Grazia a Nicole Minetti, spuntano altri due pareri medici fantasma: il bambino sarebbe mai stato visitato in Italia?

Nicole Minetti – Ipa

Ci sono due pareri medici fantasma nella richiesta di grazia presentata da Nicole Minetti. Due passaggi che, se non trovassero riscontro, aprirebbero una crepa pesante nella ricostruzione usata per sostenere l’istanza arrivata al Quirinale.

Nei documenti si legge che, per curare il bambino, la famiglia si sarebbe rivolta prima a medici di ospedali italiani, tra cui il San Raffaele di Milano e l’ospedale di Padova, che avrebbero però sconsigliato l’intervento. Il problema è che quelle visite, almeno per ora, non risultano.

Secondo i primi accertamenti, il minore non sarebbe stato visitato per vie ufficiali né al San Raffaele né a Padova. Non comparirebbe tra i pazienti delle strutture indicate e i medici chiamati in causa non lo avrebbero preso in carico. Resta possibile, almeno in teoria, un consulto informale, avvenuto per le vie brevi. Ma proprio questa eventualità rende la vicenda ancora più delicata.

I pareri medici che non risultano

La Procura generale di Milano ha chiesto verifiche sulla bontà delle dichiarazioni contenute nella richiesta di grazia. E il nodo dei pareri medici è uno dei punti centrali. Se davvero l’intervento era stato sconsigliato in Italia, dovrebbero esistere tracce, documenti, referti, appuntamenti, prese in carico o almeno riscontri formali.

Al momento, invece, quei passaggi non sarebbero stati allegati né acquisiti agli atti dell’istanza. Una lacuna non secondaria, perché la narrazione della necessità di portare il bambino negli Stati Uniti poggiava anche sull’idea che in Italia quella strada fosse stata valutata e scartata.

Qui si apre il primo interrogativo: se i pareri contrari non ci sono, su cosa si è basata la richiesta? E soprattutto: chi ha verificato, prima della concessione della grazia, che quelle affermazioni fossero documentate?

L’intervento era davvero possibile solo a Boston?

Il secondo nodo riguarda la scelta di Boston. Nella richiesta di grazia, il viaggio negli Stati Uniti viene presentato come necessario per garantire al minore il trattamento più adeguato. Ma anche questo punto è ora oggetto di verifica.

Secondo diversi specialisti consultati sul caso, la patologia del bambino sarebbe trattata comunemente anche in Italia, in centri ospedalieri di eccellenza. Vengono citate strutture come Bambino GesĂą, Gemelli, Cardarelli, Meyer, Gaslini, Salesi e Besta, dove casi analoghi sarebbero affrontati regolarmente.

Il punto, allora, non è stabilire se Boston sia un centro di altissimo livello. Lo è. Il punto è capire se fosse l’unica scelta possibile o una scelta preferenziale, legittima per chi può permettersela, ma non necessariamente tale da giustificare una grazia presidenziale.

La presenza della madre era davvero indispensabile?

C’è poi un ulteriore passaggio: nella documentazione si sostiene che fosse necessaria la presenza costante della madre, anche per consentire una discussione esaustiva e un processo decisionale condiviso sul piano di trattamento.

Anche qui la verifica è decisiva. Perché se il bambino poteva essere seguito in Italia, o se l’assistenza all’estero poteva essere garantita con strumenti diversi, permessi o differimenti, allora la grazia assumerebbe un peso diverso. Non più l’unica via per consentire cure indispensabili, ma una soluzione eccezionale fondata su presupposti tutti da chiarire.

La nuova crepa nella versione Minetti-Cipriani

Dopo i dubbi sulla presunta “nuova vita” di Nicole Minetti, il fronte medico diventa il secondo pilastro da verificare. Giuseppe Cipriani, in un’intervista al Corriere della Sera, ha sostenuto che Minetti avesse bisogno della grazia per poter assistere il figlio all’estero. Una tesi forte, ma che ora deve fare i conti con la domanda più semplice: era davvero necessario arrivare a un atto di clemenza del presidente della Repubblica?

