Da “Rolls Royce” al tavolo dei grandi: Achille Lauro torna all’Ariston da co-conduttore che lo accoglie con un’ovazione

Lauro De Marinis passa dall’etichetta di “pericolo pubblico” alla consacrazione da volto rassicurante del Festival. In mezzo, provocazioni, scivoloni, rinascite e una normalizzazione che sa di strategia: “Il fallimento è parte del successo”, ripete. E intanto Sanremo, nel bene e nel male, lo ha usato e assorbito.

Accolto da un’ovazione, Achille Lauro torna all’Ariston un anno dopo “Incoscienti giovani” e lo fa dalla porta principale. Non più ospite disturbante, non più artista da spiegare ai genitori davanti alla tv, ma co-conduttore della seconda serata. Istituzionale. Integrato. Quasi rassicurante.

Il confronto con il 2019 è lunare. All’epoca, con “Rolls Royce” – quella del “voglio una fine così”, una “Vita spericolata” de noantri – era il pericolo pubblico numero uno. Trap, citazioni sugli stupefacenti, periferia rivendicata, estetica ambigua, effusioni con Boss Doms che scatenavano editoriali e indignazioni. Le tv lo interrogavano come fosse un caso sociologico. Oggetto misterioso, divisivo, sospetto.

Oggi Lauro De Marinis, romano classe 1990, è un artista da prime time per famiglie. Ha fondato Madre, una fondazione per i ragazzi di strada, riempirà gli stadi in estate, duetta con Laura Pausini in “16 marzo” – che canterà stasera – e viene blandito, rispettato, riconosciuto.

Cos’è successo nel frattempo? È cambiato lui o è cambiato il Festival? Entrambi. Sei presenze all’Ariston in sette anni raccontano almeno tre vite diverse. Dopo l’epifania di “Rolls Royce”, Lauro ha tentato di spingere oltre il personaggio. “Me ne frego” nel 2020, con spogliarello annesso, sembrava la replica amplificata della provocazione iniziale. Ma già si intravedeva la fatica di dover stupire per contratto. Nel 2021 arrivano i “Quadri” da ospite fisso: performance a tema, costruite, quasi museali. Un primo tentativo del Festival di assimilarlo nel rito. Forse troppo presto.

Nel 2022 “Domenica”, con battesimo in scena e accuse di blasfemia, segna il punto più estremo del personaggio divorato dalla necessità di far parlare di sé. Quell’anno tenta anche l’Eurovision per San Marino con “Stripper”. La definisce lui stesso “uno dei miei più grandi fallimenti”. “Il fallimento è parte del successo”, ripete. E in effetti la parabola di Lauro è tutta lì: sovraesposizione, deserti attraversati, rilanci.

La svolta vera non è una vittoria. È un settimo posto. “Incoscienti giovani” nel 2025 non entra in top 5 e viene accolta dai fischi del pubblico in sala per l’esclusione. Paradossalmente è la consacrazione. Non è più l’intruso. È quello per cui il pubblico si indigna. Il giro è completato.

Nel frattempo, la sua musica è diventata più tradizionale, più melodica, meno ossessionata dalla provocazione. “16 marzo” è del 2020, ma anticipava già la traiettoria: canzone classica, sentimento, costruzione pop solida. Poi “Fragole” con Rose Villain, l’approdo a X Factor come giudice, “Amore disperato” come prova generale del nuovo Lauro.

Normalizzazione? Strategia? Crescita? Probabilmente tutte e tre. Senza il passato, senza gli eccessi, senza le accuse, questo Lauro non sarebbe credibile. La sua trasformazione funziona perché è stata pubblica, rischiosa, imperfetta.

E anche Sanremo ha fatto la sua parte. Lauro è stato una delle chiavi di volta del rinnovamento del Festival, l’apertura definitiva al mondo urban, alla contaminazione, all’estetica fluida. Oggi può permettersi di essere classico proprio perché è stato estremo.

Stasera, accanto a Carlo Conti e Laura Pausini, non c’è più il marziano del pop. C’è un artista che ha attraversato il sistema, lo ha sfidato e poi lo ha abitato. Nel solito gioco di specchi dell’Ariston, tra passato e futuro, provocazione e istituzione, non è da escludere che tra trent’anni possa tornare per un Premio alla Carriera. Sanremo lo ha addomesticato? O è stato lui a capire che per vincere davvero bisogna saper cambiare pelle? La risposta, come sempre con Lauro, sta nel mezzo.