Il Canada cinquantunesimo Stato degli Stati Uniti, come vorrebbe Donald Trump? No, grazie. E se invece Ottawa diventasse un giorno il ventottesimo Stato dell’Unione europea? L’idea, a prima vista, sembra fantapolitica pura. Una provocazione buona per i titoli, una suggestione da salotto geopolitico, un esercizio di immaginazione in un mondo che ha già abbastanza problemi senza bisogno di inventarsene altri. Eppure, in questa fase storica in cui le vecchie certezze saltano con una facilità imbarazzante, anche l’ipotesi del Canada più vicino all’Europa non appare più soltanto una battuta.
Il primo segnale è politico e simbolico. Mark Carney partecipa al vertice della Comunità politica europea, diventando il primo premier canadese invitato a un appuntamento pensato per discutere il futuro del continente e dei suoi partner più vicini. Il Canada, geograficamente, non è Europa. Ma sempre più spesso si comporta come uno dei suoi alleati più naturali.
Carney al vertice europeo
La Comunità politica europea, lanciata nel 2022 da Emmanuel Macron, è nata per tenere aperto il dialogo tra l’Unione europea e i Paesi strategicamente legati al suo destino: Regno Unito, Turchia, Ucraina, Norvegia, Islanda, Balcani, Caucaso. L’arrivo del Canada allarga il campo e dice qualcosa di molto preciso: Ottawa cerca interlocutori alternativi a Washington.
La frattura con gli Stati Uniti di Trump ha accelerato un processo già in corso. Il presidente americano ha più volte evocato l’idea del Canada come possibile “51° Stato”, ha umiliato Justin Trudeau definendolo “governatore” e ha imposto dazi pesanti. Il risultato è stato l’opposto di quello sperato: invece di avvicinare Ottawa agli Stati Uniti, ha spinto il Canada a guardare con maggiore convinzione verso l’Europa.
Carney, non a caso, ha parlato della necessità di costruire un’alleanza tra “medie potenze” globali, capaci di non farsi schiacciare dalle superpotenze. Tradotto: se Washington diventa imprevedibile e Pechino resta un rivale sistemico, l’Europa può diventare per il Canada un partner naturale.
Francia e Finlandia aprono la porta
L’adesione del Canada all’Unione europea non è all’ordine del giorno. Nessuno, a Bruxelles o a Ottawa, sta preparando i moduli per l’ingresso. Però il fatto che se ne parli è già una notizia. Nei mesi scorsi il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha detto che un giorno il Canada potrebbe entrare nella Ue. Poi il presidente finlandese Alexander Stubb ha suggerito a Carney di “pensarci su”.
Sono frasi politiche, certo. Ma in diplomazia anche le frasi servono a spostare il confine del possibile. Fino a poco tempo fa, l’idea sarebbe sembrata solo una boutade. Oggi viene discussa nei sondaggi, nei parlamenti, sui giornali e persino nei think tank.
Cosa pensano i canadesi
Anche l’opinione pubblica canadese sembra meno fredda del previsto. Secondo un sondaggio Spark Advocacy, il 58% dei cittadini sarebbe favorevole a esplorare l’idea di un ingresso del Canada nella Ue, mentre un canadese su quattro considera già l’adesione una buona idea. Un precedente sondaggio YouGov Canada indicava i favorevoli al 42% e i contrari al 33%.
Il sentimento, peraltro, sarebbe ricambiato. In alcuni dei principali Paesi europei, Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna, una parte consistente dell’opinione pubblica vedrebbe con favore l’ingresso di Ottawa. Non perché qualcuno immagini davvero, domani mattina, una bandiera canadese accanto a quelle degli Stati membri. Ma perché il Canada viene percepito come un Paese stabile, democratico, occidentale, affidabile e culturalmente vicino.
