L’Europa che si prepara a votare non è più quella che, alla fine del secolo scorso, affidava ai socialdemocratici e ai popolari la costruzione di un futuro comune, confidando nella globalizzazione, nell’integrazione economica e nella progressiva riduzione delle distanze tra gli Stati. Trent’anni dopo, il continente si confronta con una trasformazione profonda dei propri equilibri politici: i partiti tradizionali perdono parte della loro capacità di rappresentanza, le formazioni nazionaliste conquistano nuovi consensi e la destra radicale, un tempo confinata ai margini del sistema istituzionale, partecipa sempre più spesso alla definizione dell’agenda politica.
Dalla Germania alla Francia, dalla Spagna all’Austria, passando per l’Italia, il Portogallo, i Paesi Bassi e l’Europa orientale, il fenomeno assume caratteristiche differenti ma presenta alcuni elementi ricorrenti: la contestazione delle politiche migratorie, la rivendicazione della sovranità nazionale, la critica alle istituzioni europee, la difesa dell’identità culturale e la promessa di restituire protezione economica e sociale a cittadini che si sentono esclusi dai benefici della crescita.
Estrema destra: niente semplificazioni storiche
Definire indistintamente queste forze neofasciste o neonaziste sarebbe tuttavia una semplificazione storicamente e politicamente impropria. Nell’universo delle destre europee convivono movimenti nazionalconservatori, partiti populisti radicali, formazioni identitarie e organizzazioni riconducibili a tradizioni estremiste. Differiscono per programmi economici, rapporti con le istituzioni democratiche, posizioni sulla Russia, atteggiamenti verso l’Unione europea e riferimenti ideologici. La distinzione è essenziale per comprendere non soltanto chi sta conquistando consenso, ma soprattutto quale trasformazione stia attraversando la società europea.
Il ciclo delle elezioni nazionali tra il 2026 e il 2027 rappresenterà un passaggio particolarmente importante. Non si tratta del rinnovo del Parlamento europeo: le prossime elezioni europee si terranno nel 2029, a cinque anni dal voto del giugno 2024. Francia, Italia, Spagna e Polonia saranno chiamate a confrontarsi con scadenze elettorali capaci di incidere sugli equilibri dell’Unione. Un’analisi pubblicata a settembre dal Carnegie Endowment for International Peace, centro internazionale di ricerca sulle relazioni politiche, individua proprio nelle consultazioni di questi quattro grandi Paesi un banco di prova per la tenuta delle istituzioni europee.
Germania, l’AfD rompe gli equilibri della Repubblica federale
La Germania costituisce uno dei casi più significativi. Alternative für Deutschland, conosciuta con la sigla AfD, è passata dall’originaria contestazione dell’euro a una piattaforma politica caratterizzata da nazionalismo, opposizione all’immigrazione, critica alle politiche climatiche e rivendicazione della centralità dell’identità tedesca. Il partito ha consolidato una presenza particolarmente rilevante nei territori dell’ex Germania orientale, dove la riunificazione non ha cancellato tutte le disuguaglianze economiche, demografiche e sociali.
La vittoria dell’AfD nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, nel settembre 2026, ha segnato un ulteriore passaggio nella sua affermazione territoriale. Il partito ha conquistato il primato elettorale senza raggiungere la maggioranza assoluta, mentre le altre forze politiche si sono confrontate nuovamente con il problema delle alleanze e della tradizionale barriera politica, il cosiddetto Brandmauer, costruita per impedire collaborazioni con l’estrema destra.
Le ragioni del consenso non possono essere ricondotte esclusivamente all’immigrazione. La crisi di alcuni settori industriali, le difficoltà dell’automotive, i costi della transizione energetica, il rallentamento economico e la percezione di un crescente distacco tra Berlino e le comunità periferiche costituiscono altrettanti elementi di un malcontento che AfD è riuscita a intercettare.
