ipotesi. In quel momento pensava a una patologia infettiva.
Pietracatella, Antonella e Gianni dimessi mentre Sara resta in ospedale
I sanitari decisero di dimettere Antonella e Gianni. Vuotto scelse invece di trattenere Sara perché alcuni valori richiedevano ulteriori controlli.
«Era una ragazzina, più spossata, e alcuni valori meritavano un approfondimento», spiega. Il medico chiese quindi una valutazione infettivologica e cercò eventuali esami precedenti per poter effettuare un confronto.
Successivamente anche Sara lasciò l’ospedale. Secondo quanto riferito a Vuotto dai colleghi, la ragazza stava meglio, camminava nel corridoio e chiedeva di tornare a casa per mangiare.
I sanitari le consigliarono pasti leggeri e una corretta idratazione. Soltanto il giorno successivo, però, il quadro cambiò completamente.
«Sara era irriconoscibile»: il ritorno in codice rosso
Il 27 dicembre Sara tornò al pronto soccorso in codice rosso. Aveva la pressione molto bassa e faticava a parlare normalmente.
Vuotto descrive una trasformazione che ancora oggi considera sorprendente. «Il giorno prima avevo lasciato una persona che il giorno dopo trovo completamente diversa».
Il medico arriva a dire che, guardando soltanto il quadro clinico, avrebbe faticato a riconoscerla. Sara appariva confusa e tendeva ad addormentarsi. Accanto a lei c’era la sorella, spaventata dalle frasi apparentemente sconnesse della ragazza.
Vuotto collegò inizialmente quella confusione alla forte ipotensione. Notò anche una grave disidratazione e dispose una terapia con flebo.
All’inizio sembrò funzionare. Le condizioni migliorarono abbastanza da permettere a Sara di parlare nuovamente con lui.
«Voglio andare a casa, che ci faccio qui», gli disse la ragazza. Vuotto cercò di rassicurarla: «Sei appena arrivata, vediamo se stasera andiamo via assieme».
Poche ore dopo tutto cambiò.
Ricina, il crollo improvviso e la chiamata alla Rianimazione
Intorno alle 19 Sara si alzò dalla barella per raggiungere il bagno e cadde. A quel punto i sanitari controllarono nuovamente pressione, frequenza cardiaca e saturazione.
Vuotto dispose anche un’emogasanalisi. I risultati mostrarono un peggioramento.
«Vedo valori in peggioramento, a quel punto avverto la Rianimazione», racconta. Da quel momento i rianimatori presero in carico la ragazza.
Sara morì quella stessa sera. Sua madre Antonella morì il giorno successivo.
La relazione medico-legale ha però aperto anche un fronte giudiziario sull’assistenza ricevuta dalle due donne. Secondo le valutazioni riportate nell’indagine, i sanitari avrebbero dovuto prolungare l’osservazione e trasferire Sara prima in Rianimazione.
Vuotto respinge questa ricostruzione sulla base delle condizioni che i medici avevano davanti in quelle ore.
«Facile dirlo con il senno del poi», replica. Secondo il sanitario, diversi medici e uno specialista interpretarono inizialmente il quadro nello stesso modo.
«La ricina si traveste così»: il medico spiega perché nessuno capì
È questo il passaggio centrale della sua ricostruzione. «La ricina si traveste così», afferma Vuotto riferendosi alla sintomatologia gastrointestinale mostrata inizialmente dalle due donne.
Il medico sostiene di non avere mai assistito a un peggioramento simile durante i suoi 26 anni di carriera. Sottolinea inoltre di aver manifestato la propria sorpresa ancora prima che emergesse l’ipotesi dell’avvelenamento.
«Quel che abbiamo visto ha sorpreso tutti. Mai vista in 26 anni di carriera un’evoluzione simile».
Vuotto ricorda anche che non esiste un antidoto specifico capace di neutralizzare la ricina dopo l’esposizione. Questo elemento, però, non chiude il dibattito sull’assistenza sanitaria e sulle tempistiche degli interventi. Saranno gli accertamenti giudiziari a stabilire eventuali responsabilità.
Una o due esposizioni alla ricina? I tre scenari indicati dal medico
Nelle parole di Vuotto compare infine un particolare importante anche per l’inchiesta sull’avvelenamento da ricina a Pietracatella. Il medico non esclude che le vittime possano avere subito più di un’esposizione.
Alla domanda su una possibile doppia esposizione al veleno risponde: «Lo ritengo plausibile, non lo escludo».
Ma non è l’unica possibilità. Vuotto considera compatibile con il quadro anche una singola esposizione alla ricina.
Poi introduce una terza ipotesi: Antonella e Sara potrebbero avere sofferto inizialmente di una vera malattia virale e avere assunto il veleno in un momento successivo.
Sono scenari profondamente diversi. Se emergessero elementi a favore di una seconda esposizione, gli investigatori dovrebbero ricostruire dove e quando possa essere avvenuta. Se invece si trattasse di un’unica assunzione, diventerebbero centrali i tempi di evoluzione dell’avvelenamento.
Vuotto non sceglie tra le diverse possibilità. «Quale sia la spiegazione lo stabiliranno i periti, non io».
Ed è proprio questo uno dei nodi ancora aperti nel giallo di Pietracatella: capire quando Antonella De Ielsi e Sara Di Vita entrarono in contatto con la ricina e se il veleno venne assunto una sola volta oppure in momenti differenti.







