Lega, il “cerchio magico” di Salvini fa muro contro Fontana: la guerra per il leader è già una battaglia per le poltrone del 2027

Matteo Salvini

La battaglia per la Lega del dopo Salvini non è più una discussione sussurrata nei corridoi di via Bellerio. Da quando Attilio Fontana ha pronunciato pubblicamente le parole che fino a poche settimane fa nessun dirigente di primo piano avrebbe osato dire, spiegando che davanti alla crisi del partito «nessuna soluzione va esclusa a priori», compreso un passo indietro del segretario, dentro il Carroccio è cominciata una guerra sempre meno sotterranea.

Da una parte si muove l’asse del Nord, con Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti intenzionati a recuperare territori, autonomismo e identità settentrionale dopo gli anni della trasformazione nazionale voluta da Salvini. Dall’altra c’è il gruppo che intorno all’attuale vicepremier ha costruito negli ultimi dieci anni carriere, incarichi e peso politico. Sono i fedelissimi che intervengono ogni volta che il segretario finisce sotto attacco e che in queste ore hanno nuovamente formato un muro intorno al leader.

L’ex ministro Roberto Castelli, leghista della prima ora e uomo cresciuto politicamente con Umberto Bossi, ha trovato una definizione molto meno elegante. Li chiama il «cerchio magico» di Salvini e li descrive come «ex ragazzotti» preoccupati soprattutto del proprio futuro, persone che a suo giudizio non avrebbero «mai visto un lavoro vero». L’attacco fotografa perfettamente la posta in gioco: la guerra che sta attraversando la Lega riguarda certamente l’identità del partito, ma a poco più di un anno dalle Politiche del 2027 riguarda inevitabilmente anche chi avrà il potere di compilare le liste elettorali.

Fontana mette in discussione Salvini e i fedelissimi reagiscono

Il detonatore è stato proprio Attilio Fontana, fino a ieri certamente critico verso alcune scelte della segreteria ma mai così esplicito sulla possibilità di sostituire Salvini. Il governatore della Lombardia ha ricordato il declino elettorale del Carroccio e il malessere che arriva dai territori, spiegando che la Lega deve cambiare impostazione e che nemmeno un cambio al vertice può essere escluso.

È una posizione pesante soprattutto perché Fontana non parla da isolato. Dietro di lui c’è un fronte formato dai principali interpreti della vecchia vocazione settentrionale del partito. Zaia continua a rappresentare un riferimento fortissimo in Veneto, Fedriga governa il Friuli-Venezia Giulia e Fugatti il Trentino. L’obiettivo politico consiste nel riportare al centro autonomia, amministratori e interessi del Nord, ridimensionando quella trasformazione in partito nazionale che Salvini aveva avviato negli anni della grande crescita elettorale.

La risposta del fronte salviniano non si è fatta attendere. Igor Iezzi, presidente dell’associazione Lega Nord per l’Indipendenza della Padania che custodisce il simbolo storico con Alberto da Giussano, ha definito irrispettoso nei confronti dei militanti mettere in discussione un segretario eletto dal congresso. Nella chat del Consiglio federale sono quindi arrivati altri messaggi in difesa del leader da Luca Toccalini, Silvia Sardone, Alberto Di Rubba e Andrea Crippa.

Il fronte è chiaro. E la battaglia comincia ad avere anche nomi e cognomi.

Il vecchio gruppo milanese cresciuto insieme a Salvini

La parte più antica del cerchio salviniano arriva dalla Milano della Lega di molti anni fa, quando l’attuale vicepremier era ancora un giovane consigliere comunale, frequentava Radio Padania e combatteva battaglie politiche molto lontane dal nazionalismo che avrebbe caratterizzato la fase successiva.

Igor Iezzi, Alessandro Morelli, Fabrizio Cecchetti ed Eugenio Zoffili appartengono a quella generazione. Hanno condiviso con Salvini la militanza milanese, i Giovani Padani, Palazzo Marino e gli anni nei quali il futuro segretario costruiva lentamente il proprio potere interno.

Iezzi rappresenta oggi il caso politicamente più curioso. È un fedelissimo di Salvini, ma contemporaneamente presiede l’associazione che custodisce il vecchio simbolo della Lega Nord. In altre parole, uno degli uomini più vicini al leader che ha trasformato il Carroccio in un partito nazionale tiene in mano una delle chiavi dell’identità che i suoi oppositori interni vogliono recuperare.

Morelli viene dalla stessa storia di Radio Padania e ha seguito l’ascesa salviniana fino agli incarichi di governo. Cecchetti ha attraversato praticamente tutta la macchina della Lega lombarda, dal Consiglio regionale al Parlamento, mentre Zoffili ha lavorato prima con Cecchetti e poi direttamente nella segreteria di Salvini quando quest’ultimo sedeva al Parlamento europeo.

Non sono dunque semplicemente parlamentari che oggi scelgono di sostenere il segretario. Una parte consistente della loro storia politica coincide con quella di Matteo Salvini.

Crippa, Sardone e Toccalini: la generazione che deve tutto al salvinismo

Accanto al nucleo storico è cresciuta negli anni una seconda generazione. Andrea Crippa, oggi uno degli uomini più influenti della segreteria, ha costruito gran parte della propria carriera politica durante l’era Salvini ed è diventato uno degli interpreti più duri della linea del leader.

Lo stesso vale per Silvia Sardone, partita dalla politica milanese e arrivata al Parlamento europeo e alla vicesegreteria federale. Nelle ore dello scontro interno ha commentato con sarcasmo il proliferare di retroscena sulle divisioni nel partito, lamentando un «clima infame» e ironizzando sugli articoli dedicati alle beghe leghiste.