La Germania conserva inoltre una specificità storica che rende particolarmente delicato il confronto con l’estrema destra: l’eredità del nazionalsocialismo e il sistema di garanzie costituzionali costruito dopo il 1945. Le controversie giudiziarie e istituzionali relative ad AfD e alle sue articolazioni devono essere esaminate distinguendo le valutazioni delle autorità, le decisioni dei tribunali e le posizioni difensive del partito.
La prossima elezione federale ordinaria è prevista nel 2029, ma il confronto politico è già aperto attraverso le competizioni regionali e l’evoluzione dei sondaggi nazionali. La questione non riguarda soltanto quanti voti possa raccogliere AfD, ma come la sua presenza modifichi le scelte programmatiche e le strategie dei partiti tradizionali.
Francia, il Rassemblement National e la sfida per l’Eliseo
In Francia la trasformazione è ancora più evidente se osservata attraverso la storia del Rassemblement National. Nato dall’esperienza del Front National, di cui Jean-Marie Le Pen fu cofondatore e primo presidente, il partito ha attraversato un lungo processo di riorganizzazione politica e comunicativa sotto la guida di Marine Le Pen, affiancata negli ultimi anni dall’ascesa di Jordan Bardella.
La strategia della cosiddetta dédiabolisation, cioè il tentativo di superare l’immagine di forza politicamente impresentabile, ha accompagnato la ricerca di un elettorato più ampio rispetto a quello storicamente legato all’estrema destra francese. Al centro della proposta rimangono il controllo dell’immigrazione, la priorità nazionale in diversi ambiti delle politiche pubbliche, la sicurezza, la difesa del potere d’acquisto e una revisione del rapporto tra sovranità francese e istituzioni comunitarie.
Estrema destra: il consenso per la Le Pen
Il consenso al Rassemblement National attraversa territori industriali in declino, aree rurali, centri periferici e segmenti dell’elettorato che percepiscono una distanza crescente dalle élite economiche e politiche parigine. Il partito ha costruito parte della propria forza presentandosi come interprete di una Francia socialmente ed economicamente meno rappresentata.
Le elezioni presidenziali del 18 aprile e del 2 maggio 2027 rappresentano un appuntamento centrale per il futuro politico del Paese. Marine Le Pen ha annunciato la propria candidatura il 7 luglio 2026. L’annuncio politico va tenuto distinto dalla verifica dei requisiti giuridici per partecipare al voto. Sul piano elettorale resta decisiva la capacità dei diversi schieramenti di aggregare consensi al secondo turno.
La posta in gioco supera i confini francesi. Parigi è uno dei principali motori dell’integrazione europea e qualsiasi cambiamento nella sua politica comunitaria avrebbe conseguenze sui rapporti con Berlino, sulle politiche economiche, sulla difesa comune e sulla gestione dei flussi migratori. Il confronto è già aperto sul bilancio pluriennale dell’Unione per il 2028-2034: nell’ottobre 2026 il Consiglio continua a negoziarne il quadro, in una fase nella quale le scadenze elettorali nazionali possono influenzare le posizioni dei governi.
Spagna, Vox e la crisi del modello bipartitico
La Spagna offre un’altra prospettiva. Vox, guidato da Santiago Abascal, ha costruito la propria identità politica attorno al nazionalismo spagnolo, alla difesa dell’unità dello Stato, alla contestazione dei movimenti indipendentisti, al contrasto dell’immigrazione irregolare e a posizioni conservatrici sui temi della famiglia e dei diritti civili.
Il suo sviluppo si inserisce nella progressiva frammentazione del sistema politico spagnolo, tradizionalmente dominato dal Partito socialista operaio spagnolo, il Psoe, e dal Partito popolare. Le tensioni territoriali, in particolare quelle legate alla Catalogna, hanno contribuito a rafforzare la centralità del tema dell’identità nazionale.
