Il nuovo contributo da 5 miliardi di euro a carico del settore finanziario fa storcere il naso a banchieri.
Nessuno ha gradito l’inserimento del contributo nel Documento programmatico di bilancio trasmesso a Bruxelles per l’ok. La cifra è stata indicata dal Governo senza un previo confronto formale con i rappresentanti della categoria.
Il Dpb prevede una spesa di 23,5 miliardi, Palazzo Chigi ne deve recuperare almeno 10.
La nuova richiesta di contributo
Questi 5 miliardi vanno ad aggiungersi ai 10 già previsti nella legge di bilancio 2026.
Il settore creditizio aveva infatti concordato con il governo una manovra volontaria e articolata su base triennale, dal valore complessivo di circa 10 miliardi di euro, basata prevalentemente sul rinvio della deducibilità di talune componenti fiscali. Le banche non intendono contribuire oltre.
Abi chiede il rispetto dell’accordo triennale
Il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, ha ribadito con fermezza la linea degli istituti: «C’è già un accordo triennale, gli accordi si mantengono». Fonti del settore sottolineano come il malumore sia scaturito non solo dalla portata economica della misura, ma soprattutto dalle modalità con cui l’esecutivo ha inserito l’importo nel Dpb prima ancora di aver avviato formalmente le trattative.
La posizione di Carlo Messina: «Sui 50 miliardi di utili, 25 vanno allo Stato in tasse»
A fare chiarezza sulle ragioni degli istituti di credito è intervenuto direttamente il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Il manager ha ricordato la genesi della collaborazione dello scorso anno, nata su esplicita richiesta della premier Giorgia Meloni per individuare una soluzione concordata. «Avevamo proposto di fare un accordo annuale da rivedere ogni anno – ha spiegato – ci è stato chiesto di farlo triennale perché così si sarebbe data stabilità al bilancio pubblico e stabilità anche alle banche che non avrebbero dovuto subire ogni anno questa campagna stampa in cui sembra che siamo dei profittatori di questo Paese».
Messina ha inoltre risposto alle polemiche sui guadagni del settore, chiarendo che a fronte dei 50 miliardi di utili complessivi registrati dalle banche, il sistema versa allo Stato circa 25 miliardi in imposte. A titolo comparativo, il banchiere ha evidenziato come le sole imposte pagate dal settore bancario coprano un valore pari a oltre la metà dei 40 miliardi necessari per il finanziamento dell’ordine pubblico nazionale.
Pur ribadendo la contrarietà a nuovi prelievi dalle banche, Messina ha comunque riconosciuto l’efficacia dell’impostazione data dal Governo alla finanza pubblica, definendo coerente la scelta di proteggere i conti pubblici in una fase di forte instabilità dei debiti sovrani internazionali.
La maggioranza è divisa: l’affondo della Lega e la mediazione di Forza Italia
L’ipotesi di attingere dal sistema finanziario ha riacceso le tensioni politiche all’interno della stessa maggioranza di governo.
Il vicepremier Matteo Salvini ha difeso la misura, definendo la richiesta di 5 miliardi «un intervento di assoluto buonsenso» rivolto a uno dei settori finanziariamente più solidi del Paese. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è espresso «contro qualsiasi ipotesi di tassazione sugli extraprofitti» che assuma contorni punitivi. Per ammorbidire il peso sulle banche, Tajani ha proposto di ampliare la platea dei contribuenti includendo le compagnie assicurative e Cassa depositi e prestiti.
Forza Italia ha posto un accento particolare sulla necessità di salvaguardare le banche di credito cooperativo e le popolari. Un prelievo eccessivo sugli istituti di territorio, sostiene Tajani, rischierebbe infatti di contrarre l’erogazione del credito a famiglie e piccole e medie imprese, già penalizzate dai rincari energetici.
Le possibili opzioni sul tavolo e il rischio di ricorsi
In attesa dei prossimi passaggi esecutivi e del Consiglio dei ministri, emergono le prime ipotesi sulle modalità tecniche di prelievo. Tra le opzioni al vaglio vi è quella di richiedere un versamento anticipato sulle tasse dei dividendi già deliberati ma non ancora distribuiti agli azionisti, ricalcando lo schema già adottato con Eni sul fronte dei carburanti.
Qualora il governo decida di proseguire in via unilaterale imponendo un nuovo prelievo fiscale rigido, fonti bancarie non escludono la possibilità che gli istituti facciano ricorso alla Corte costituzionale, pur precisando che si tratta al momento di un’eventualità subordinata al testo definitivo della norma.
L’architettura della manovra: 23,5 miliardi tra deficit e coperture
Il contenzioso sulle risorse bancarie si inserisce in una legge di Bilancio dal valore complessivo di circa 23,5 miliardi di euro. La struttura della manovra finanziaria prevede circa 10 miliardi di coperture nette, mentre la parte restante (circa 14,4 miliardi) dovrebbe essere finanziata in scostamento di bilancio, previa approvazione europea della clausola di salvaguardia per le spese di difesa ed energia (il cui verdetto è atteso dall’Ecofin per il 9 novembre).
La ripartizione delle risorse
La ripartizione delle risorse privilegia le famiglie e la spesa sociale. A queste andranno 5 miliardi. Poi c’è il capitolo difesa con 4,5 miliardi, il sostegno alle imprese con 3,3 miliardi, le infrastrutture con 3,1 miliardi e la sanità con 2,4 miliardi.
Il Dpb dice che la copertura della manovra sarà assicurata da 14,4 miliardi di risorse finanziate in deficit e dai 5 miliardi che dovrebbero arrivare appunto dalle banche. A queste somme si aggiungeranno 1,2 miliardi di tagli alle spese dei ministeri e 700 milioni di entrate dal settore giochi.







