Giorgia Meloni e la foto fake in lingerie. La premier denuncia i deepfake, ma lo fa a modo suo: rilanciando direttamente una delle immagini false che la ritraggono. E non una qualsiasi, ma quella più discussa, una foto generata con l’intelligenza artificiale in cui la premier appare in lingerie, decisamente più “costruita” – e, diciamolo, più patinata – rispetto alla realtà.
Il punto politico c’è, ed è serio. Ma prima arriva la battuta. «Devo riconoscere che chi l’ha realizzata mi ha anche migliorata parecchio», scrive Meloni. Una frase che sposta subito il tono: non solo denuncia, ma anche ironia. E forse qualcosa di più.
Giorgia Meloni e la foto fake in lingerie, quel sorriso tra le righe
La scelta di ripubblicare proprio quella foto non è neutra. È una risposta comunicativa precisa: prendere un attacco, smontarlo e ribaltarlo. Ma nel farlo, la premier non si limita a smentire. Ci gioca.
Perché se è vero che denuncia una manipolazione, è altrettanto evidente che sottolinea – con una leggerezza studiata – il fatto di apparire “migliorata”. Più levigata, più costruita, più seducente. E qui entra quella sottile linea tra difesa e civetteria.
Non è un incidente comunicativo. È un modo per disinnescare il contenuto, togliendogli veleno. Ma anche per restare al centro della scena, guidando lei stessa la narrazione.

Deepfake, il messaggio politico resta
Subito dopo, però, Meloni cambia registro. «I deepfake sono uno strumento pericoloso, perché possono ingannare, manipolare e colpire chiunque». Il punto è chiaro: lei può permettersi di scherzarci sopra, ma non tutti hanno gli stessi strumenti per difendersi.
«Io posso difendermi. Molti altri no», aggiunge. Ed è qui che il caso personale diventa tema pubblico. Perché le immagini generate con l’IA non colpiscono solo figure politiche, ma possono travolgere chiunque, senza possibilità di replica.
Tra ironia e strategia comunicativa
La forza del messaggio sta proprio in questo doppio livello. Da una parte l’allarme, dall’altra la gestione dell’immagine. Meloni non si limita a denunciare il problema: lo usa per rafforzare la propria presenza, trasformando un attacco in occasione comunicativa.
E lo fa con una mossa che non passa inosservata: rilanciare la foto invece di farla sparire.
Quando il falso diventa più efficace del vero
Il paradosso è tutto qui. Un’immagine falsa, costruita artificialmente, diventa più virale e più potente proprio perché viene ripresa dalla diretta interessata. E nel momento in cui viene condivisa dalla premier, perde la sua funzione originaria di attacco e ne assume un’altra: quella di messaggio.
Resta però il nodo. Se anche chi è colpito decide di rilanciare il contenuto, il confine tra denuncia e amplificazione diventa sottilissimo.
Il rischio che resta sotto traccia
Meloni chiude con un invito alla prudenza: «Verificare prima di credere, e credere prima di condividere». Ma il punto è che, nel frattempo, quella foto continua a circolare. Anzi, più di prima.
Ed è questo il vero cortocircuito dell’era digitale: anche quando il falso viene smascherato, non sparisce. Cambia solo ruolo.
E magari, se nel frattempo “ti ha pure migliorata parecchio”, diventa persino utile.







