Garlasco, Andrea Sempio e quella lunga catena di coincidenze: dalle telefonate allo scontrino, tutte le stranezze del caso

Chiara Poggi, Andrea Sempio, Alberto Stasi

Garlasco, Andrea Sempio e quella lunga catena di coincidenz. Che se fossero prove, Andrea Sempio sarebbe già spacciato. Ma le coincidenze, per fortuna sua e di chiunque finisca dentro un’indagine, non bastano a sostenere un’accusa in tribunale. Non sono sentenze, non sono colpe, non sono verità giudiziarie. Eppure, rileggendo quasi diciannove anni di storia del delitto di Garlasco, è difficile non restare colpiti dalla quantità di stranezze, sfortune e giochi del caso che si accumulano proprio intorno al commesso di Montebello della Battaglia, oggi 38enne.

Fino alla fine del 2016, quando i legali di Alberto Stasi presentarono i risultati del test “casalingo” sul Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, Andrea Sempio era rimasto poco più che un nome sullo sfondo. Un amico di Marco Poggi, il fratello della vittima. Uno dei ragazzi che frequentavano quella casa. Poi il suo nome è entrato nel cuore del dossier. E da lì non ne è più uscito.

Le prime telefonate e il verbale del 2007

Andrea Sempio compare nelle indagini il 18 agosto 2007, quattro giorni dopo l’omicidio di Chiara Poggi. Ha 19 anni appena compiuti e viene sentito negli uffici del comando provinciale dei carabinieri di Pavia. Il verbale è breve: una pagina dattiloscritta, tre domande.

La prima riguarda tre telefonate partite da casa Sempio verso casa Poggi nei giorni precedenti al delitto. Sono le chiamate che, negli anni successivi, torneranno più volte al centro delle ricostruzioni. Sempio spiega di aver telefonato per errore: cercava l’amico Marco, senza ricordare che in quei giorni fosse in montagna.

La seconda domanda riguarda il suo rapporto con Chiara. La risposta è netta: «Solo di vista, non l’ho mai frequentata, sono amico del fratello. Sapevo che la ragazza aveva un fidanzato ma io non l’ho mai incontrato e non so proprio chi sia». L’ultima risposta, invece, sembra più particolare: «Marco non mi ha mai riferito di alcun particolare del rapporto sentimentale della sorella». Poi il verbale si chiude.

Il secondo interrogatorio e lo scontrino di Vigevano

Un anno dopo, il 4 ottobre 2008, Sempio viene risentito dai carabinieri del Nucleo operativo di Vigevano. Il motivo è diverso: fa parte della cerchia, piuttosto ristretta, di persone che raggiungevano via Pascoli in bicicletta. In quel momento si sta cercando anche di capire qualcosa sulla bici indicata da una vicina di casa nei momenti del delitto.

Questa volta Sempio è molto più loquace. Racconta il rapporto con Marco, torna sulle telefonate, conferma la versione del 2007 ma aggiunge dettagli, comprese le risposte ricevute da Chiara. Dice anche di conoscere «la Chiara in quanto frequentavo la sua abitazione», pur precisando di escludere «categoricamente di averla frequentata attesa la nostra differente età».

È in quel verbale che ricostruisce i movimenti della mattina del delitto e consegna lo scontrino del parcheggio di Vigevano. Un dettaglio destinato, molti anni dopo, a diventare uno dei nodi più delicati della nuova inchiesta.

Le anomalie del verbale e il malore in caserma

Le nuove indagini della procura di Pavia e dei carabinieri di Milano hanno riacceso i riflettori proprio su quella mattina del 2008. Sempio viene sentito da due carabinieri, l’allora capitano Gennaro Cassese e il maresciallo Flavio Devecchi. Ma gli stessi militari, negli stessi identici minuti, risultano aver verbalizzato anche le dichiarazioni di altri due amici di Marco Poggi.

Non solo. Nel verbale non viene indicato che Sempio avrebbe interrotto la deposizione per andare a casa a prendere il ticket del parcheggio. E soprattutto non compare un episodio emerso solo nel 2025: per circa 40 minuti, quella mattina, Sempio sarebbe stato colpito da un malore in caserma, con intervento dell’ambulanza.

Una circostanza sorprendente, soprattutto se si considera il rigore con cui dovrebbero essere redatti gli atti di polizia giudiziaria. Non significa automaticamente nulla sul piano della colpevolezza. Ma è una stranezza pesante, perché riguarda uno dei documenti che negli anni hanno contribuito a costruire l’alibi dell’indagato.

Il fascicolo del 2016 e le nuove ombre

Nel 2016, con la mossa dei legali di Stasi, si apre la prima indagine su Sempio. L’allora procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti sembra però credere poco alla pista alternativa. Il fascicolo viene aperto e chiuso in tempi rapidi.

La nuova inchiesta coordinata dal procuratore Fabio Napoleone ha invece portato alla luce un quadro molto più complesso. Emergono telefonate effettuate da un carabiniere in servizio alla procura di Pavia prima dell’iscrizione di Sempio nel registro degli indagati, una cimice sull’auto dell’indagato che sarebbe stata attivata in modo inusuale prima dell’installazione, contatti tra Sempio, i suoi legali e i carabinieri prima dell’interrogatorio del 2017.