Ma anche in Spagna il consenso alla destra radicale si intreccia con problemi economici concreti. Il costo degli affitti, le difficoltà di accesso alla casa, la precarietà di una parte del mercato del lavoro e le disuguaglianze generazionali alimentano una competizione politica nella quale la dimensione sociale è diventata sempre più importante.
La decisione del presidente del governo Pedro Sánchez di convocare elezioni anticipate per il 29 novembre 2026 ha accelerato il calendario politico spagnolo, inserendo il Paese nel ciclo elettorale europeo già in corso. Il confronto riguarda il rapporto tra Partito popolare e Vox, ma anche la capacità delle forze progressiste di mantenere una proposta riconoscibile sui temi economici e sociali.
Italia, da Giorgia Meloni a Roberto Vannacci: la destra si divide e si ricompone
L’Italia presenta una configurazione diversa rispetto a molti altri Paesi europei. La destra nazionale non è soltanto una forza di opposizione che aspira al governo: con Giorgia Meloni guida già l’esecutivo dal 2022. Fratelli d’Italia, partito proveniente dalla tradizione della destra postfascista, ha progressivamente consolidato una propria collocazione istituzionale, sviluppando rapporti con i governi europei e assumendo posizioni che, in alcuni settori della politica estera, si distinguono da quelle di altre formazioni nazionaliste.
La presenza della Lega di Matteo Salvini, di Forza Italia e delle altre componenti del centrodestra rende il quadro italiano ulteriormente articolato. Le differenze emergono anche a Bruxelles: Fratelli d’Italia appartiene alla famiglia dei Conservatori e Riformisti europei, la Lega ai Patrioti per l’Europa e Forza Italia al Partito popolare europeo. Tre collocazioni differenti che convivono nella medesima maggioranza nazionale.
Estrema destra: in questo scenario arriva Vannacci
A questo scenario si è aggiunto Futuro Nazionale, la formazione guidata dall’ex generale ed europarlamentare Roberto Vannacci, che ha introdotto una nuova competizione nello spazio politico alla destra del governo. Il movimento si distingue per l’enfasi sulle questioni identitarie, sulla sovranità nazionale e sulla contestazione delle politiche migratorie, cercando di rappresentare un elettorato che giudica insufficientemente incisiva la proposta delle forze tradizionali del centrodestra.
La collocazione europea di Futuro Nazionale è particolarmente significativa. Vannacci aderisce al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane al Parlamento europeo, nel quale siedono anche gli eurodeputati di AfD. Il gruppo parlamentare va distinto dall’omonimo partito politico europeo. Il 7 luglio 2026 il Parlamento europeo ha approvato una richiesta di verifica del rispetto dei valori fondanti dell’Unione da parte del partito europeo ESN. La verifica riguarda il partito europeo e non costituisce, di per sé, una dichiarazione di responsabilità delle singole formazioni aderenti.
Sul piano elettorale, i numeri impongono attenzione. La Supermedia YouTrend per l’agenzia Agi del 15 ottobre 2026 assegna a Futuro Nazionale il 7,2%, in diminuzione di mezzo punto rispetto alla precedente rilevazione, mentre Fratelli d’Italia si attesta al 27,2%, Forza Italia al 7,4% e la Lega al 6%. La formazione di Vannacci conserva dunque una consistenza rilevante nelle intenzioni di voto, pur attraversando una fase di ridimensionamento rispetto alle settimane precedenti.
Futuro Nazionale, da dove arrivano i voti di Vannacci
La questione politica è duplice. Da una parte occorre comprendere se Futuro Nazionale sia in grado di attrarre cittadini precedentemente orientati verso l’astensione o altri schieramenti. Dall’altra bisogna verificare quanto del suo consenso provenga da elettori già appartenenti al centrodestra. Nel primo caso si avrebbe un ampliamento dell’area elettorale, nel secondo una redistribuzione interna, con conseguenze potenzialmente differenti sugli equilibri delle coalizioni.
