Putin bacia i bambini davanti alle telecamere mentre i sondaggi crollano: il vecchio rito dello Zar quando la Russia comincia ad avere paura

Putin

Quando Vladimir Putin sente scricchiolare il consenso, bacia i bambini. Non è un dettaglio tenero, non è un gesto spontaneo, non è una parentesi sentimentale dentro la brutalità del potere. È un riflesso politico. Un rituale comunicativo. Una scena studiata per dire ai russi che lo Zar non è lontano, non è chiuso nel Cremlino, non vive soltanto tra generali, mappe dell’Ucraina, riunioni blindate e ossessioni di sicurezza. È ancora lì, vicino al popolo, addirittura ai suoi figli. Il problema è che proprio la necessità di mostrarlo rivela il contrario: Putin oggi appare più distante che mai dalla vita quotidiana dei russi.

Il bacio ai bambini come rito di propaganda

La scena appartiene alla grammatica più antica del potere autoritario. Il capo che accarezza, solleva, abbraccia o bacia un bambino non comunica soltanto affetto. Comunica protezione. Dice: io sono il padre, voi siete la famiglia, lo Stato è la casa. Lo faceva anche Giuseppe Stalin, oggi riabilitato e trasformato in uno dei penati pubblici dell’attuale Cremlino.

Putin conosce perfettamente quella simbologia e la usa nei momenti in cui la sua immagine ha bisogno di carne, calore, prossimità. Quando i numeri scendono, la televisione deve mostrare il leader che si avvicina. Quando la realtà si incrina, la propaganda produce una carezza.

Il precedente del Daghestan dopo la rivolta Wagner

L’ultima scena simile risaliva al giugno 2023, quando la ribellione di Evgenij Prigozhin e dei mercenari della Wagner aveva fatto tremare il regime. In quei giorni il consenso di Putin subì un colpo improvviso e pesante. E lo Zar, durante una visita nella Repubblica caucasica del Daghestan, baciò platealmente sulla fronte un adolescente, nonostante le regole rigidissime che ancora proteggevano il presidente dal rischio Covid. Anche allora il messaggio era chiarissimo: il capo non teme, il capo abbraccia, il capo torna tra la gente. Una messa in scena necessaria proprio perché il potere, per un attimo, aveva mostrato la sua crepa.

I sondaggi che inquietano il Cremlino

Oggi il problema non nasce da una marcia armata su Mosca, ma da qualcosa forse più lento e pericoloso: l’usura. Putin continua a controllare il Paese e gode ancora del sostegno di una larga parte della popolazione, ma i numeri non sono più quelli rassicuranti di sempre. Anche gli istituti legati al governo registrano un calo pesante. Secondo Vtsiom, il gradimento del presidente è sceso dal 74% al 65,5%. È la prima volta dal febbraio 2022 che Putin cade sotto la soglia psicologica del 70%. Per un leader che ha costruito il proprio mito sull’invulnerabilità, quel dato non è una semplice flessione. È un allarme.

La guerra pesa meno dell’inflazione

Anche Fom fotografa una discesa, con Putin al 73%, appena due punti sopra il livello più basso registrato dall’inizio della guerra. Il Centro Levada, l’istituto demoscopico che conserva una certa indipendenza dal Cremlino, segnala invece un calo di sei punti dall’inizio dell’anno, con la popolarità dello Zar al 79%. Numeri ancora altissimi per qualunque democrazia occidentale, certo.

Ma in un sistema costruito sulla verticalità del consenso e sulla narrazione del capo indispensabile, la direzione conta più della cifra assoluta. E la direzione è verso il basso. A preoccupare non è soltanto l’Ucraina. È soprattutto l’economia. Denis Volkov, direttore del Levada, individua il cuore del problema nell’inflazione, che erode il potere d’acquisto e aumenta la percezione negativa delle persone.