Il Fatto Quotidiano ha ricordato che, secondo alcuni specialisti, interventi di quel tipo vengono eseguiti anche in Italia. Il professor Maurizio Iacoangeli, primario di neurochirurgia infantile ad Ancona, ha spiegato che si tratta di una patologia ancora presente e trattata nei reparti di neurochirurgia infantile, spesso con un approccio combinato neurochirurgico e plastico.

Naturalmente, nulla vieta a una famiglia abbiente di scegliere un grande centro mondiale come Boston. Ma una cosa è scegliere il meglio possibile per il proprio figlio, altra cosa è sostenere che non esistessero alternative praticabili in Italia.

Le ombre sull’istanza arrivata al Quirinale

La vicenda è diventata politicamente esplosiva perché chiama in causa non solo Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, ma anche il percorso istituzionale che ha portato alla grazia. Cipriani ha parlato di “atto d’amore” del presidente Mattarella, sostenendo che il capo dello Stato avrebbe capito la situazione. Ma il punto non riguarda la sensibilità del Quirinale: riguarda le informazioni su cui quella decisione è stata costruita.

Se nella richiesta sono stati indicati pareri medici non documentati, se le visite non risultano, se l’intervento poteva essere effettuato anche in Italia e se la presenza della madre poteva essere garantita con strumenti diversi dalla grazia, allora il problema diventa enorme.

Non perché si debba mettere in discussione il diritto di un bambino a ricevere le migliori cure possibili. Quello resta fuori dal dibattito. Ma perché la grazia è un atto eccezionale, e proprio per questo deve poggiare su presupposti solidi, verificati e trasparenti.

Il nodo della procedura

Secondo quanto emerso, la Procura generale della Corte d’Appello di Milano sta ora verificando il reale cambio di vita di Minetti, i presupposti delle cure e la regolarità della procedura di adozione. Un lavoro che, evidentemente, non sarebbe stato svolto con la stessa profondità nella fase iniziale.

E qui si apre il punto più scomodo: come è possibile che controlli così rilevanti vengano effettuati solo dopo l’esplosione mediatica del caso? Perché i presunti pareri medici contrari non sono stati verificati prima? E perché una vicenda così delicata è arrivata fino alla grazia senza che ogni dettaglio fosse blindato sul piano documentale?

Il caso Epstein e la difesa di Cipriani

Nel frattempo Cipriani ha respinto anche le ricostruzioni sui rapporti con Jeffrey Epstein, riducendoli a una corrispondenza tra avvocati per un affare mai concluso. Ma i documenti degli Epstein Files, secondo quanto riportato, raccontano una corrispondenza piĂą ampia e frequentazioni personali in un periodo in cui il finanziere era giĂ  indagato per pedofilia.

L’imprenditore sostiene di non essere mai stato socio di Epstein. Ma il punto, anche qui, è un altro: la vicenda Minetti non si è incendiata per “invidia”, come sostiene Cipriani. Si è incendiata perché riguarda una grazia concessa in un Paese in cui migliaia di domande vengono respinte e perché i requisiti su cui quell’atto si è fondato sono oggi oggetto di verifica.

La domanda che resta

Il cuore della vicenda è semplice: Nicole Minetti ha ottenuto la grazia anche sulla base della necessità di assistere il figlio in un percorso medico negli Stati Uniti. Ora però emergono dubbi sui pareri italiani citati, sulla reale impossibilità di curare il bambino nel nostro Paese e sulla necessità di ricorrere proprio alla grazia.

Finché queste domande resteranno senza risposta, il caso continuerà ad allargarsi. Perché qui non si discute il dolore di una madre, né il diritto di un bambino a essere curato. Si discute la solidità di una procedura eccezionale, arrivata fino al Quirinale, sulla base di informazioni che oggi vengono controllate una per una.

E se quei due pareri medici dovessero rivelarsi davvero fantasma, la grazia a Nicole Minetti diventerebbe qualcosa di piĂą di un caso imbarazzante. Diventerebbe il simbolo di un sistema che ha creduto prima di verificare.