L’esperienza italiana dimostra inoltre che la destra europea non costituisce un blocco omogeneo. La collocazione atlantica di Meloni, i rapporti di Salvini con altre forze sovraniste e l’appartenenza di Vannacci alla famiglia politica europea di AfD evidenziano differenze che attraversano il campo nazionalista ben oltre i confini nazionali.
Austria, Portogallo, Paesi Bassi e Polonia: il fenomeno attraversa il continente
Il quadro europeo non si esaurisce nelle quattro maggiori democrazie dell’Unione. In Austria il Partito della Libertà, l’Fpö, rappresenta da decenni una componente importante della destra nazionalista, con una piattaforma politica fortemente critica verso l’immigrazione e alcuni aspetti dell’integrazione europea. La sua storia dimostra che il fenomeno non nasce improvvisamente con le crisi più recenti, ma affonda le radici in trasformazioni politiche iniziate molti anni fa.
In Portogallo, Chega ha contribuito a modificare un sistema politico nel quale l’estrema destra aveva mantenuto a lungo una presenza elettorale marginale dopo la fine della dittatura salazarista. Nei Paesi Bassi il Partito per la Libertà, il Pvv di Geert Wilders, ha costruito il proprio profilo soprattutto attorno alla critica dell’immigrazione e dell’Islam, mentre in Polonia la destra nazionalista si articola tra forze conservatrici già protagoniste del governo e movimenti più radicali, tra cui Konfederacja.
L’esperienza di governo di Viktor Orbán in Ungheria rappresenta invece un caso distinto: il nazionalconservatorismo di Fidesz si è tradotto in un lungo esercizio del potere e in un confronto strutturale con le istituzioni europee sullo Stato di diritto, sull’indipendenza delle istituzioni e sul modello di democrazia illiberale rivendicato dall’ex premier. Il quadro attuale è però cambiato: il governo ungherese è oggi guidato da Péter Magyar.
Anche il Regno Unito, pur non appartenendo più all’Unione europea, partecipa a questa trasformazione politica. Reform UK, guidato da Nigel Farage, propone una piattaforma populista e nazionalista che pone al centro il controllo dell’immigrazione, la critica all’establishment e la contestazione di alcune politiche ambientali.
Il dato comune non è l’identità dei programmi, ma la capacità di trasformare il malcontento in rappresentanza politica, spesso attraverso una comunicazione diretta, fortemente personalizzata e costruita attorno a questioni percepite come immediate dagli elettori.
Quando l’Italia andava controcorrente: da Berlusconi a Meloni
Esiste un elemento storico che rende particolarmente interessante il confronto tra l’Italia e il resto d’Europa. In alcune fasi decisive degli ultimi trent’anni, il nostro Paese ha seguito una traiettoria politica differente rispetto a quella prevalente nelle maggiori democrazie continentali, talvolta anticipando fenomeni che si sarebbero manifestati altrove soltanto successivamente.
Il precedente più significativo risale alla fine degli anni Novanta. Tony Blair guidava il Regno Unito dal 1997, Gerhard Schröder era cancelliere tedesco dal 1998 e Lionel Jospin era primo ministro francese dal 1997, in coabitazione con il presidente Jacques Chirac. Nelle tre grandi capitali si era così aperta una stagione favorevole ai socialisti e ai socialdemocratici, pur con esperienze politiche e istituzionali differenti.
Anche l’Italia, con la vittoria dell’Ulivo di Romano Prodi nel 1996, aveva partecipato a quella stagione. Ma nel 2001 il quadro cambiò: mentre Blair e Schröder conservavano la guida dei rispettivi governi e Jospin rimaneva primo ministro francese, Silvio Berlusconi conquistava nuovamente Palazzo Chigi, riportando il centrodestra alla guida dell’Italia.
Non si trattava di un’eccezione assoluta, perché il panorama europeo era già più articolato di quanto suggerisse la contrapposizione tra destra e sinistra, ma il risultato italiano rappresentava una divergenza significativa rispetto agli orientamenti di alcune grandi capitali.