La Russia non crede più così tanto nella “giusta direzione”

Il dato più inquietante per il Cremlino riguarda la fiducia nel destino del Paese. La percentuale di russi convinti che la Russia stia andando nella “giusta direzione” sarebbe scesa dal 77% al 55% in quattro mesi. È il peggior risultato dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Qui la propaganda fatica di più. Si può raccontare una guerra come missione storica, si può trasformare l’isolamento internazionale in orgoglio nazionale, si può presentare ogni sanzione come prova della persecuzione occidentale. Ma quando i prezzi salgono, gli stipendi perdono valore e la vita quotidiana diventa più difficile, anche la narrazione imperiale comincia a scricchiolare.

Lo Zar sempre più lontano dalla vita quotidiana

Negli ultimi mesi Putin ha ridotto le apparizioni pubbliche e ha lasciato Mosca soltanto in rare occasioni, soprattutto per eventi ufficiali a San Pietroburgo. La prudenza può dipendere dalla sicurezza personale, dall’ossessione per il controllo o dalla concentrazione totale sulla guerra in Ucraina. Ma l’effetto politico resta lo stesso: il presidente appare lontano. Ancora più significativo il mancato discorso alla nazione di fine marzo, un appuntamento previsto anche dalla Costituzione. In un Paese dove la parola del capo scandisce il tempo politico, quel silenzio pesa. E quando il capo tace troppo, la televisione deve tornare a mostrarlo umano.

Il voto di settembre e la paura dell’astensione

La scadenza che agita il Cremlino è il 20 settembre, quando la Russia voterà per la Duma, la Camera bassa della Federazione. Il risultato, come accade da venticinque anni, appare già scritto. Il problema non è vincere. Il problema è vincere abbastanza. Una bassa partecipazione, un risultato non travolgente per Russia Unita o tensioni nella gestione dei seggi promessi ai veterani di guerra potrebbero trasformare una vittoria annunciata in un segnale di debolezza.

Putin ha promesso 150 posti da deputato ai reduci del conflitto, ma quella promessa complica i rapporti tra lo staff presidenziale e il ministero della Difesa. Anche dentro un sistema controllato, il potere deve distribuire ricompense, equilibrare clan, soddisfare apparati e impedire che il malcontento trovi una forma politica.

Il padre della patria torna in scena

Ecco allora il bacio ai bambini. Ecco la scena rassicurante. Ecco il Putin paterno, vicino, sorridente, quasi domestico. La propaganda russa sa che l’immagine vale più di un comizio. Un bambino baciato davanti alle telecamere cancella per qualche secondo il prezzo del pane, le bare che tornano dal fronte, i veterani feriti, l’inflazione, la stanchezza, il silenzio dei discorsi mancati. Non risolve nulla, ma sposta l’inquadratura. E nella Russia di Putin, spostare l’inquadratura è già esercizio di potere.

Il gesto tenero che racconta la paura del potere

Il punto è che un gesto costruito per comunicare forza finisce per rivelare nervosismo. Putin non bacia i bambini quando il consenso corre e il regime si sente invincibile. Lo fa quando serve ricordare ai russi chi sia il padre simbolico della nazione. Lo fa quando il distacco rischia di diventare percepibile. Lo fa quando la guerra non basta più a tenere alta la mobilitazione emotiva e l’economia comincia a mordere la vita delle famiglie. È la tenerezza usata come armatura. La carezza trasformata in messaggio di Stato. Il sorriso del capo davanti alla telecamera, mentre dietro le quinte il Cremlino conta punti perduti, astensioni possibili e fedeltà da blindare.

Putin resta al comando. Nessuno, oggi, minaccia davvero il suo potere. Ma il ritorno del rito dice che qualcosa si muove sotto la superficie. Il consenso non crolla, però si consuma. La guerra continua, ma non scalda più come prima. La paura resta, ma non sempre basta. E allora lo Zar torna ai bambini. Perché quando il potere ha bisogno di sembrare umano, spesso è il momento in cui teme di apparire troppo solo.