Gas, bollette e caro vita: Meloni davanti all’inverno più difficile, il rischio di finire come Renzi

Matteo Renzi e Giorgia Meloni in un collage fotografico.

ROMA – Il problema di Giorgia Meloni non è soltanto trovare il gas necessario per affrontare l’inverno, ma impedire che una nuova stagione di rincari finisca per consumare il rapporto di fiducia tra il governo e gli italiani. Il caro energia accompagna l’Europa verso i mesi più freddi, con le riserve di gas ai livelli stagionali più bassi dal 2011. Nel nostro Paese milioni di famiglie continuano a fare i conti con bollette, carburanti e generi alimentari sempre più costosi. La stabilità politica rivendicata dalla presidente del Consiglio rischia così di misurarsi con una realtà meno rassicurante: stipendi che non tengono il passo con i prezzi e un potere d’acquisto che si assottiglia.

I numeri raccontano una situazione difficile. Secondo le stime preliminari dell’Istat, a settembre l’inflazione italiana ha raggiunto il 4,2%, rispetto al 3,3% di agosto, con i prodotti energetici aumentati del 22,3% su base annua. L’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, Arera, ha annunciato per il quarto trimestre un incremento del 37,3% della bolletta elettrica per i clienti vulnerabili in Maggior Tutela. Le utenze interessate sono circa tre milioni: l’aumento non riguarda indistintamente tutte le famiglie, ma mostra la pressione sui bilanci domestici.

La Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, Cna, ha calcolato che dall’inizio della crisi iraniana alla fine di settembre il caro energia ha comportato per famiglie e imprese italiane un costo aggiuntivo di circa 16,5 miliardi di euro rispetto ai prezzi medi di febbraio. Quasi la metà deriva dai carburanti, mentre il resto si distribuisce tra elettricità e gas. Risorse sottratte ai consumi, agli investimenti e alla capacità delle famiglie di affrontare le spese quotidiane.

Caro energia, l’Italia ha più scorte ma resta esposta ai rincari

Il nuovo allarme arriva dal rapporto pubblicato l’8 ottobre da Entsog, la rete europea dei gestori dei sistemi di trasporto del gas, e dall’analisi diffusa il 9 ottobre dall’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, Ieefa. All’inizio del mese i depositi europei risultavano pieni per circa il 72%, il livello più basso registrato in questo periodo dell’anno dal 2011. Germania e Paesi Bassi si trovano in condizioni particolarmente delicate, con riserve inferiori al 60%.

La situazione italiana è migliore. Secondo i dati di Gas Infrastructure Europe riportati dall’Ansa, il 6 ottobre gli stoccaggi nazionali avevano superato l’88%, avvicinandosi all’obiettivo del 90% previsto entro la fine del mese. Questa condizione offre maggiori garanzie sulla disponibilità fisica del gas, senza proteggere automaticamente cittadini e imprese dalle oscillazioni dei prezzi internazionali. Avere depositi relativamente pieni riduce un rischio, ma non cancella quello di pagare più cara l’energia necessaria a riscaldare una casa o far funzionare un’attività.

La Commissione europea ritiene che le infrastrutture siano sufficientemente flessibili per soddisfare la domanda durante l’inverno, ma le tensioni sui mercati restano elevate. L’Ieefa avverte che, in uno scenario sfavorevole, l’Unione potrebbe dover ridurre i consumi invernali di gas del 7%, anche per effetto del progressivo divieto delle importazioni di gas naturale liquefatto dalla Russia. Compensare le minori riserve con acquisti aggiuntivi potrebbe costare circa tre miliardi di euro. Sono scenari di rischio, non l’annuncio di un razionamento già deciso.

Sul mercato pesa inoltre la crisi nel Golfo, che ha compromesso una delle principali rotte mondiali del gas liquefatto. A complicare il quadro è il ruolo degli Stati Uniti di Donald Trump, chiamati a decidere sull’applicazione di nuove sanzioni nei confronti di soggetti coinvolti nel settore energetico russo. La società Novatek, che controlla il grande impianto di Yamal nell’Artico, è al centro di una partita nella quale sicurezza energetica, interessi commerciali e rapporti geopolitici si sovrappongono.