Il voto italiano tra eccezioni e nuove leadership
La successiva evoluzione politica conferma che non esiste una regola secondo la quale l’Italia voti sistematicamente in direzione opposta al resto d’Europa. Il successo del centrosinistra nel 1996, la vittoria di Berlusconi nel 2008 e l’affermazione di Meloni nel 2022 appartengono a contesti differenti, nei quali hanno pesato leadership, sistemi elettorali, coalizioni, crisi economiche e dinamiche nazionali.
Tuttavia, il caso italiano presenta un tratto che merita attenzione: la capacità di alcuni leader di trasformare profondamente il sistema politico attraverso nuove forme di comunicazione, una forte personalizzazione del consenso e la contestazione dei partiti tradizionali. Berlusconi nel 1994, il Movimento 5 Stelle nella stagione della protesta antisistema e Meloni nel 2022 rappresentano esperienze politicamente differenti, ma accomunate dall’aver intercettato, in momenti diversi, una domanda di cambiamento della rappresentanza.
La questione, oggi, è comprendere se l’Italia abbia anticipato una trasformazione più generale delle democrazie europee oppure se la contemporanea crescita delle destre nazionaliste dipenda soprattutto da condizioni economiche, sociali e culturali condivise.
Salari, inflazione, immigrazione: le ragioni economiche e sociali della protesta
Ridurre l’affermazione delle destre radicali a una semplice reazione contro l’immigrazione significherebbe ignorare una parte importante delle trasformazioni economiche che attraversano il continente. Negli ultimi anni, famiglie e imprese hanno dovuto confrontarsi con l’aumento del costo della vita, le conseguenze della crisi energetica, la difficoltà di accesso all’abitazione, la trasformazione dei sistemi produttivi e l’incertezza legata alle prospettive occupazionali.
Una ricerca pubblicata nel 2024 sulla rivista scientifica Economica ha analizzato il rapporto tra insicurezza economica e consenso ai movimenti populisti europei, individuando effetti sia diretti, attraverso la domanda di protezione, sia indiretti, attraverso la perdita di fiducia nelle istituzioni e la diminuzione della partecipazione elettorale.
La relazione non è però automatica. Non tutti gli elettori economicamente svantaggiati votano per la destra radicale, così come non tutti i suoi sostenitori appartengono alle fasce sociali più povere. Una ricerca del 2026 basata sui dati dell’European Social Survey, l’indagine comparativa sulle società europee, rileva un’associazione tra isolamento sociale, riduzione della fiducia reciproca e indebolimento dei legami comunitari, da un lato, e atteggiamenti contrari all’immigrazione e consenso nazionalpopulista dall’altro, senza ridurre queste scelte a un’unica causa.
La sfiducia nelle istituzioni e la domanda di protezione
Il punto centrale è che la percezione di essere stati esclusi dalle decisioni politiche può diventare altrettanto importante della condizione economica effettiva. Un lavoratore che teme di perdere il proprio impiego, un giovane che non riesce ad acquistare casa, un pensionato che vede diminuire il potere d’acquisto e un cittadino che considera insufficienti i servizi pubblici possono esprimere forme differenti di sfiducia verso il sistema politico, senza necessariamente condividere la stessa ideologia.
I movimenti nazionalisti cercano di dare una risposta a queste insicurezze individuando nella sovranità nazionale, nel controllo delle frontiere e nella riduzione dei vincoli europei gli strumenti attraverso i quali restituire ai cittadini una maggiore capacità di incidere sul proprio futuro.
La sinistra e il centrosinistra, dal canto loro, continuano a proporre risposte fondate, con differenze significative tra i vari partiti, sulla redistribuzione, sul rafforzamento dei servizi pubblici, sulla tutela del lavoro e sulle politiche di integrazione. Il confronto politico si sviluppa quindi non soltanto attorno all’identità nazionale, ma anche sulla capacità delle diverse forze di tradurre le proprie proposte in risultati percepibili nella vita quotidiana.
