«Io sono Giorgia» adesso è un marchio: Meloni blinda la sua voce contro l’IA. E dopo donna, madre e cristiana diventa pure copyright

Giorgia Meloni deep fake

«Io sono Giorgia Meloni. Io sono Giorgia Meloni». Quattro secondi. Due frasi uguali. Sipario. Non è il nuovo singolo della presidente del Consiglio e nemmeno l’atteso seguito del tormentone che anni fa trasformò «sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana» in una hit da discoteca. Stavolta la faccenda è serissima: Giorgia Meloni ha depositato la propria voce all’Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, come marchio sonoro.

Insomma, nell’epoca in cui l’intelligenza artificiale può clonare una voce in pochi secondi, Palazzo Chigi ha deciso che di Giorgia ce n’è una sola. E soprattutto che, se un computer vuole metterle in bocca qualcosa che non ha mai detto, potrebbe avere qualche problema legale in più. La finalità dell’operazione è proprio quella di rafforzare la tutela contro deepfake e clonazioni vocali.

«Io sono Giorgia», dal comizio al remix e adesso al marchio

La storia, vista a distanza di sette anni, ha qualcosa di irresistibile. Tutto cominciò nel 2019 con il celeberrimo comizio romano e quella sequenza diventata immediatamente riconoscibile: «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana». Il web fece quello che il web sa fare meglio: prese il discorso, lo tagliò, lo rimontò e lo trasformò in un remix che diventò virale.

Quella che nasceva come parodia finì però per trasformarsi in uno straordinario moltiplicatore della popolarità di Meloni, che invece di combattere il tormentone imparò presto a giocarci. Ora il cerchio si chiude: la frase che internet aveva preso in prestito dalla politica torna alla politica con tanto di protezione europea.

Non proprio tutta la frase, per la verità. Nel file depositato si sente semplicemente «Io sono Giorgia Meloni», ripetuto due volte. Una versione essenziale, quasi una sigla. Niente donna, niente madre, niente italiana e niente cristiana: quattro secondi bastano e avanzano.

Giorgia come Giusy Ferreri e Luca Ward

Ed è qui che la vicenda diventa ancora più curiosa, perché la presidente del Consiglio entra in un club nel quale probabilmente nessuno avrebbe immaginato di trovarla: quello delle voci celebri trasformate in marchi sonori.

Prima della premier ci avevano pensato personaggi dello spettacolo come Giusy Ferreri, con il suo timbro immediatamente riconoscibile, e Luca Ward, una delle voci più celebri del doppiaggio italiano. Altro che Consiglio europeo: Giorgia adesso gioca nel campionato delle ugole celebri.

Naturalmente dietro la parte divertente della storia esiste un problema molto concreto. Le tecnologie di intelligenza artificiale generativa permettono ormai di riprodurre con notevole precisione la voce di una persona e farle pronunciare frasi mai dette. Per un capo di governo, soprattutto in prossimità di una campagna elettorale, un falso audio credibile può diventare qualcosa di molto più pericoloso di una semplice burla social.

Il problema vero sono i deepfake

È quindi sbagliato immaginare che da domani chiunque imiti Giorgia Meloni davanti agli amici debba aspettarsi l’avvocato alla porta. Il deposito riguarda un marchio sonoro e punta ad aggiungere uno strumento di tutela contro utilizzi non autorizzati della sua identità vocale, soprattutto attraverso IA e deepfake.

La scelta racconta però perfettamente i tempi. Una volta i politici proteggevano il nome, il simbolo e magari lo slogan elettorale. Nell’era dell’intelligenza artificiale bisogna blindare persino come si pronuncia lo slogan.

E così la parabola è completa. Nel 2019 qualcuno prese la voce di Meloni per farne una canzone. Nel 2026 Meloni prende la propria voce e la porta all’Ufficio europeo dei marchi.

Perché «Io sono Giorgia» potrà anche essere diventato patrimonio della cultura pop italiana. Ma, a quanto pare, Giorgia vuole almeno essere certa che la Giorgia che parla sia davvero Giorgia.