Albania, Edi Rama assediato dalle proteste: studenti in piazza, scandali e affari con i Trump mettono in difficoltà il grande alleato di Meloni

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Le piazze di Tirana continuano a riempirsi di manifestanti e per Edi Rama, al potere in Albania dal 2013, si apre una fase di crescente contestazione. Il primo ministro, uno dei principali alleati europei di Giorgia Meloni, deve affrontare contemporaneamente le proteste degli studenti, le difficoltà economiche delle famiglie, le polemiche sui grandi investimenti immobiliari e il caso giudiziario che coinvolge Erion Veliaj, sindaco della capitale e per anni considerato il suo possibile successore politico.

La mobilitazione ha assunto una dimensione più ampia rispetto alle rivendicazioni iniziali. Alle manifestazioni studentesche contro i costi dell’istruzione e la mancanza di investimenti pubblici si sono aggiunte le proteste contro i progetti edilizi lungo la costa e le critiche di chi denuncia un divario sempre più evidente tra lo sviluppo immobiliare delle città e le condizioni economiche della popolazione.

Il sindacato dei docenti universitari albanesi ha confermato il boicottaggio delle attività didattiche in solidarietà con gli studenti. Una decisione che amplia il fronte della contestazione e mette sotto pressione un governo già alle prese con scontri di piazza e accuse di repressione violenta.

Rama ha chiamato in causa possibili interferenze russe e iraniane nelle mobilitazioni, mentre le critiche alle modalità di intervento delle forze dell’ordine hanno raggiunto anche le istituzioni europee.

Il caro vita e gli stipendi da 400 euro: la rabbia dell’Albania che non arriva a fine mese

Dietro la protesta politica c’è una crisi economica che colpisce soprattutto lavoratori e giovani. Il costo degli alimenti, gli affitti e le prospettive occupazionali alimentano un malcontento che non riguarda soltanto gli studenti universitari.

Una giovane lavoratrice intervistata durante le manifestazioni racconta di guadagnare circa 400 euro al mese, una cifra equivalente al costo dell’affitto di un’abitazione a Tirana. Un reddito insufficiente per vivere autonomamente nella capitale, mentre il prezzo dei prodotti alimentari continua a pesare sui bilanci familiari.

La donna descrive il paradosso di un Paese nel quale vengono costruiti grattacieli e alberghi di lusso, ma una parte della popolazione fatica a sostenere le spese quotidiane.

Il problema si intreccia con quello dell’emigrazione. Secondo le stime richiamate nelle ricostruzioni delle proteste, ogni anno circa 40 mila persone lasciano l’Albania e il 60% di loro avrebbe meno di 35 anni.

È un’emorragia che riguarda proprio la fascia di popolazione sulla quale dovrebbe fondarsi lo sviluppo economico del Paese. La richiesta di maggiori investimenti nell’istruzione nasce anche da questa prospettiva: molti giovani non vedono possibilità concrete di costruire il proprio futuro in Albania.

Le manifestazioni contro Rama raccolgono quindi rivendicazioni differenti, accomunate dalla critica a un modello di crescita percepito come incapace di migliorare le condizioni di vita di una parte significativa della popolazione.

Il resort di Jared Kushner e la rivolta contro la cementificazione della costa

A esasperare il malcontento è anche il progetto di un grande resort turistico sostenuto da Jared Kushner, genero del presidente americano Donald Trump, in un’area di particolare valore ambientale. L’investimento è diventato uno dei simboli delle proteste contro la gestione del territorio albanese e contro il rapporto tra il governo e i grandi capitali internazionali.

Al centro delle contestazioni c’è la proprietà dei terreni interessati dall’operazione. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, alcune aree erano riconducibili ad Artur Shehu, cittadino albanese residente a Miami coinvolto in un’inchiesta per riciclaggio e traffico internazionale di stupefacenti.

Gli abitanti del villaggio interessato dal progetto rivendicano da anni la titolarità di parte dei terreni e sostengono che siano stati sottratti loro attraverso operazioni rese possibili dalla complicità di autorità locali. Si tratta di accuse e controversie che accompagnano il progetto immobiliare e che hanno alimentato ulteriormente le proteste.