I giovani, i social e la nuova comunicazione delle destre radicali
Un altro elemento riguarda la trasformazione del linguaggio politico. Le nuove generazioni non vivono il rapporto con i partiti attraverso le organizzazioni territoriali e i mezzi di comunicazione che hanno caratterizzato gran parte del Novecento. La formazione delle opinioni avviene sempre più spesso attraverso piattaforme digitali, video brevi, contenuti personalizzati e messaggi capaci di circolare rapidamente al di fuori dei canali tradizionali.
Le forze della destra radicale hanno investito in queste modalità di comunicazione, utilizzando un linguaggio diretto e riconoscibile, spesso costruito sulla contrapposizione tra cittadini comuni ed élite politiche, economiche o culturali. La stessa strategia è stata adottata, con contenuti differenti, anche da movimenti populisti di altra collocazione ideologica.
Non sarebbe tuttavia corretto descrivere i giovani europei come un blocco elettorale uniformemente orientato verso destra. Le ricerche disponibili mostrano differenze importanti tra Paesi, generi, livelli di istruzione e condizioni sociali. La crescita del consenso giovanile verso alcune formazioni nazionaliste convive con il sostegno a partiti progressisti, ambientalisti e movimenti impegnati sui diritti civili.
La questione più rilevante è comprendere perché una parte delle nuove generazioni, cresciuta in società democratiche e integrate nell’Unione europea, consideri le proposte nazionaliste una risposta possibile alle proprie aspettative. La precarietà economica, la difficoltà di costruire un progetto di vita autonomo e la sfiducia nella capacità della politica tradizionale di produrre cambiamenti costituiscono fattori da analizzare insieme alla dimensione culturale.
Il Parlamento europeo e il problema delle alleanze
La crescita delle destre nazionaliste ha già modificato la composizione del Parlamento europeo, pur senza determinare la scomparsa della maggioranza complessiva delle forze tradizionalmente favorevoli all’integrazione comunitaria.
Nella composizione del Parlamento europeo alla seduta costitutiva del luglio 2024, successiva alle elezioni di giugno, il Partito popolare europeo aveva ottenuto 188 seggi, i Socialisti e Democratici 136, i Patrioti per l’Europa 84, i Conservatori e Riformisti europei 78 e il gruppo Europa delle Nazioni Sovrane 25. Le tre formazioni parlamentari nelle quali si distribuisce una parte significativa della destra nazionalista e conservatrice disponevano complessivamente di 187 seggi sui 720 dell’assemblea. Il dato fotografa la composizione iniziale della legislatura, non necessariamente quella attuale, e non identifica i tre gruppi come un unico schieramento politico.
Le differenze sono infatti sostanziali. Alcuni partiti sostengono l’Ucraina e rivendicano una collocazione atlantica, altri hanno espresso posizioni più concilianti nei confronti della Russia. Alcuni intendono modificare dall’interno le politiche comunitarie, altri contestano in modo più radicale il processo di integrazione. Le divergenze riguardano anche la disciplina di bilancio, la politica commerciale, l’energia e il rapporto con gli Stati Uniti.
La crescita elettorale non produce dunque automaticamente una maggioranza nazionalista omogenea. Può però incidere sulle scelte dei partiti tradizionali, spostando il confronto verso temi come immigrazione, sicurezza, transizione ambientale e sovranità nazionale. È un processo già osservato da diversi centri di ricerca europei, che distinguono tra la conquista diretta del potere e la capacità di influenzare le politiche pubbliche anche dall’opposizione.
Le elezioni nazionali del 2027 e gli equilibri dell’Unione europea
Le prossime consultazioni rappresentano un passaggio importante non perché esista un esito già scritto, ma perché si svolgeranno in una fase nella quale i sistemi politici nazionali appaiono più frammentati e le questioni internazionali richiedono decisioni sempre più coordinate.
