Una stretta di mano, un sorriso e una fotografia possono raccontare una tregua, molto meno facilmente risolvere una crisi politica. Matteo Salvini e Attilio Fontana provano a mostrare pubblicamente un riavvicinamento, ma dentro la Lega resta aperto il confronto sulla leadership del segretario e soprattutto sulla richiesta dei governatori del Nord di avere maggiore peso nella gestione del partito.
Fontana chiede una guida collegiale della Lega, con il coinvolgimento diretto degli amministratori settentrionali. Una richiesta condivisa apertamente dal capogruppo al Senato e segretario lombardo Massimiliano Romeo, mentre gli altri protagonisti del fronte nordista si muovono con strategie differenti. Il problema per Salvini è proprio questo: la contestazione esiste, ma chi dovrebbe trasformarla in un’alternativa politica continua a procedere in ordine sparso.
Fontana e Romeo chiedono di cambiare la Lega
Il tentativo di riequilibrare il potere interno era già passato attraverso il coordinamento dei territori, con diciannove dirigenti convocati per discutere di autonomia, sicurezza, sanità e famiglia. Un’iniziativa che, secondo i critici del segretario, non avrebbe però prodotto il cambiamento richiesto. Fontana e Romeo vogliono qualcosa di più: una struttura collegiale che affianchi Salvini e restituisca maggiore centralità ai governatori, ai sindaci e alla classe dirigente del Nord.
È soprattutto il rapporto tra Salvini e Romeo a essere diventato difficile. La proposta di creare una “squadra” alla guida del Carroccio sarebbe stata interpretata dal segretario come una forma di commissariamento della propria leadership. Romeo, dal canto suo, non avrebbe gradito le successive frecciate del leader.
La partita riguarda il modello stesso della Lega: un partito fortemente centralizzato intorno al segretario oppure una formazione nella quale i territori tornino ad avere un ruolo determinante nelle decisioni politiche e nella selezione della classe dirigente.
Zaia pensa al modello bavarese, Fedriga lavora dietro le quinte
Nel fronte settentrionale, però, non esiste ancora una strategia comune. Luca Zaia continua a immaginare una Lega federale ispirata al rapporto tedesco tra Cdu e Csu, ma evita lo scontro frontale con Salvini. Massimiliano Fedriga mantiene contatti e tesse rapporti senza esporsi apertamente, mentre Fontana e Romeo sono diventati i volti più visibili della richiesta di cambiamento.
Anche Maurizio Fugatti mantiene una posizione prudente, mentre il governatore del Veneto Alberto Stefani viene considerato molto vicino al segretario. Salvini non perde occasione per ricordare che anche Stefani appartiene alla pattuglia dei governatori settentrionali, ridimensionando così l’immagine di un Nord compatto contro la segreteria federale.
Sul fondo resta Giancarlo Giorgetti, che continua a muoversi con cautela senza schierarsi apertamente. Il risultato è un fronte potenzialmente molto forte nei territori ma politicamente frammentato: tutti chiedono maggiore collegialità, ma nessuno sembra disposto, almeno per ora, a trasformare la richiesta in una vera sfida alla leadership.
Salvini respinge il passo indietro e prova a dividere il fronte
Salvini non mostra alcuna intenzione di cedere. Alla domanda sull’ipotesi di lasciare la guida del partito ha risposto con una formula netta: «Perché dovrei fare un passo di lato? Faccio solo passi in avanti». E continua a rivendicare per la Lega prospettive elettorali superiori al 10 per cento. La fotografia con Fontana assume così un significato politico preciso. Serve a rappresentare una ricomposizione e, contemporaneamente, può contribuire a separare il governatore lombardo dagli altri esponenti del fronte critico.
Resta però sul tavolo la richiesta di un incontro avanzata da Fontana e Romeo a nome dei nordisti. Formato, partecipanti e sede avranno inevitabilmente un significato politico: accettare una vera trattativa significherebbe riconoscere l’esistenza del problema, mentre ridimensionarla consentirebbe a Salvini di ribadire che la guida del partito non è in discussione.
La battaglia nella Lega, dunque, non riguarda soltanto il destino personale del segretario. Dietro lo scontro c’è una questione molto più profonda: quanto Nord deve tornare a esserci nella Lega e quanto potere Salvini è disposto a restituire ai territori.