Poi c’è Luca Toccalini, appena 35 anni, cresciuto nei giovani del movimento fino a diventarne coordinatore nazionale e deputato. Nel 2024 Salvini lo aveva scelto per la segreteria lombarda prima che la partita prendesse una direzione diversa.

Per tutti loro la continuità della leadership salviniana significa anche continuità di una struttura politica che li ha portati ai vertici. Ed è precisamente questo che Roberto Castelli mette sotto accusa quando parla di una difesa del segretario dettata dalla preoccupazione per il futuro.

Castelli attacca: «Preoccupati del loro futuro»

L’ex Guardasigilli bossiano non prova nemmeno ad attenuare il giudizio. Secondo Castelli, intorno a Salvini si è formato un gruppo che difende l’attuale equilibrio perché da quell’equilibrio dipende la propria sopravvivenza politica.

La definizione di «cerchio magico» richiama volutamente una delle espressioni che segnarono gli ultimi anni della leadership di Umberto Bossi, quando la Lega accusava un piccolo gruppo di fedelissimi di avere isolato il fondatore e costruito intorno a lui una struttura di potere sempre più chiusa.

Oggi Castelli rovescia quella stessa accusa sul salvinismo. Parla di persone che hanno costruito la propria carriera all’ombra del leader e teme che la difesa della segreteria finisca per sovrapporsi alla difesa degli incarichi conquistati negli anni.

È una polemica durissima, ma soprattutto arriva nel momento peggiore possibile per Salvini. Perché la contestazione non nasce più soltanto dagli ex dirigenti usciti dalla Lega o dai nostalgici del bossismo. Ora arriva dai governatori che amministrano ancora i territori nei quali il Carroccio conserva le proprie radici e una parte consistente del proprio potere.

Durigon e la Lega nazionale costruita da Salvini

Il cerchio dei fedelissimi non si ferma però alla Lombardia. Con la trasformazione della Lega in partito nazionale, Salvini ha costruito nuovi gruppi dirigenti anche nelle regioni dove il vecchio Carroccio non sarebbe mai riuscito a mettere radici.

L’esempio principale è Claudio Durigon, laziale, sottosegretario e uomo al quale Salvini ha affidato per anni il consolidamento del partito nel Centro-Sud. La sua stessa centralità racconta la trasformazione che oggi i nordisti contestano: dalla Lega autonomista nata contro Roma a una Lega che proprio a Roma ha costruito una parte importante della propria struttura.

In Toscana un ruolo analogo lo ha avuto Susanna Ceccardi, mentre Silvia Sardone ha rappresentato una delle figure più visibili dell’espansione salviniana tra Milano e Bruxelles.

Per i governatori del Nord proprio questa trasformazione rappresenta una delle cause della perdita di consenso nelle vecchie roccaforti. Il progetto nazionale aveva portato la Lega al 34 per cento alle Europee del 2019, ma quella stagione appare oggi lontanissima. Fontana ha richiamato apertamente il crollo dei consensi per sostenere la necessità di un cambiamento profondo.

La vera partita sono anche le candidature del 2027

Dietro il confronto ideologico c’è però una questione molto concreta: chi controllerà la Lega quando arriverà il momento di scegliere i candidati alle prossime elezioni politiche.

Le Politiche sono previste nel 2027 e il tempo per arrivare alle liste si accorcia. Se Salvini conserverà la segreteria, avrà naturalmente un peso decisivo nella selezione della futura rappresentanza parlamentare. I dirigenti che in queste settimane gli stanno garantendo una fedeltà assoluta avrebbero quindi ottime ragioni per aspettarsi una continuità anche nelle candidature.

Se invece l’asse nordista riuscisse a imporre un cambio al vertice, l’intero equilibrio potrebbe saltare. Nuova leadership significherebbe inevitabilmente nuovi rapporti di forza, maggiore peso degli amministratori territoriali e probabilmente una revisione della classe dirigente costruita negli anni della Lega nazionale.

È questo che rende la definizione di Castelli così velenosa. Quando accusa i «pretoriani» salviniani di preoccuparsi del proprio futuro, non parla soltanto di un generico attaccamento al potere. Parla delle cadreghe, per usare il termine lombardo che dentro la Lega tutti comprendono benissimo: seggi, candidature e incarichi.

Pontida del 20 settembre diventa il giorno della resa dei conti

La crisi ha già una data cerchiata in rosso: 20 settembre 2026, il giorno del tradizionale raduno di Pontida. Per il fronte critico quella scadenza rappresenta ormai una sorta di limite entro il quale trovare una soluzione, evitando che il pratone simbolo della Lega si trasformi nel palcoscenico di una guerra aperta tra salviniani e nordisti.

Arrivare a Pontida senza una mediazione significherebbe portare davanti ai militanti la domanda che fino a qualche mese fa sembrava impronunciabile: Matteo Salvini deve ancora guidare la Lega?

Fontana ha aperto la porta. Zaia, Fedriga e Fugatti premono per un ritorno più deciso alle origini territoriali. I fedelissimi hanno reagito difendendo il segretario e contestando una battaglia interna che, sostengono, rischia soltanto di indebolire il partito.

Ma ormai la crepa è visibile. E dietro le dichiarazioni sull’autonomia, sull’identità e sul futuro del Nord si intravede una battaglia molto più concreta.

Chi controllerà la Lega controllerà anche le liste del 2027. Chi perderà potrebbe scoprire che, insieme al segretario, sono cambiate anche le persone considerate indispensabili.

Ed è forse per questo che, appena Fontana ha cominciato a parlare apertamente di un possibile passo indietro di Salvini, il suo “cerchio magico” si è mobilitato come se la partita riguardasse non soltanto il futuro del leader, ma anche quello di ciascuno di loro.