I terreni sarebbero successivamente passati attraverso intermediari, fino a essere coinvolti nell’operazione sostenuta da Kushner. Contro il progetto si è mobilitato anche il cosiddetto movimento dei fenicotteri, che denuncia le possibili conseguenze ambientali della costruzione del resort e chiede chiarimenti sulle modalità di acquisizione delle aree.

La contestazione assume così una dimensione politica più ampia: i manifestanti accusano il governo di privilegiare gli interessi degli investitori internazionali rispetto alla tutela del territorio e alle esigenze delle comunità locali.

Erion Veliaj, l’erede politico di Rama in carcere dal febbraio 2025

Un altro fronte delicatissimo per il primo ministro è quello giudiziario. Erion Veliaj, sindaco di Tirana e per anni considerato uno dei principali esponenti della nuova generazione socialista, si trova in detenzione dal febbraio 2025.

La procura speciale albanese contro la corruzione e la criminalità organizzata, la SPAK, lo accusa di corruzione, riciclaggio e abuso d’ufficio. La vicenda ha assunto un rilievo internazionale non soltanto per le accuse, ma anche per la durata della custodia cautelare e per le decisioni contrastanti intervenute nel procedimento.

Veliaj è rimasto formalmente alla guida dell’amministrazione della capitale nonostante la detenzione. Nel novembre 2025 la Corte costituzionale albanese si era pronunciata a favore della sua permanenza nell’incarico, mentre la questione della custodia cautelare ha continuato a essere oggetto di controversia.

Il 15 settembre 2026 la Corte suprema ha confermato la permanenza in carcere, richiamando il rischio di inquinamento delle prove. Il caso mette sotto pressione il sistema politico albanese. Veliaj era considerato un possibile erede di Rama e la sua vicenda giudiziaria coinvolge una delle figure più importanti del Partito socialista.

Allo stesso tempo, la lunga detenzione preventiva ha alimentato interrogativi sulla proporzionalità delle misure cautelari e sulle garanzie dello Stato di diritto, questioni particolarmente rilevanti per un Paese impegnato nel percorso di adesione all’Unione europea.

Il rapporto con Giorgia Meloni e l’imbarazzo politico per Roma

La crisi albanese riguarda da vicino anche il governo italiano. Giorgia Meloni ha costruito con Edi Rama un rapporto politico privilegiato, nonostante l’appartenenza dei due leader a famiglie politiche differenti. Il principale risultato di questa collaborazione è il protocollo sui migranti, che ha portato alla realizzazione dei centri italiani in Albania e ha trasformato Tirana in un interlocutore centrale delle politiche migratorie dell’esecutivo.

Meloni è inoltre tra i sostenitori dell’ingresso dell’Albania nell’Unione europea, un obiettivo condiviso da Rama e considerato strategico per il futuro del Paese. Le proteste, le controversie giudiziarie e le critiche alla gestione dell’ordine pubblico rendono però più complessa la posizione italiana. Roma continua a considerare il governo albanese un partner fondamentale, mentre a Tirana cresce la contestazione contro il primo ministro.

Il caso presenta anche un risvolto per la sinistra europea. Rama appartiene alla famiglia socialista, e le difficoltà del suo governo coinvolgono indirettamente anche i rappresentanti del Partito socialista europeo, chiamati a confrontarsi con le accuse rivolte a un esecutivo politicamente vicino.

La situazione albanese mette quindi in evidenza un intreccio di interessi che supera i confini nazionali: i rapporti con l’Italia, gli investimenti riconducibili alla famiglia Trump, il percorso verso Bruxelles e le contestazioni di una popolazione che chiede risposte sul costo della vita, sull’istruzione e sulla gestione del territorio.

Per Rama, dopo tredici anni alla guida del governo, la difficoltà maggiore è proprio la natura trasversale della protesta. Non si tratta di un’unica vertenza né di una mobilitazione limitata all’opposizione parlamentare, ma di una serie di contestazioni che coinvolgono studenti, docenti, lavoratori e movimenti ambientalisti.

Il primo ministro mantiene il controllo del governo, ma deve affrontare un dissenso che si alimenta di problemi economici, scandali politici e scelte amministrative contestate. E che rende sempre più difficile presentare la crescita immobiliare e gli investimenti stranieri come una risposta sufficiente alle richieste della popolazione.