Petrolio giù del 16% ma carburanti ancora su: il governo attacca le compagnie e minaccia una tassa sugli extraprofitti, ma alla pompa non se ne accorge nessuno. È questo il paradosso che sta alimentando tensioni sempre più evidenti tra governo e compagnie petrolifere. Dopo la tregua tra Stati Uniti e Iran, le quotazioni del greggio sono crollate del 16%, ma benzina e gasolio, anziché adeguarsi, hanno continuato a salire, innescando una reazione dura da parte dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
I numeri raccontano una realtà difficile da ignorare. Il prezzo medio della benzina in modalità self service ha toccato quota 1,792 euro al litro, in aumento rispetto ai giorni precedenti, mentre il diesel ha superato i 2,18 euro. Ancora più alti i valori in autostrada, dove la verde sfiora 1,83 euro e il gasolio supera i 2,20. Una dinamica che stride con l’andamento internazionale del greggio e che ha fatto scattare l’allarme a Palazzo Chigi.
Petrolio giù del 16% ma carburanti ancora su
A guidare il confronto con le compagnie è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha convocato i principali operatori del settore – da Eni a Q8, passando per Api-Ip e Tamoil – per chiedere spiegazioni immediate. Il messaggio, secondo quanto filtra, è stato tutt’altro che diplomatico: abbassare subito i prezzi oppure affrontare conseguenze concrete, a partire da una possibile tassazione sugli extraprofitti.
Il nodo, del resto, è sempre lo stesso e torna ciclicamente nel dibattito pubblico: la velocità con cui i prezzi alla pompa reagiscono agli aumenti del petrolio e la lentezza con cui invece recepiscono i ribassi. “Com’è possibile che quando salgono le quotazioni i prezzi aumentano subito, mentre quando scendono non accade il contrario?”, è la domanda, tutt’altro che retorica, che Urso ha posto alle compagnie.
Sul tavolo c’è anche il rischio di nuove verifiche a tappeto attraverso MisterPrezzi e controlli sulla rete dei distributori, oltre 22 mila impianti in tutta Italia. Un segnale chiaro: il governo non intende limitarsi a un richiamo formale, ma è pronto a intervenire se la situazione non si sbloccherà rapidamente.
il governo attacca le compagnie e minaccia una tassa sugli extraprofitti
Eppure, dietro quello che appare come un semplice squilibrio tra quotazioni e prezzi finali, si muove un quadro più complesso. L’esecutivo ha già stanziato circa un miliardo di euro per ridurre le accise e contenere il costo dei carburanti fino ai primi di maggio, ma il mancato effetto sui prezzi alimenta il sospetto – politico prima ancora che economico – di comportamenti opportunistici da parte delle compagnie.
Dall’altra parte, però, pesa il contesto internazionale. Il Fondo monetario internazionale mette in guardia da letture troppo semplicistiche: la crisi energetica non è affatto superata. Secondo le stime, dal mercato globale sono scomparsi circa il 13% del petrolio e il 20% del gas liquefatto provenienti dal Golfo, con effetti destinati a propagarsi nel tempo. Anche in presenza di una tregua geopolitica, le catene di approvvigionamento restano fragili e soggette a oscillazioni che non si riflettono immediatamente sui prezzi finali.
È proprio in questa zona grigia che si inserisce lo scontro tra politica e industria. Da un lato la pressione dell’opinione pubblica, che guarda al prezzo alla pompa come indicatore immediato del costo della vita; dall’altro le dinamiche di mercato, fatte di contratti, scorte, logistica e margini che non si adeguano in tempo reale alle variazioni del greggio.
Resta il fatto che, agli occhi dei consumatori, il meccanismo appare sempre più difficile da accettare. Quando il petrolio sale, il conto arriva subito. Quando scende, invece, resta sospeso. Ed è su questo squilibrio percettivo, prima ancora che economico, che si gioca la partita politica delle prossime settimane, con il governo pronto a trasformare il richiamo in intervento concreto se i prezzi non torneranno rapidamente indietro.







