La pioggia, la bara lasciata in diagonale e la testa scomparsa: così sarebbe stata profanata la tomba di Pamela Genini

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Pioveva la notte in cui qualcuno aprì la bara di Pamela Genini e si impossessò della testa della giovane donna uccisa il 14 ottobre dello scorso anno dall’ex compagno Gianluca Soncin. Un dettaglio che potrebbe sembrare marginale e che invece, per gli investigatori, ha un’importanza decisiva. Perché quella pioggia non solo aiuta a restringere il periodo in cui sarebbe stato commesso uno degli episodi più inquietanti e macabri degli ultimi anni, ma potrebbe anche spiegare perché nessuno si accorse di quanto stava accadendo nel piccolo cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo.

La nuova ricostruzione emerge dagli accertamenti condotti dai carabinieri della compagnia di Zogno e del Nucleo investigativo, coordinati dal pubblico ministero Giancarlo Mancusi, e dalla simulazione effettuata nei giorni scorsi direttamente nel camposanto. Un lavoro che sembra rafforzare l’ipotesi secondo cui ad agire potrebbe essere stata una sola persona e non una banda organizzata.

L’ossidazione dello zinco e la pioggia di quei giorni

Pamela Genini, 29 anni, venne sepolta nel cimitero di Strozza dieci giorni dopo il femminicidio avvenuto a Milano. Il 23 marzo, durante la traslazione nella tomba di famiglia, venne scoperta la profanazione. A quel punto sono iniziate le indagini che, nel corso dei mesi, hanno ricostruito una serie di elementi ritenuti compatibili con un intervento avvenuto tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre.

Un ruolo importante lo avrebbe avuto l’ossidazione riscontrata sulla lastra di zinco che chiudeva la bara. A spiegarlo al Corriere della Sera è Valerio Dadda, titolare dell’agenzia funebre Dadda-Boffelli di Almè, che aveva seguito sia il funerale della giovane sia la successiva traslazione.

«La parte inferiore della lastra in zinco che chiude la bara era ossidata, si era creata come una macchiatura biancastra tipica di quando il metallo viene a contatto con l’acqua», racconta Dadda.

Proprio l’impresario funebre ha fornito ai carabinieri indicazioni preziose sulle modalità con cui il loculo era stato richiuso. Il mastice utilizzato e un tassello anomalo impiegato per fissare la lastra provvisoria in plastica hanno permesso di delimitare il periodo in cui la profanazione sarebbe avvenuta, collocandolo tra il 27 ottobre e il 2 novembre. «La bara viene riposta nel loculo dalla testa. La lastra era ossidata da oltre la metà fino ai piedi. La salma non era bagnata perché era trascorso tanto tempo», aggiunge Dadda.

La simulazione dei carabinieri nel cimitero di Strozza

Nei giorni scorsi gli investigatori hanno organizzato una prova pratica insieme allo stesso Dadda e al seppellitore del cimitero. È stata utilizzata una bara simile a quella di Pamela, diversa soltanto nel colore, riempita con sacchi di sabbia fino a raggiungere un peso di circa 120 chilogrammi. Il risultato avrebbe sorpreso anche gli stessi partecipanti. «Onestamente mi sono dovuto ricredere anch’io», ammette Dadda.

Secondo quanto emerso dalla simulazione, anche una persona non particolarmente robusta sarebbe riuscita a estrarre la bara dal loculo e a posizionarla in diagonale, con la parte dei piedi appoggiata a terra e la testa sollevata verso l’esterno. Una posizione che avrebbe consentito di lavorare senza l’ausilio di cavalletti o di altre persone.

Se quella notte stava davvero piovendo, chi agì sarebbe inevitabilmente rimasto esposto all’acqua, anche perché la tettoia del cimitero offre una protezione limitata. Ma proprio questa posizione semi verticale spiegherebbe le particolari tracce di ossidazione osservate sulla lastra di zinco.

Il rumore coperto dalla pioggia e le viti lasciate storte

Gli investigatori ritengono inoltre che la pioggia possa aver favorito l’azione del profanatore anche sotto un altro aspetto. Se per tagliare la lamiera di zinco venne utilizzato un flessibile, il rumore prodotto avrebbe potuto essere in parte coperto dal ticchettio dell’acqua. In quei giorni, inoltre, le strade del piccolo paese erano probabilmente ancora più deserte del solito.

Anche alcuni dettagli relativi alle viti della bara sembrano andare nella stessa direzione. Le viti del lato inferiore non sarebbero state tutte riposizionate correttamente. Due vennero ritrovate adagiate nel loculo e una risultava avvitata in modo storto. Una circostanza che potrebbe essere compatibile con le difficoltà incontrate nel richiudere la parte più bassa del cofano mentre la bara era mantenuta in posizione inclinata.

Secondo questa ricostruzione, la sistemazione semi verticale avrebbe agevolato sia il taglio dello zinco in corrispondenza della testa sia l’asportazione del capo della vittima, rendendo però più complicata la successiva chiusura.

I sospetti su Francesco Dolci e la replica dell’indagato

In attesa delle relazioni definitive del Ris e dei medici legali, tutti questi elementi continuano ad alimentare i sospetti degli investigatori nei confronti di Francesco Dolci, impresario funebre di Sant’Omobono e unico indagato nell’inchiesta.

Gli inquirenti ritengono rilevanti la presunta ossessione che l’uomo avrebbe sviluppato nei confronti di Pamela Genini, una relazione definita dagli investigatori una sorta di liaison, le visite ritenute sospette al cimitero e le contraddizioni emerse durante gli interrogatori.

Dolci continua però a respingere ogni accusa. Convinto che dietro la profanazione ci sia stata una banda e non una sola persona, l’indagato contesta anche l’esito della simulazione condotta dai carabinieri. «Non sono Hulk», ha dichiarato, misurandosi ironicamente la circonferenza delle braccia.

Nel frattempo, tra prove empiriche, tracce di ossidazione e dettagli apparentemente insignificanti trasformati in indizi, la procura di Bergamo continua a cercare una risposta a una domanda che ancora oggi appare quasi inconcepibile: chi ha aperto quella bara e perché ha deciso di portare via la testa di Pamela Genini.