Schlein denuncia il complotto nel Pd: «Hanno provato a farmi fuori». Ecco chi contesta la leader e vuole cambiare il campo largo

Elly Schlein

«Hanno provato a commissariarmi, a federarmi, a farmi fuori». Elly Schlein rompe il silenzio e punta il dito contro i suoi avversari interni, trasformando le tensioni che attraversano il Partito Democratico in uno scontro politico ormai difficile da nascondere. Dal palco della festa del Foglio, la segretaria dem ha pronunciato parole pesantissime, lasciando intendere che qualcuno, nel suo stesso campo, abbia lavorato per ridimensionarne il ruolo e impedirle di guidare la coalizione alle prossime elezioni politiche.

Ma con chi ce l’aveva davvero? Schlein non ha fatto nomi e nessuno dei suoi collaboratori sembra intenzionato a chiarire l’identità dei destinatari dell’attacco. Eppure, a osservare le posizioni espresse negli ultimi mesi dai dirigenti democratici, emerge un quadro piuttosto eloquente. Tra padri nobili, riformisti, sostenitori di Giuseppe Conte e contrari alle primarie, la lista di chi contesta la leadership della segretaria è lunga. Non tutti chiedono la sua sostituzione, ma molti mettono in discussione la sua capacità di portare il centrosinistra alla vittoria.

Bettini vuole Conte, Zanda boccia entrambi: i grandi vecchi contro Schlein

Uno dei nomi più ingombranti è quello di Goffredo Bettini, storico dirigente democratico e sostenitore dell’alleanza con il Movimento 5 Stelle. Bettini ha suggerito a Schlein un «atto di generosità», invitandola di fatto a lasciare a Giuseppe Conte la guida del campo largo.

Una proposta che, dietro il linguaggio diplomatico, contiene una precisa indicazione politica: la segretaria del principale partito di opposizione dovrebbe rinunciare alla candidatura a Palazzo Chigi per favorire il leader pentastellato.

Ancora più duro Luigi Zanda, storico esponente dem, che non risparmia critiche né a Schlein né a Conte. «Lei e Conte sono ridicoli quando affermano di essere pronti a governare», ha dichiarato, mettendo in discussione la credibilità dell’intera leadership dell’opposizione.

Anche Arturo Parisi, già ministro e tra i fondatori dell’Ulivo, ha espresso una posizione netta: «Elly non può essere la candidata premier». Tre giudizi diversi, accomunati dalla convinzione che la guida del Pd non debba automaticamente coincidere con quella della coalizione.

Castagnetti, Zampa e i riformisti: il malcontento attraversa il Pd

Le critiche non arrivano soltanto da chi guarda con favore a Conte. Pier Luigi Castagnetti, storico rappresentante del cattolicesimo democratico, contesta da tempo il rischio di trasformare il Pd in un movimento politico incapace di parlare all’elettorato moderato.

Preoccupazioni che emergono anche nelle posizioni di Sandra Zampa, vicina a Romano Prodi, mentre l’area riformista guidata da Lorenzo Guerini continua a rappresentare un punto di riferimento per chi non condivide completamente la linea della segretaria.

Si tratta di sensibilità differenti, che non costituiscono necessariamente un fronte organizzato contro Schlein. Tuttavia, il loro peso politico rende evidente quanto sia difficile per la leader costruire un consenso interno compatto.

E poi c’è Vincenzo De Luca, da tempo protagonista di attacchi durissimi contro la dirigenza nazionale, con una polemica personale e politica che procede ormai su un binario autonomo.

Speranza, Orlando e De Pascale temono le primarie: spunta Gualtieri

Un altro fronte delicatissimo riguarda la scelta del candidato premier del centrosinistra. Roberto Speranza, Andrea Orlando e il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale hanno espresso, con motivazioni differenti, perplessità sull’ipotesi di ricorrere alle primarie nelle modalità attualmente discusse.

Il timore è che Schlein possa vincere la competizione interna senza riuscire poi a battere Giorgia Meloni alle elezioni politiche. Da qui l’idea di cercare una soluzione condivisa, capace di evitare una resa dei conti tra Pd e Movimento 5 Stelle.

Tra le ipotesi circolate compare anche quella di Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, come possibile figura di mediazione o federatore della coalizione. Una soluzione che finirebbe però per ridimensionare sia Schlein sia Conte.

Proprio questo scenario potrebbe spiegare il riferimento della segretaria a chi avrebbe tentato di «federarla», anche se non esiste una sua indicazione esplicita sui responsabili.

Schlein non arretra, ma la guerra interna rischia di favorire Meloni

La segretaria, almeno pubblicamente, non sembra intenzionata a cedere. Rivendica di essere ancora alla guida del Pd nonostante i tentativi di indebolirla e lascia intendere di voler affrontare apertamente i suoi critici.

Il problema è che la battaglia interna arriva mentre il centrosinistra deve ancora definire programma, alleanze e candidato alla presidenza del Consiglio. Ogni discussione sulla leadership rischia così di sottrarre spazio al confronto politico con il governo.

Schlein conserva la segreteria, ma una parte significativa del suo stesso partito continua a dubitare della sua candidatura a Palazzo Chigi. E il paradosso è proprio questo: mentre la leader denuncia chi avrebbe cercato di farla fuori, alcuni dei dirigenti più autorevoli del Pd continuano a interrogarsi su chi potrebbe prendere il suo posto alla guida del campo largo.

Per Giorgia Meloni, intanto, le divisioni degli avversari rappresentano un vantaggio politico evidente. Prima ancora di sfidare il centrodestra, Schlein deve dimostrare di poter tenere insieme il proprio partito.