Il referendum sulla giustizia ha bocciato il governo, ma non ha ribaltato il Paese. Almeno per ora. Gli italiani hanno respinto la consultazione voluta dalla maggioranza, ma non hanno trasformato quel voto in una scossa politica capace di travolgere Giorgia Meloni. La fotografia del sondaggio Demos per Repubblica racconta infatti un’Italia sostanzialmente stabile, poco incline agli strappi e ancora lontana da quel clima del 2016 che, dopo la bocciatura della riforma costituzionale di Matteo Renzi, portò alle dimissioni del governo. Questa volta Palazzo Chigi ha evitato in anticipo la trappola. Meloni aveva chiarito prima del voto che l’esito del referendum non avrebbe inciso sulla durata dell’esecutivo. E i numeri, almeno sul piano degli orientamenti elettorali, sembrano darle ragione.
Fratelli d’Italia resta primo, ma perde qualcosa
Fratelli d’Italia si conferma il primo partito italiano, ma mostra una lieve flessione. Il partito della premier si attesta al 28,6%, ancora molto lontano dagli inseguitori ma non più nella fase ascendente che aveva accompagnato la prima parte della legislatura. Meloni resta in testa, ma non può ignorare il segnale: il consenso non crolla, però si consuma. La bocciatura del referendum non produce una slavina, ma lascia qualche graffio sulla maggioranza e contribuisce a raffreddare l’entusiasmo attorno al partito guida del centrodestra.
Il Pd insegue, ma non sfonda
Il Partito democratico resta la seconda forza politica, fermo al 21,5%. Elly Schlein non riesce a trasformare le difficoltà del governo in una vera avanzata. Il Pd tiene la posizione, ma non accorcia abbastanza. Il problema resta sempre lo stesso: l’opposizione intercetta il malessere, ma non riesce ancora a convertirlo in una proposta di governo percepita come alternativa credibile. E finché il centrosinistra resta diviso, Meloni può permettersi anche qualche arretramento senza vedere davvero minacciata la propria leadership.
Movimento 5 Stelle al 13%, Forza Italia tiene, Lega sotto l’8%
Dietro i due partiti principali, il Movimento 5 Stelle si ferma al 13%. Giuseppe Conte resta competitivo sul piano personale, ma il suo partito non riesce a tornare centrale come negli anni d’oro. Forza Italia si attesta all’8% e conferma la propria funzione di argine moderato dentro la maggioranza. Non cresce in modo travolgente, ma resta indispensabile agli equilibri del centrodestra. La Lega, invece, scivola sotto l’8% e continua a mostrare una fragilità strutturale che Matteo Salvini non riesce a correggere.
Vannacci debutta al 4% e apre un problema a destra
La vera novità del sondaggio è Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci, che entra sulla scena con il 4%. Non è un dettaglio marginale. Quel risultato mette la nuova formazione davanti a sigle più consolidate come Azione, Italia Viva e +Europa, ma soprattutto apre un problema dentro il campo della destra. Vannacci non nasce in uno spazio vuoto: pesca in un’area identitaria, sovranista, anti-sistema e culturalmente aggressiva che può togliere ossigeno soprattutto alla Lega. Per Salvini il messaggio è pesante: una parte dell’elettorato più radicale può guardare altrove, mentre il Nord produttivo osserva con crescente freddezza la traiettoria del Carroccio.
Il governo resta sopra il 40%
Nonostante la flessione dei partiti di maggioranza, il consenso verso il governo resta elevato e torna sopra il 40%. È il dato politicamente più importante per Meloni. Gli italiani possono bocciare una riforma, criticare singole scelte, mostrare stanchezza o diffidenza, ma non sembrano ancora pronti a considerare esaurita l’esperienza dell’esecutivo. Il governo tiene perché conserva un’immagine di stabilità in un quadro politico frammentato. E tiene anche perché le opposizioni continuano a non offrire un’alternativa compatta.
La “democrazia del capo” premia ancora Meloni
La politica italiana resta sempre più personalizzata. I partiti pesano, ma i leader pesano ancora di più. Fabio Bordignon l’ha definita “democrazia del capo”, e il sondaggio conferma questa tendenza. Giorgia Meloni è l’unica leader che rafforza, sia pure di poco, la propria popolarità: sale al 38% e resta la figura politica più apprezzata. Dietro di lei Giuseppe Conte si ferma al 35%, stabile. Emma Bonino mantiene una fiducia significativa, pur essendo ormai ai margini della scena politica per ragioni anche personali e di salute. Tutti gli altri arretrano.
Tajani, Schlein e Salvini lontani dalla premier
Antonio Tajani si colloca al 25%, Elly Schlein al 24%. Sono numeri che raccontano bene il paradosso italiano. Tajani guida un partito più piccolo ma conserva un profilo istituzionale rassicurante. Schlein guida il principale partito d’opposizione, ma resta lontana dalla forza personale della premier. Più indietro si muovono Calenda, Salvini, Fratoianni, Renzi, Bonelli e Grillo, tutti in calo. Il dato su Salvini pesa più degli altri, perché conferma la difficoltà del vicepremier a recuperare centralità dentro una maggioranza dominata da Meloni e insidiata, sul fianco destro, dall’irruzione di Vannacci.
Metà degli italiani vede Meloni a Palazzo Chigi fino al 2027
La stabilità del governo si misura anche sulla percezione della durata. Metà degli elettori ritiene che l’esecutivo arriverà alla fine della legislatura, prevista nell’autunno del 2027. Non lo pensano solo gli elettori della maggioranza. Lo pensa anche una parte di chi non vota centrodestra, perché la solidità del governo nasce meno dall’assenza di tensioni interne e più dalla debolezza degli avversari. La maggioranza litiga, si divide, si punzecchia, ma resta insieme. Le opposizioni, invece, non riescono ancora a costruire una coalizione riconoscibile.
Il referendum ha ferito il governo, non lo ha travolto
La bocciatura del referendum sulla giustizia resta una sconfitta politica per la maggioranza. Ma non ha prodotto il terremoto che qualcuno immaginava. Meloni perde qualcosa nei voti di partito, ma non nella leadership. Il governo incassa il colpo, ma non vacilla. Il Pd non sfonda, il Movimento 5 Stelle resta fermo, il centro riformista continua a galleggiare sotto la soglia della rilevanza nazionale e la Lega deve guardarsi tanto da Forza Italia quanto da Vannacci. È questo il punto vero: l’Italia non sembra avere cambiato orientamento, ma la destra sì. Dentro il campo di governo si muovono nuove faglie, nuove competizioni e nuovi appetiti. Meloni resta davanti a tutti. Ma attorno a lei la partita per il dopo, per il centro e per la destra radicale è già cominciata.