A tutto questo si aggiungono intercettazioni non trascritte e movimenti di denaro della famiglia Sempio che, secondo la nuova ricostruzione, non sarebbero pienamente giustificati dalla spiegazione delle spese legali. Il padre Giuseppe Sempio è finito a sua volta iscritto nell’inchiesta per corruzione aperta dai pm di Brescia.

Il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi

Uno dei punti più discussi resta il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi. La presenza della linea paterna di Sempio nella traccia genetica viene spiegata dalla difesa come possibile “contatto secondario”: la vittima avrebbe toccato una superficie con cui Sempio era entrato in contatto in precedenza.

La questione, però, resta delicata. Non solo per il come — tastiera del computer, telecomando, passamano della scala o altro oggetto — ma per il confronto con gli altri frequentatori della casa. Secondo la nuova impostazione investigativa, infatti, risulterebbe singolare che sotto le unghie di Chiara vi sia materiale riconducibile alla linea paterna di Sempio, ma non quello degli altri amici che frequentavano la villetta, né quello di Marco e del padre, che invece lì vivevano.

Anche qui, il punto non è trasformare un dato in una condanna. Il punto è che la spiegazione del contatto secondario deve reggere non in astratto, ma dentro il contesto complessivo della scena.

L’impronta 33 sulle scale della cantina

Nel maggio 2025 entra in scena un altro elemento: l’impronta 33 sulle scale che portano alla cantina, dove venne trovato il corpo di Chiara. Nel 2007 non era stata ritenuta attribuibile, ma oggi, secondo la procura di Pavia e i carabinieri, apparterrebbe a Sempio.

Resta ancora da chiarire se l’impronta fosse insanguinata o meno. Sempio ha spiegato che potrebbe averla lasciata quando scendeva in cantina per prendere i giochi dalla taverna. Ma c’è un problema: in precedenza non avrebbe mai indicato il seminterrato tra gli ambienti frequentati nella casa dei Poggi.

Anche in questo caso torna la stessa anomalia: su quella scala non risulterebbero impronte degli altri amici o frequentatori della villetta, ma soltanto alcune tracce di Marco, che però in quella casa abitava. Un’altra coincidenza. Un altro tassello che, da solo, non basta. Ma che dentro il mosaico pesa.

Lo scontrino, il presunto falso alibi e le celle telefoniche

I pm pavesi oggi sostengono che lo scontrino di Vigevano presentato nel 2008 sia un falso alibi. In sostanza, non sarebbe stato suo. Su questo punto ci sarebbe anche un supertestimone pronto a smentire la versione dell’indagato.

Sempio, a distanza di tanti anni, non ricorda quale libro volesse comprare quel giorno. Un vuoto che può essere comprensibile, considerando il tempo trascorso. Ma resta il fatto che le celle telefoniche agganciano il suo telefono sempre nei pressi di Garlasco, mentre all’epoca non venne acquisita quella di Vigevano. Inoltre, non risultano testimoni che lo abbiano visto davvero nella città dove avrebbe parcheggiato.

Il tema dello scontrino diventa quindi uno dei passaggi centrali della nuova lettura investigativa. Perché se quel ticket non fosse davvero riconducibile a Sempio, il racconto dei suoi movimenti la mattina del delitto cambierebbe radicalmente.

Le suggestioni: foto, Facebook, video e articolo scomparso

Poi ci sono le suggestioni. Elementi che non sono prove, ma che contribuiscono a rendere ancora più inquieta la lettura complessiva del caso. Le foto che ritraggono Sempio fuori dalla villetta dei Poggi insieme ad altri curiosi poche ore dopo il delitto. I post pubblicati su Facebook in corrispondenza con la condanna definitiva di Stasi. La citazione dal Piccolo principe. Il video scolastico in cui Sempio scherza con alcuni compagni, scaricato sull’hard disk del computer di Chiara.

E infine il tema scritto tra il 2014 e il 2015, durante un corso professionale. Nel laboratorio di giornalismo, Sempio scelse di scrivere un articolo su un caso di cronaca: l’omicidio di Chiara Poggi. Ripercorse la trama del delitto e le fasi giudiziarie, mentre Stasi era ancora sotto processo. Quel testo è stato cercato a lungo dagli investigatori, ma non è mai stato trovato.

Ancora una volta: una stranezza non è una prova. Una sfortuna non è una colpa. Una coincidenza non è una condanna. Ma nel caso Garlasco le coincidenze si sono accumulate al punto da diventare materiale investigativo, materia narrativa, terreno di scontro giudiziario.

Andrea Sempio resta innocente fino a sentenza definitiva. Ma la nuova indagine ha rimesso al centro della scena un nome che per anni era rimasto ai margini. E ha riaperto una domanda che, dopo quasi diciannove anni, pesa ancora come il primo giorno: che cosa accadde davvero nella villetta di via Pascoli la mattina in cui Chiara Poggi venne uccisa?