L’Unione europea dovrà confrontarsi con il bilancio pluriennale, la competitività industriale, le politiche energetiche, la sicurezza continentale, la guerra in Ucraina, la gestione delle migrazioni e il rapporto con le grandi potenze. La composizione dei governi nazionali inciderà inevitabilmente sulla capacità di raggiungere accordi, soprattutto nei settori nei quali è richiesta l’unanimità.
L’affermazione dei movimenti nazionalisti pone inoltre una questione istituzionale che non può essere elusa: quale rapporto intendono stabilire con il pluralismo politico, l’indipendenza della magistratura, la libertà di informazione, i diritti delle minoranze e i principi dello Stato di diritto? Le risposte non sono identiche nei diversi partiti e devono essere valutate sulla base dei programmi, delle dichiarazioni e soprattutto delle decisioni assunte quando queste forze esercitano responsabilità di governo.
Allo stesso tempo, sarebbe riduttivo interpretare ogni voto nazionalista come un rifiuto della democrazia. Una parte degli elettori utilizza queste formazioni per manifestare insoddisfazione verso le politiche economiche, contestare la gestione dell’immigrazione o chiedere un diverso rapporto tra istituzioni nazionali ed europee. Comprendere tali motivazioni non significa condividerle, ma riconoscere che l’analisi del fenomeno richiede strumenti più articolati delle sole categorie ideologiche.
La risposta dei partiti tradizionali
La trasformazione attraversa anche le forze politiche tradizionali. I popolari europei si confrontano con la pressione esercitata alla loro destra, mentre socialisti e progressisti cercano di ricostruire un rapporto con settori sociali che non si riconoscono più automaticamente nelle loro proposte. I partiti liberali e ambientalisti, a loro volta, devono misurarsi con una domanda di protezione economica e identitaria che modifica le priorità del dibattito pubblico.
L’Europa cambia perché cambia la società, non soltanto perché cambiano i partiti
La questione più importante, alla fine, non riguarda esclusivamente il numero di parlamentari che AfD, Rassemblement National, Vox, Futuro Nazionale o le altre formazioni potranno eleggere nei rispettivi Paesi. Riguarda la trasformazione del rapporto tra cittadini, istituzioni e rappresentanza politica, in un continente che per decenni ha considerato la crescita economica, la stabilità democratica e l’integrazione europea come elementi destinati a rafforzarsi reciprocamente.
Quel rapporto oggi appare meno scontato. Le disuguaglianze territoriali, l’incertezza economica, le trasformazioni demografiche e la crescente sfiducia verso le classi dirigenti alimentano una domanda politica che assume forme differenti, ma che trova nelle proposte nazionaliste una delle proprie espressioni più visibili.
L’Italia offre un osservatorio particolare. Ha conosciuto prima di altri Paesi la crisi dei partiti tradizionali, ha sperimentato nuove forme di leadership personalizzata e dal 2022 è governata da una forza politica proveniente dalla tradizione della destra nazionale. L’emergere di Futuro Nazionale dimostra inoltre che la competizione all’interno di quest’area non si è esaurita con l’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Il 2027 dirà quali nuovi equilibri politici emergeranno dalle urne, ma la trasformazione della società europea è già in corso. Il confronto tra destra e sinistra continuerà a essere decisivo, pur intrecciandosi sempre più con altre fratture: centro e periferia, apertura e protezione, integrazione e sovranità, fiducia e sfiducia nelle istituzioni.
La domanda, allora, non è soltanto se l’Europa stia andando a destra, ma perché una parte crescente dei suoi cittadini cerchi nelle forze nazionaliste risposte che non ritiene più di trovare nei partiti tradizionali. Una domanda alla quale la politica europea, indipendentemente dall’orientamento dei governi, sarà chiamata a rispondere ben oltre la prossima tornata elettorale.







