Alex Zanardi è morto a 59 anni. Avrebbe compiuto 60 anni il 23 ottobre. Con lui se ne va molto più di un campione. Se ne va un supereroe dei nostri tempi, un uomo che ha abitato l’impossibile con il sorriso di chi non aveva nessuna intenzione di farsi compatire, nemmeno quando il destino sembrava essersi accanito con una ferocia quasi indecente.
Pilota di Formula 1, leggenda della Formula Cart, campione paralimpico di handbike, vincitore di quattro ori paralimpici e dodici titoli mondiali, Zanardi è stato una di quelle figure rare che non appartengono più soltanto allo sport. Appartengono alla coscienza collettiva. Alla memoria emotiva di un Paese. Alla parte migliore di chi guarda una tragedia e, invece di vedere la fine, trova la forza di cercare un nuovo inizio.
L’uomo che trasformò la tragedia in rinascita
Il mondo dei motori lo piange come uno dei suoi figli più amati. Alex era nato a Bologna e aveva scoperto presto il richiamo della velocità. Dai kart di Castel Maggiore alla Formula 3000, fino alla Formula 1, dove debuttò nel 1991 con Eddie Jordan, passando poi per Minardi, Lotus e Williams. Una carriera difficile, ruvida, in una categoria dove il talento non sempre basta e dove spesso servono anche soldi, sponsor, incastri, fortuna.
Zanardi, però, non era uno da fermarsi davanti alle porte chiuse. Se la Formula 1 non gli diede tutto ciò che il suo talento avrebbe meritato, l’America gli spalancò un altro destino. Nella Cart diventò “Zanna”, “The Italian Legend”. Vinse, incantò, inventò sorpassi entrati nella memoria, come quello leggendario a Laguna Seca. Era spettacolare, generoso, istintivo. Uno di quelli che correvano non solo per arrivare primi, ma per lasciare qualcosa negli occhi di chi guardava.
Poi arrivò il 2001. Il Lausitzring. Lo schianto terribile con Alex Tagliani. L’impatto a oltre 300 all’ora. Le gambe portate via, i sette arresti cardiaci, l’estrema unzione, le quindici operazioni. In qualunque altra vita sarebbe stato il punto finale. Nella sua, diventò una virgola.
“Ho il piede pesante”: il sorriso come forma di coraggio
Zanardi tornò. Non come prima, perché certe ferite non si cancellano. Tornò diverso, ma non diminuito. Si fece costruire comandi speciali, ricominciò a guidare, a gareggiare, perfino a vincere. E lo fece con quella sua ironia disarmante che rendeva tutto più grande e insieme più umano. Quando raccontava, al volante di auto adattate per essere guidate soltanto con le mani, «Ragazzi, ho il piede pesante», non stava facendo una battuta qualsiasi. Stava prendendo a schiaffi la tragedia.
È stato questo il miracolo laico di Zanardi: non negare il dolore, ma impedirgli di diventare padrone della sua vita. Non raccontarsi come vittima, ma nemmeno fingere che fosse tutto facile. Ha portato addosso la fatica, la sofferenza, la riabilitazione, le cicatrici. E poi le ha trasformate in movimento.
La seconda vita da campione paralimpico
Quando i motori non bastarono più, Alex scelse un’altra strada. L’handbike. E anche lì fece quello che aveva sempre fatto: andò oltre. Ai Giochi paralimpici di Londra 2012 vinse due ori e un argento. A Rio 2016 aggiunse altri due ori e un argento. In mezzo, i mondiali, le maratone, le sfide, le imprese, le giornate in cui sembrava che la sua forza potesse spostare davvero il confine del possibile.
Ma ridurre Zanardi alle medaglie sarebbe quasi ingiusto. Perché la sua grandezza non stava soltanto nel vincere. Stava nel modo in cui vinceva, nel modo in cui parlava, nel modo in cui si offriva agli altri senza mai trasformare la propria storia in predica. Le sue ricerche sui materiali per protesi e carrozzine, il suo impegno per spingere tante persone con disabilità verso lo sport, le iniziative benefiche, le maratone, la capacità di farsi esempio senza atteggiarsi a santino.
Giorgio Terruzzi lo ha definito “una forza della natura, uno spettacolo di umanità”. E davanti alla parola “battuto” avrebbe risposto: “Ma va là”. Carlo Verdelli lo ha raccontato come “un essere inarrivabile, il primo cavaliere di qualsiasi Tavola Rotonda”. L’amico Paolo Barilla gli diceva che era una “testa di kaizen”, che sembra una presa in giro e invece è l’unione di due parole giapponesi: cambiamento e miglioramento. Migliorarsi sempre, un millimetro alla volta. La definizione perfetta per lui.
Daniela, la famiglia e il silenzio degli ultimi anni
Accanto ad Alex, fin dagli anni Novanta, c’è stata Daniela. La donna che lo ha accompagnato, protetto, sostenuto. Che gli è rimasta accanto quando la vita correva veloce e quando si è fermata di colpo. Che ha custodito i suoi sogni e poi, negli ultimi anni, anche il suo silenzio.
Perché il 19 giugno 2020 il buio è tornato. Sulle colline sopra Pienza, nel Senese, durante un’uscita in handbike, Zanardi fu investito da un tir. Il quadro apparve subito gravissimo: traumi multipli, fratture al volto, un lungo coma, nuove operazioni, un percorso clinico complesso e doloroso. Dopo oltre un anno tornò a casa, assistito dai medici e dalla famiglia. Da allora, pochissime notizie. Solo riservatezza. Solo protezione. Solo il rispetto dovuto a un uomo che aveva già dato al mondo più di quanto il mondo potesse chiedergli.
Addio a un campione che non sarà mai soltanto un ricordo
Oggi resta il vuoto. Ma anche una storia immensa. Quella di un uomo che ha corso, è caduto, si è rialzato, ha vinto, è caduto ancora e ha continuato a essere, fino all’ultimo, qualcosa di più grande della propria sventura. Alex Zanardi non è stato un eroe perché invincibile. È stato un eroe perché vulnerabile, ferito, spezzato, eppure capace di trasformare ogni frattura in una nuova forma di vita.
Il suo sorriso mancherà. Mancherà quella leggerezza che non era superficialità, ma coraggio allo stato puro. Mancherà l’uomo capace di far sembrare possibile ciò che per tutti gli altri era semplicemente impensabile.
Addio Alex, campione dell’impossibile. Se davvero esistono uomini capaci di lasciare il mondo più grande di come lo hanno trovato, tu sei stato uno di loro.







