Il centro politico vale il 15%, ma è una polveriera di leader: Renzi, Calenda, Ruffini e gli altri si giocano il tesoro che può decidere le elezioni

Renzi e De Luca

Il centro politico italiano vale circa il 15% dei voti, ma nessuno riesce ancora a trasformare quel potenziale in una forza unitaria. È il grande paradosso che emerge dall’analisi di Lorenzo Pregliasco. Il direttore di YouTrend individua sette-otto soggetti che si contendono uno spazio capace di diventare decisivo alle prossime elezioni. Dentro ci sono Matteo Renzi, Carlo Calenda, Ernesto Maria Ruffini, Luigi Marattin, Maurizio Lupi e altri protagonisti. Il problema è che la legge elettorale premia le coalizioni e penalizza la frammentazione. Quel 15%, quindi, rappresenta contemporaneamente un tesoro elettorale e una possibile trappola.

Centro politico al 15%: il tesoro diviso tra Renzi, Calenda e gli altri

Pregliasco parte da un dato che cambia la prospettiva sul peso dei moderati. Se si sommano le diverse formazioni, esclusa Forza Italia, il centro politico raggiunge circa il 15%.

Il problema arriva subito dopo. Quell’area non possiede un leader unico, un partito dominante o una strategia condivisa.

Pregliasco cita Maurizio Lupi, Ernesto Maria Ruffini, Luigi Marattin, Michele Boldrin, +Europa, Federico Onorato, Matteo Renzi e Carlo Calenda. Si tratta di «sette-otto possibili soggetti» che insieme raggiungono una percentuale importante.

La dispersione rischia però di ridurne drasticamente l’influenza. «Non c’è una massa concentrata in un unico soggetto», osserva Pregliasco. Inoltre, «con questa legge elettorale e lo sbarramento, la frammentazione viene anche penalizzata».

Il risultato appare quasi paradossale. Esiste un bacino elettorale potenzialmente decisivo, ma chi lo rappresenta rischia di presentarsi diviso proprio nel momento in cui potrebbe contare di più.

Perché il centro politico può decidere la sfida tra Meloni e Schlein

Il valore del centro non dipende soltanto dai voti raccolti dai piccoli partiti. Pregliasco sottolinea un secondo effetto, forse ancora più importante.

«Al di là del 2, 3 o 4 per cento che può portare, serve a una coalizione per non lasciare scoperta una parte dello spazio politico».

Il ragionamento riguarda direttamente sia il centrosinistra sia il centrodestra. Se il campo largo eliminasse qualsiasi presenza alla destra del Pd, rischierebbe di presentarsi agli elettori come una coalizione esclusivamente di sinistra.

Secondo Pregliasco, anche pochi punti percentuali possono modificare la percezione dell’intera alleanza. Una presenza centrista consente infatti alla coalizione di rivolgersi a un pubblico più ampio.

La stessa dinamica funziona nel centrodestra. Senza Forza Italia, la coalizione guidata da Giorgia Meloni perderebbe una componente moderata capace di bilanciare Fratelli d’Italia e Lega.

«C’è un valore indiretto del centro», sintetizza Pregliasco.

Renzi può valere più del suo 2 o 3% nel campo largo

È qui che il ragionamento diventa particolarmente interessante per il centrosinistra. Matteo Renzi può contare oggi su percentuali molto lontane da quelle raggiunte dal Pd durante gli anni della sua leadership.

Eppure il suo peso dentro una coalizione potrebbe superare ampiamente il risultato elettorale personale.

Pregliasco spiega che un campo largo senza nulla alla destra del Pd lancerebbe un messaggio preciso all’elettorato moderato. Comunicherebbe l’immagine di una coalizione «marcatamente di sinistra».

Escludere quell’area potrebbe quindi produrre un effetto inatteso: rendere più moderato, agli occhi di alcuni elettori, proprio lo schieramento avversario.

Questo significa che il famoso 2 o 3% attribuito a Renzi non racconta necessariamente tutto il suo possibile peso politico. La presenza di una componente centrista può infatti influenzare anche elettori che non voteranno direttamente quella formazione.

Non esistono soltanto gli elettori di Renzi e Calenda

Un altro punto dell’analisi smonta l’idea che il centro coincida semplicemente con i partiti centristi.

«Gli elettori moderati non votano soltanto Renzi o Calenda», osserva Pregliasco. Il Pd e Fratelli d’Italia ospitano entrambi una componente consistente di elettori moderati.

Per questo motivo, occupare politicamente il centro può produrre conseguenze anche sui partiti maggiori. Un’alleanza percepita come troppo spostata verso un estremo rischia di mettere in difficoltà proprio i propri elettori meno ideologizzati.

La partita riguarda quindi l’equilibrio complessivo delle coalizioni. In un sistema fortemente bipolare, pochi punti possono diventare determinanti.

Pregliasco prevede infatti che le due grandi coalizioni possano raccogliere complessivamente tra l’80 e il 90% dei voti. In uno scenario simile, ogni spazio lasciato libero può trasformarsi in un vantaggio per l’avversario.

Il grande problema del centro: troppi leader per un solo spazio politico

Resta però una contraddizione difficile da risolvere. Il centro politico vale il 15%, ma presenta quasi tanti aspiranti protagonisti quanti sono i soggetti che lo compongono.

Renzi e Calenda hanno già sperimentato un’alleanza finita rapidamente. Ruffini sta costruendo un proprio spazio. Marattin lavora a una proposta liberale. Lupi occupa da tempo un’area moderata interna al centrodestra. A questi nomi si aggiungono altre formazioni e personalità.

Metterli insieme appare complicato. Presentarli tutti separatamente può però diventare ancora più rischioso.

Lo sbarramento introduce infatti il problema del voto utile. Un elettore può condividere le idee di una piccola formazione, ma temere che quella lista non riesca a entrare in Parlamento.

A quel punto potrebbe scegliere un partito più grande e meno vicino alle proprie convinzioni pur di non disperdere il voto.

Il centro vale il 15%, ma qualcuno dovrà riuscire a unirlo

La vera battaglia dei prossimi mesi potrebbe quindi giocarsi proprio qui. Non basta stabilire quanto valgano singolarmente Renzi, Calenda, Ruffini o gli altri protagonisti. Bisogna capire chi riuscirà a occupare lo spazio politico che esiste tra i due grandi blocchi.

Pregliasco segnala inoltre un cambiamento profondo nel comportamento degli elettori. Con un’affluenza più bassa, conta sempre di più la capacità di mobilitare chi già condivide una proposta politica.

Una forza chiaramente riconoscibile può quindi ottenere risultati migliori rispetto a un partito costruito soltanto per inseguire un generico elettore mediano.

Il paradosso rimane. Il centro politico italiano dispone potenzialmente di circa il 15% dei consensi, abbastanza per cambiare gli equilibri di un’elezione combattuta.

Ma quel tesoro è sparso tra sette-otto soggetti. E prima ancora di conquistare gli elettori, i leader del centro dovranno risolvere il problema che li accompagna da anni: capire chi vuole stare con chi.