I nuovi rapporti tra Canada e Unione europea
L’avvicinamento non è solo sentimentale. Da quando Carney è arrivato al governo, il Canada ha rafforzato i rapporti con l’Unione europea nel campo della sicurezza e della difesa. Ottawa è diventata il primo Paese non europeo ad accedere al Safe, lo strumento da 150 miliardi di euro pensato per sostenere gli investimenti comuni nell’industria della difesa.
Sul piano commerciale, l’Unione europea è già il secondo partner del Canada. Il Ceta, l’accordo di libero scambio siglato nel 2017, ha costruito una piattaforma economica stabile. A questo si aggiunge l’adesione canadese al programma di ricerca Horizon, altro tassello di un rapporto sempre più fitto.
Non è difficile capire perché l’idea piaccia ad alcuni ambienti europei. Il Canada porterebbe risorse energetiche, peso artico, capacità militari, stabilità politica, materie prime, tecnologia, ricerca e un legame diretto con l’Atlantico. L’Europa, dal canto suo, offrirebbe al Canada un contrappeso strategico agli Stati Uniti e un mercato politico più affine all’identità canadese contemporanea.
Ma il Canada può entrare davvero nella Ue?
Qui arriva il nodo giuridico. I trattati europei parlano di Stati “europei”. Il Canada, evidentemente, non lo è dal punto di vista geografico. Ma la questione non è così semplice. L’Unione europea comprende già territori lontanissimi dal continente attraverso gli Stati membri, come alcuni territori francesi d’oltremare. La Groenlandia, pur avendo uno status particolare, resta legata alla Danimarca e al sistema europeo.
Certo, candidare formalmente il Canada alla Ue richiederebbe probabilmente una revisione politica e giuridica enorme. Ma i trattati, nella storia europea, non sono tavole della legge scese dal Sinai: si cambiano quando la politica decide che conviene cambiarli. Il vero problema, quindi, non è solo se il Canada possa entrare. È se l’Europa avrebbe il coraggio di immaginare se stessa come qualcosa di più di un club geografico.
Il “più europeo” dei Paesi non europei
Carney ha definito il Canada il più europeo dei Paesi non europei, per le sue radici britanniche e francesi. Non è una frase casuale. Il Canada condivide con l’Europa una certa idea di democrazia liberale, Stato sociale, tutela ambientale, diritti, pluralismo, compromesso istituzionale. Condivide anche pezzi di storia, lingue, cultura politica e perfino, nel caso del Regno Unito, il sovrano.
Naturalmente tutto questo non basta a fare un’adesione. Ma basta a spiegare perché l’ipotesi affascini. Nel nuovo disordine mondiale, le appartenenze non passano più solo dalle mappe. Passano dagli interessi, dai valori, dalle paure e dalle alleanze che reggono quando le vecchie protezioni diventano incerte.
Dall’Erasmus a Québec City alla realtà geopolitica
Carney ha già chiarito che il suo obiettivo non è entrare nella Ue, ma avvicinarsi. È la posizione più realistica. Il Canada non busserà domani alla porta di Bruxelles chiedendo una tessera da Stato membro. Ma potrebbe diventare sempre più integrato con l’Europa su difesa, commercio, ricerca, energia, ambiente e sicurezza.
In fondo, la vera notizia non è che il Canada possa diventare europeo. La vera notizia è che, dopo Trump, il Canada abbia iniziato a chiedersi se il suo destino debba dipendere ancora così tanto dagli Stati Uniti. E che una parte dell’Europa inizi a vedere in Ottawa non un Paese lontano, ma un alleato possibile in un mondo sempre più instabile.
Magari i nostri nipoti non vedranno davvero il Canada nella Ue. Oppure sì, perché il futuro ultimamente ha il cattivo gusto di superare anche le fantasie più spericolate. Intanto, l’idea di fare l’Erasmus a Québec City non sembra più soltanto una battuta. Sembra il sintomo di un mondo che cambia direzione, mentre noi stiamo ancora cercando di capire da che parte sia il vento.







