La corsa per Milano 2027 è già cominciata, anche se il mandato di Giuseppe Sala scadrà soltanto tra due anni. Le comunali del capoluogo lombardo si intrecceranno con quelle di Torino e Roma, dove il centrosinistra considera più solide le posizioni di Stefano Lo Russo e Roberto Gualtieri. A Milano, invece, la partita appare molto più aperta. E soprattutto molto più nervosa.
Nel centrodestra le manovre sono già partite. Ignazio La Russa si è mosso da gran regista della partita milanese, mettendo rapidamente fuori asse l’ipotesi Carlo Fidanza, considerato vicino a Giorgia Meloni, e spingendo invece il nome di Maurizio Lupi. Il leader di Noi Moderati può contare su un sistema di relazioni trasversale, sull’appoggio dell’area che fa riferimento ai fratelli La Russa, su Comunione e Liberazione, su ciò che resta della Lega milanese e ora punta a conquistare anche il sostegno di Forza Italia.
Maurizio Lupi e il centrodestra che sogna Milano
Lupi non è un nome qualsiasi. È moderato, cattolico, milanese, con una lunga esperienza parlamentare e un profilo rassicurante per quell’elettorato borghese che a Milano pesa ancora moltissimo. Non infiamma le piazze, ma può tenere insieme mondi diversi: centrodestra, cattolici, pezzi di establishment cittadino e una parte di quell’area produttiva che guarda con crescente insofferenza al centrosinistra saliano.
Il problema, per il centrodestra, è sempre lo stesso: trovare un candidato capace di non sembrare troppo di destra in una città che da anni vota progressista, ma nemmeno troppo tiepido per un elettorato che vuole finalmente provare a conquistare Palazzo Marino. Lupi, in questa logica, appare come il profilo più spendibile. Non a caso La Russa si sarebbe mosso per tempo.
Resta però il nodo Forza Italia. Marina e Pier Silvio Berlusconi, secondo le indiscrezioni, preferirebbero un candidato più direttamente riconducibile al loro mondo. Ed è qui che la trattativa si fa delicata: senza gli azzurri, il centrodestra rischia di presentarsi zoppo; con un candidato troppo identitario, rischia di perdere il voto moderato.
Mario Calabresi, il nome che agita il centrosinistra
Dall’altra parte, con Giuseppe Sala ormai fuori gioco e poco amato dal nuovo corso del Pd di Elly Schlein, il nome più forte resta quello di Mario Calabresi. Giornalista, ex direttore della Stampa e di Repubblica, fondatore e direttore editoriale di Chora Media, Calabresi è da tempo indicato come possibile candidato civico-progressista per il dopo Sala.
Lui, almeno per ora, non si sbilancia. Alla domanda sulla possibilità di una candidatura, risponde con un prudente “Ne parleremo”. Formula elegante, ma abbastanza aperta da alimentare il sospetto che la partita sia tutt’altro che teorica.
Secondo un sondaggio riservato realizzato prima di Pasqua, Calabresi sarebbe in leggerissimo vantaggio su Lupi: 52 a 48. Un margine sottile, quasi da fotografia provvisoria più che da previsione, ma sufficiente a dire che la sfida sarebbe reale. E che Milano, per il centrosinistra, non è più una rendita automatica.
La freddezza di Sala e il nodo della politica concreta
A raffreddare l’ipotesi Calabresi ci ha pensato lo stesso Giuseppe Sala, con parole che sembrano un endorsement passato prima nel congelatore. Il sindaco ha riconosciuto il valore del giornalista, ma ha anche avvertito che per candidarsi non basta fare analisi: bisogna proporre soluzioni concrete.
Il messaggio è chiaro. Calabresi può piacere, può parlare a un mondo urbano, colto e progressista, può incarnare un profilo civico spendibile. Ma deve dimostrare di saper passare dal racconto della città al governo della città. Dal microfono alla macchina amministrativa. Dalle diagnosi alle decisioni.
Sala, in queste settimane, sarebbe apparso più vicino ad altri nomi della sua area: Anna Scavuzzo, oggi vicesindaca e titolare della delicatissima delega all’Urbanistica, oppure Emmanuel Conte, assessore al Bilancio e figura cresciuta politicamente dentro l’esperienza civica saliana.
Primarie, veti e il solito tafazzismo progressista
Come spesso accade nel centrosinistra, il problema non è trovare un candidato, ma riuscire a non distruggerlo prima ancora che cominci la campagna elettorale. Tra i nomi che continuano a circolare c’è anche quello di Pierfrancesco Majorino, esponente della segreteria nazionale del Pd e capogruppo in Consiglio regionale.
Majorino non fa mistero di volere le primarie, posizione condivisa anche dal segretario milanese del Pd, Alessandro Capelli. Resta da capire quale sarebbe l’atteggiamento di Calabresi davanti a una consultazione interna. Accetterebbe di misurarsi in primarie di coalizione? O preferirebbe una candidatura civica, costruita attorno a un campo largo, anzi larghissimo, capace di andare oltre il perimetro classico dei partiti?
Elly Schlein, intanto, si muove con la consueta formula del campo progressista ampio, della coalizione da costruire e della valutazione successiva dei profili. Tradotto: prima si prova a mettere insieme tutti, poi si capirà chi dovrà guidare il carro. Il rischio, però, è che mentre il centrodestra sceglie il candidato, il centrosinistra scelga il metodo per scegliere il candidato.
Milano non è più un fortino sicuro
La verità è che Milano non è più la città politicamente comoda di qualche anno fa. Il modello Sala ha perso smalto, l’urbanistica è diventata un terreno minato, il tema della sicurezza pesa, il costo della vita è esploso, il ceto medio urbano si sente sempre più schiacciato e la retorica della città internazionale non basta più a coprire le crepe.
In questo scenario, Lupi può provare a presentarsi come il moderato dell’alternanza, mentre Calabresi potrebbe incarnare il volto civico e rassicurante del centrosinistra post-Sala. Ma tra i due, per ora, la differenza la fa la compattezza degli schieramenti. Il centrodestra sembra aver capito che Milano si può davvero contendere. Il centrosinistra, invece, rischia ancora una volta di guardarsi allo specchio, discutere dello specchio e poi litigare su chi debba lucidarlo.
La partita dei La Russa e il rebus del Pd
Ignazio La Russa sa bene che Milano è una partita simbolica. Strappare Palazzo Marino al centrosinistra significherebbe cambiare il racconto politico nazionale, colpire il cuore della sinistra urbana e consegnare al centrodestra una vittoria di enorme peso. Per questo la scelta del candidato non può essere lasciata al caso.
Il Pd, al contrario, deve decidere se puntare su un nome civico capace di allargare il campo, su un profilo interno di continuità amministrativa o su primarie che potrebbero rafforzare il vincitore ma anche lacerare la coalizione. È il solito bivio: apertura o appartenenza, civismo o partito, continuità o discontinuità.
A due anni dal voto, la campagna elettorale è già cominciata. Lupi scalda i motori, Calabresi osserva, Sala punge, Majorino chiede le primarie, Schlein parla di coalizione. Milano, intanto, aspetta di capire chi proverà davvero a governarla. E soprattutto se il centrosinistra riuscirà, per una volta, a non trasformare la scelta del candidato in un esercizio collettivo di autolesionismo politico.