Carburanti e bollette, le scelte del governo diventano decisive

Per il governo italiano la questione è ormai politica oltre che economica. Meloni, intervenendo il 7 ottobre al vertice Med9 di Spalato, ha confermato che l’esecutivo sta valutando il ricorso alle accise mobili. «Noi siamo sempre pronti a intervenire di nuovo, particolarmente con il meccanismo delle accise mobili», ha dichiarato la presidente del Consiglio. La premier ha indicato una disponibilità di circa 170 milioni di euro maturata a settembre, lasciando aperta la scelta del momento in cui utilizzare queste risorse. Gli ultimi sconti fiscali temporanei sono scaduti senza l’immediata introduzione del nuovo meccanismo.

Sul fronte dei listini, il 9 ottobre Eni ha riportato a 2,19 euro al litro il prezzo consigliato del gasolio, dopo il rialzo seguito alla fine dello sconto fiscale. È un’iniziativa commerciale della compagnia, distinta dall’attivazione delle accise mobili. Il calo offre un sollievo immediato a chi fa rifornimento sulla rete interessata, mentre resta aperta la scelta delle misure pubbliche contro il caro energia.

L’esecutivo può rivendicare di aver adottato provvedimenti per attenuare gli aumenti e di aver mantenuto un livello relativamente elevato di scorte nazionali. Resta però aperta la questione dell’efficacia e della durata delle misure, soprattutto se le tensioni internazionali dovessero proseguire durante l’inverno. Fronteggiare un’emergenza limitata nel tempo è diverso dal sostenere per mesi famiglie e imprese sottoposte a rincari ripetuti. Il confronto politico sul prezzo dei carburanti mostra quanto rapidamente le scelte fiscali possano diventare un terreno di scontro tra governo e opposizioni.

Il problema si estende ben oltre i distributori di benzina. Quando aumentano energia e trasporti, crescono anche i costi di produzione e distribuzione dei beni, con possibili ripercussioni sui prezzi al consumo. Per una famiglia con un reddito fisso, ogni incremento delle spese essenziali riduce lo spazio per tutto il resto. È su questo terreno che la politica economica del governo viene giudicata, indipendentemente dalle spiegazioni sulle responsabilità internazionali della crisi.

Meloni, il caro energia e il precedente di Matteo Renzi

La presidente del Consiglio conserva una maggioranza parlamentare e una posizione centrale nel centrodestra, ma la solidità dei numeri nelle istituzioni non garantisce automaticamente la continuità del consenso nell’elettorato. Le difficoltà economiche possono produrre un logoramento graduale, meno visibile delle crisi di governo ma potenzialmente altrettanto significativo quando gli elettori tornano alle urne.

Il precedente di Matteo Renzi, già presidente del Consiglio e oggi leader di Italia Viva, suggerisce una riflessione, nella profonda diversità delle rispettive esperienze politiche. Renzi arrivò a Palazzo Chigi con una forte capacità di iniziativa, un’immagine di leadership e un consenso che sembrava destinato a consolidarsi. La sua parabola dimostrò quanto rapidamente possa cambiare il rapporto tra un leader e il Paese, fino alla sconfitta referendaria del 2016 e alle successive difficoltà elettorali.

Per Meloni non esiste oggi un destino analogo già scritto, né sarebbe corretto stabilire un’equivalenza tra due stagioni politiche così diverse. Il rischio è una progressiva distanza tra il racconto della stabilità e le condizioni materiali di vita. Questa distanza potrebbe diventare politicamente rilevante se l’inverno portasse nuovi rincari senza risposte considerate sufficienti. Il richiamo a Renzi riguarda dunque la fragilità del rapporto tra leadership e consenso, non una previsione sull’esito delle prossime elezioni.

La presidente del Consiglio ha davanti una prova che non si risolve soltanto nei rapporti con Bruxelles, Washington o negli equilibri della maggioranza. Riguarda la capacità di proteggere il potere d’acquisto, sostenere le attività produttive e offrire prospettive a chi vede aumentare le spese più rapidamente delle proprie entrate. Perché una maggioranza può restare solida in Parlamento mentre comincia a indebolirsi nel Paese. E quando le famiglie non riescono più a sostenere il costo della vita, il rischio per chi governa è accorgersene troppo tardi.