Attaccatevi al tram! I tranvieri porcelloni di Milano la fanno franca: archiviate le foto hot delle passeggere nella chat WhatsApp dell’ATM

Tram Milano

Attaccatevi al tram, ma possibilmente lontano dalle telecamere. Ricordate i tranvieri milanesi che avevano trasformato una chat WhatsApp in una specie di concorso di bellezza clandestino, con tanto di fotografie delle passeggere più avvenenti e commenti da spogliatoio? Ebbene, per la Procura di Milano la vicenda può finire in archivio. Non perché le immagini non siano circolate, ma perché i dipendenti dell’ATM, a quanto emerso dagli accertamenti, non avevano violato alcun sistema informatico per procurarsele.

Il particolare che cambia tutto è quasi surreale: anziché entrare abusivamente nei sistemi di videosorveglianza dei tram, i protagonisti della vicenda fotografavano direttamente gli schermi dei monitor interni. In sostanza, uno scatto allo schermo, un messaggino agli amici e via, il materiale era pronto per la chat.

La Procura ha quindi chiesto l’archiviazione del fascicolo aperto lo scorso giugno per accesso abusivo a sistema informatico. Una conclusione che chiude, almeno sul fronte dell’indagine penale, una delle storie più imbarazzanti dell’estate milanese.

«Ticinese staff», la chat dei tranvieri milanesi

Tutto era cominciato con la scoperta di un gruppo WhatsApp chiamato «Ticinese staff», frequentato da dipendenti dell’azienda milanese dei trasporti. Nella conversazione circolavano fotografie di donne riprese dalle telecamere di sicurezza dei mezzi pubblici, accompagnate da commenti sessisti.

Le passeggere, naturalmente, non sapevano nulla. Salivano sul tram per andare al lavoro, tornare a casa o attraversare Milano e finivano, a loro insaputa, in una conversazione privata tra colleghi che ne commentavano l’aspetto fisico.

Il caso era esploso quando una passeggera aveva fotografato un dipendente ATM intento a consultare proprio quella chat. L’immagine aveva fatto emergere l’esistenza del gruppo e aveva dato il via a una vicenda che, nel giro di pochi giorni, aveva coinvolto l’azienda dei trasporti e la magistratura.

L’ATM aveva presentato un esposto e disposto la sospensione dei dipendenti coinvolti, anche dalla retribuzione. La società aveva così preso immediatamente le distanze dal comportamento dei propri lavoratori, mentre gli investigatori cercavano di capire come fossero state ottenute le fotografie.

Perquisizioni, telefoni sequestrati e il mistero delle telecamere

A metà giugno uno dei dipendenti era stato iscritto nel registro degli indagati. Si trattava proprio dell’uomo fotografato mentre guardava la conversazione WhatsApp.

Le indagini, affidate alla Polizia locale e coordinate dai pubblici ministeri Grazia Colacicco e Carlo Enea Parodi, con il procuratore aggiunto Paolo Ielo, avevano portato anche a perquisizioni e al sequestro dei telefoni e dei dispositivi di altri quattro colleghi.

Il sospetto da verificare era che qualcuno avesse avuto accesso abusivamente ai sistemi informatici dell’ATM per estrarre le immagini registrate dalle telecamere di bordo.

Gli investigatori hanno però ricostruito un procedimento decisamente meno sofisticato. Nessuna incursione nei server, nessuna password violata, nessuna operazione da pirati informatici: le immagini erano state ottenute fotografando i monitor sui quali venivano visualizzate le riprese delle telecamere.

Una soluzione artigianale, insomma, per un passatempo che di tecnologico aveva soprattutto il mezzo utilizzato per condividere le fotografie: WhatsApp.

La beffa delle fotografie: niente hacker, bastava uno smartphone

È proprio questa differenza ad aver determinato la decisione della Procura. Il fascicolo era stato aperto per verificare un’ipotesi di accesso abusivo a sistema informatico, ma dagli accertamenti non sono emerse intrusioni nei dispositivi o nelle reti di sicurezza dell’azienda.

I pubblici ministeri hanno quindi ritenuto che non vi fossero elementi per sostenere contestazioni penali in un eventuale processo e hanno chiesto l’archiviazione. La decisione riguarda il procedimento giudiziario e non cancella quanto accaduto nella chat, né le misure disciplinari che l’ATM aveva adottato nei confronti dei dipendenti coinvolti.

Il risultato, però, è destinato a far discutere: una vicenda che aveva suscitato indignazione per il trattamento riservato alle passeggere si conclude, sul piano dell’inchiesta, con la constatazione che fotografare uno schermo non equivale a introdursi abusivamente in un sistema informatico. Una distinzione decisiva per i magistrati e probabilmente meno consolante per le donne che si sono ritrovate protagoniste involontarie delle conversazioni.

I guardoni del tram e la figuraccia che resta

La storia dei tranvieri milanesi ha avuto tutti gli ingredienti di una commedia all’italiana, con un risvolto decisamente poco divertente per le passeggere: la chat riservata, le fotografie delle donne, i commenti tra colleghi, il dipendente sorpreso a guardare il telefonino e infine l’inchiesta giudiziaria.

A far scoprire il gruppo era stata proprio una passeggera, capace di fotografare chi, attraverso le immagini della videosorveglianza, partecipava a una conversazione nella quale altre donne venivano osservate e commentate senza saperlo.

Ora la richiesta di archiviazione rimette la vicenda nelle mani del giudice competente, che dovrà decidere se accoglierla. Per i dipendenti coinvolti, intanto, resta il capitolo dei provvedimenti adottati dall’azienda.

Il caso si chiude dunque con un curioso ribaltamento: il problema informatico che aveva fatto scattare l’indagine non c’era, mentre la chat che aveva provocato lo scandalo esisteva eccome.

Così, dopo mesi di polemiche, la morale della storia è tutta milanese: i tram continuano a viaggiare, i monitor continuano a funzionare e i protagonisti della chat «Ticinese staff» hanno scoperto che il vero incidente di percorso non è stato informatico. È stato farsi fotografare mentre guardavano le fotografie.